Cresce ancora il Meeting di Rimini, che nell’edizione 2026 – dal titolo ‘L’amor che move il sole e l’altre stelle’ e in programma da venerdì al 26 agosto – occuperà in Fiera una superficie complessiva di 140mila metri quadrati, il 16% in più rispetto allo scorso anno. La novità principale è il Grand Auditorium, realizzato per ospitare l’intervento di papa Leone XIV, con una capienza di diecimila posti. Gli spazi espositivi salgono a 12mila metri quadrati, quasi la metà in più del 2025, mentre la libreria occuperà mille metri quadrati e l’area ristorazione avrà seimila posti a sedere. “Vogliamo arrivare ad accogliere nel miglior modo possibile le persone che vengono per incontrarsi e per incontrare tante realtà – dice il presidente del Meeting, Bernhard Scholz –: anch’io, davanti a queste cifre, mi stupisco ogni volta. Ma l’interesse sta crescendo e dobbiamo rispondere con strutture adeguate e con una reale capacità di accoglienza”.

Il programma prevede oltre 150 convegni con cinquecento relatori italiani e internazionali, 13 mostre e altrettanti spettacoli, quattro dei quali al Teatro Galli e due proiezioni alla Corte degli Agostiniani, nel centro storico di Rimini. Il Villaggio Ragazzi Yoga occuperà oltre seimila metri quadrati con duecento appuntamenti per bambini e famiglie, mentre l’Enel Sport Village, realizzato con Centro Sportivo Italiano, Cdo Sport e Rbr Rinascita Basket Rimini, si estenderà su oltre 13mila metri quadrati. Saranno 3.300 i volontari coinvolti, il 58% dei quali under 30: 460 sono già al lavoro per l’allestimento, altri 80 si occuperanno dello smontaggio finale. Il Meeting resterà aperto ogni giorno fino a mezzanotte, con 180 aziende partner e dieci Regioni presenti con propri spazi istituzionali. Lo scorso anno l’evento aveva registrato ottocentomila presenze e 18 milioni di visualizzazioni dell’app ufficiale.

Bernhard Scholz, presidente della Fondazione Meeting

Rimini – La presenza del Papa al Meeting di Rimini conferisce all’edizione di quest’anno un significato oltre il rilievo dell’evento. Non è solo un appuntamento religioso, né una cerimonia destinata a rafforzare un’identità di gruppo. È, più profondamente, l’occasione per interrogarsi sul posto dei cattolici nella vita pubblica italiana, dopo trent’anni nei quali la fine della Democrazia cristiana è stata spesso scambiata per la fine del cattolicesimo politico. Le due cose, ovviamente, non coincidono. La DC fu un’esperienza storica determinata: nacque nel corso della guerra, governò la ricostruzione, organizzò il pluralismo repubblicano e si dissolse quando si consumò il sistema politico che l’aveva resa possibile.

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Pensare di ricostruirla sarebbe un esercizio di archeologia politica. Ma credere che, con essa, siano sparite le ragioni di una presenza cattolica nella sfera pubblica è un errore non meno grave. Il problema dei cattolici italiani, oggi, non è l’assenza di valori. È l’assenza di forme. Esistono associazioni, opere sociali, fondazioni, esperienze educative, volontariato, imprenditoria, cooperative, reti territoriali. Esiste una società cattolica più vitale di quanto la sua rappresentazione mediatica lasci intendere. Ciò che manca è la capacità di tradurre questa ricchezza in una cultura politica riconoscibile, in classi dirigenti preparate, in un lessico capace di parlare anche a chi cattolico non è. Per troppo tempo il cattolicesimo pubblico è stato stretto tra due riduzioni opposte.

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Da un lato, l’idea che la fede debba restare confinata nello spazio privato, come se le convinzioni morali non avessero alcun riflesso sulla concezione della persona, della famiglia, del lavoro, della scuola e della solidarietà. Dall’altro, la tentazione di ridurre il cristianesimo a un’identità combattiva, a una bandiera da sventolare nei conflitti culturali, a una forma religiosa di appartenenza politica. Una tendenza, quest’ultima, oggi manifestamente forte negli Usa. Entrambe le strade rischiano di essere sterili poiché la prima produce irrilevanza e la seconda settarismo. Il cattolicesimo politico, nella sua tradizione migliore, è stato altro ovvero una pedagogia della complessità. Ha insegnato che tra l’individuo e lo Stato esiste una trama di comunità, associazioni, autonomie, famiglie, professioni, territori; e che una democrazia solida non è quella nella quale tutto dipende dallo Stato, ma quella nella quale la società è sufficientemente robusta da organizzare libertà e responsabilità.

Il cattolicesimo politico, nella sua tradizione migliore, è stato una pedagogia della complessità

La parola decisiva è sussidiarietà. Non come formula rituale, ma come principio politico. È un tema su cui Comunione e Liberazione si è spesa molto in passato. Sussidiarietà significa riconoscere che non ogni problema richiede una risposta centralizzata; che le istituzioni devono aiutare le persone e le comunità a fare ciò che possono fare, non sostituirsi sistematicamente a esse; che il pluralismo sociale non è un ostacolo all’unità nazionale, ma una sua condizione. È una visione esigente, distante tanto dall’individualismo assoluto quanto dallo statalismo paternalista. Il Meeting ha avuto, negli anni, la capacità di rappresentare il cristianesimo come presenza nel mondo, non come rifugio dal mondo. Naturalmente, nessun appuntamento annuale può risolvere il problema della rappresentanza cattolica. E nessuna visita papale può trasformarsi in una legittimazione politica di un partito che non c’è.

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Ma il rilievo dell’incontro sta proprio nella possibilità di ricordare che la Chiesa non è chiamata a distribuire patenti di affidabilità ai partiti, mentre i cattolici non sono chiamati a cercare protezione presso il potere. Il loro compito è più difficile: riportare nella politica italiana il senso del limite, della durata, della responsabilità verso le generazioni future. In un tempo dominato dalla comunicazione istantanea, dalle leadership personali, delle fratture geopolitiche e dalla crescente fragilità delle appartenenze, è un compito tutt’altro che marginale. Richiede studio, formazione, organizzazione e una nuova disponibilità a servire le istituzioni senza scambiarle per strumenti di conquista. Implica una trasversalità rispetto ai nuovi grandi temi, come l’intelligenza artificiale, nella strada tracciata proprio da Leone XIV. Forse è proprio questa la lezione che Rimini può offrire: i cattolici non devono occupare uno spazio, ma tornare a costruire una cultura politica.


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