la furia profanatrice di Sanchez sulla Valle de los Caídos


Roma, 10 giu – Il progressismo occidentale non possiede una visione del mondo. Esiste solo come parassita metafisico che vive per rincorrere, profanare e distruggere ciò che civiltà migliori della sua hanno edificato. L’ultimo, miserabile capitolo di questa guerra totale contro il sacro va in scena ancora una volta nella Spagna ostaggio di Pedro Sánchez, dove l’obiettivo è la cancellazione totale della Valle de los Caídos (la Valle dei Caduti), una delle opere monumentali più imponenti e discusse del XX secolo.

Il premier iberico — il viscido burocrate che piace pure a certi “camerati” da tastiera, abbagliati dalle sue pagliacciate circensi in chiave anti-Trump o anti-Israele — ha dato il via definitivo allo smantellamento identitario del complesso. Un monumentale tempio della memoria che, per ferrea volontà di Francisco Franco, doveva rappresentare l’abbraccio eterno della terra spagnola a tutti i suoi figli. Ma la pietà cristiana e la riconciliazione nazionale sono concetti alieni per chi risponde solo al dogma del rancore.

Cos’è la Valle de los Caídos: la pietra contro l’oblio

Situata nella Sierra de Guadarrama, a breve distanza da Madrid, la Valle de los Caídos non è un semplice cimitero, ma una ciclopica opera d’arte sacra, mitica e architettonica concepita dal regime franchista tra il 1940 e il 1959. Scavata direttamente nel cuore di una montagna di roccia granitica, la Basilica sotterranea si estende per oltre duecento metri, sormontata all’esterno da una croce monumentale alta 150 metri, visibile da chilometri di distanza.

Questo luogo fu esplicitamente voluto da Francisco Franco come un sacrario di riconciliazione nazionale. Un altare monumentale dove tutti i caduti della Guerra Civile Spagnola (1936-1939), indipendentemente dalla fazione d’appartenenza – nazionalisti e repubblicani – potessero trovare riposo sotto lo stesso segno della pietà cristiana. Oltre 33.000 anime riposano in quelle cripte, unite dal silenzio della morte e dal superamento del conflitto cruento. Eppure, la furia ideologica contemporanea non tollera la pace dei sepolcri. Sanchez ha mandato le ruspe nella Valle proprio mentre stringeva la mano a Papa Leone XVI e gli donava un olivo spagnolo di tredici anni, presentato dal Governo quale simbolo di pace, dialogo e comprensione.

Seppellire i giganti per far respirare i nani

Prima di arrivare al piccone contro le pietre e i simboli della Valle, le forze accecate dall’odio ideologico avevano già compiuto il rito più infame: il dissotterramento e l’esilio forzato delle salme di Francisco Franco e di José Antonio Primo de Rivera, fondatore della Falange. Qualcuno una volta scrisse: “Sarei grandemente ingenuo se chiedessi di essere lasciato in pace dopo morto. Attorno alle tombe dei Capi di quelle grandi trasformazioni, che si chiamano rivoluzioni, non ci può essere pace; ma tutto quello che fu fatto non potrà essere cancellato“. Aveva ragione.

Ci troviamo di fronte a un atto di puro sciacallaggio tombale operato da chi, non potendo sconfiggere la storia e le idee sul campo dell’onore, si riduce a fare la guerra ai cadaveri, profanando un luogo di culto protetto da concordati internazionali.
Questa ossessione per la profanazione svela il dramma esistenziale della sinistra globale: l’impotenza creatrice. La modernità progressista è strutturalmente incapace di partorire bellezza.

Non sa erigere cattedrali, non sa fondare imperi, non sa scrivere miti. Davanti a un’opera ciclopica e spirituale come la Valle de los Caídos, il progressista sperimenta un senso di totale inferiorità biologica e culturale. L’unica risposta possibile per il nano è abbattere il gigante per sentirsi alla sua altezza.

Dove c’era il marmo, vogliono il fango. Dove c’era il rispetto per il sangue versato, vogliono la faida perenne e la riapertura di ferite storiche ormai rimarginate. Distruggono il passato perché il loro presente è un deserto popolato da consumatori fluidi, sradicati e senza spina dorsale.

Il circo di Sánchez e l’ingenuità dei “conformisti d’opposizione”

È necessario aprire una parentesi specifica per quei presunti ribelli di casa nostra che guardano a Sánchez con simpatia solo perché ogni tanto recita il copione della fronda a Washington o a Tel Aviv. Sveglia! Sánchez è un ingranaggio perfettamente oliato del meccanismo globalista.

La sua è un’opposizione puramente scenografica, utile a gettare fumo negli occhi di un elettorato rimbecillito. Nei fatti, l’agenda antropologica ed economica di Madrid è identica a quella di Parigi, Berlino o Roma. Sottomissione totale ai mercati e ai diktat sovranazionali Sradicamento controllato delle identità nazionali tramite l’immigrazione di massa e il progressismo woke. Sostituzione del sacro con il consumo e la burocrazia terapeutica. Sánchez non è un argine al sistema, ne è l’avanguardia più oscena, quella che unisce l’ingegneria sociale globalista alla ferocia giacobina della cancel culture.

Uno scontro di Civiltà

Inutile girarci intorno con i guanti di velluto del politicamente corretto o con le categorie ormai morte di “destra” e “sinistra”. Quello in corso è uno scontro di civiltà globale e antropologico. Da una parte c’è l’Uomo Verticale. La civiltà del marmo e di marmo, della memoria, dell’onore che unisce i popoli nel ricordo dei padri. Dall’altra si contrappone la sub-umanità dei cancellatori. La civiltà del nulla, del polistirolo, dei tecnocrati degli asterischi e delle schwa che non sanno concepire nulla che superi la durata di un tweet.

Hanno rincorso Franco e José Antonio fin dentro le loro tombe, e oggi vogliono profanare il riposo di migliaia di caduti della guerra civile, perché sanno che, finché quel monumento rimarrà intatto, ricorderà al mondo l’esistenza di un’alternativa eroica e spirituale alla loro melma contemporanea. Possono anche smantellare la Valle de los Caídos pietra dopo pietra, ma non faranno altro che confermare il loro destino. Restare eterni parassiti che sanno solo distruggere ciò che non saranno mai in grado di edificare. Noi, in mezzo alle loro macerie, continueremo a custodire il fuoco, rimanendo in piedi sopra le rovine.

Tony Fabrizio




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