La guerra per Hormuz non riguarda solo aspetti militari, ma anche la capacità dell’Iran di imporre il proprio ordine marittimo sul Golfo Persico
INTRODUZIONE
La definitiva violazione del Memorandum of Understanding tra Stati Uniti e Iran il 7 luglio ha posto una momentanea fine alle trattative di pace, che si sono svolte, a parte qualche provocazione, in un clima di tranquillità. Dei 14 punti di discussione pubblicati, l’Iran ha preteso che la riapertura dello Stretto di Hormuz avvenisse secondo le sue regole, il cui passaggio doveva seguire la rotta designata dalla marina Sepah e tramite coordinamento del Persian Gulf Straith Authority. Il nuovo scoppio delle ostilità si è concentrato esclusivamente nella regione del Golfo Persico e si è articolato nel tentativo dei due attori, Iran e Stati Uniti di imporre il proprio ordine sullo spazio. Questa analisi si concentra sul tentativo iraniano di costruire e normalizzare la propria egemonia sullo Stretto di Hormuz e la risposta americana volta a impedire tale sviluppo.
LA GUERRA PER LO STRETTO
Oltre alla rappresaglia missilistica contro basi statunitensi nella regione e contro Israele, la mossa più efficacie e sorprendente della Repubblica Islamica è stata la immediata e unilaterale chiusura dello Stretto di Hormuz il 1° marzo. Questa, a differenza di quanto preannunciato durante la Guerra dei dodici giorni, è avvenuta su esclusiva decisione della marina Sepah, senza un voto del Parlamento, ribadendo il carattere esistenziale del conflitto e confermando il progressivo spostamento di potere nelle mani dei militari. Il blocco dello Stretto è stato realizzato attraverso la proiezione sul mare della forza tellurica iraniana, con la minaccia e l’uso di missili, droni e barchini veloci che minacciano la traversata alle navi di passaggio. Di fatto, l’Iran si è appropriato di Hormuz non attraverso una reale conquista militare, ma con l’intimidazione dell’uso della forza, che piega gli altri attori regionali al suo volere. Tale status quo concede alla Repubblica Islamica un notevole vantaggio, che però deve essere concretizzato attraverso una normalizzazione e regolamentazione reale dei traffici nel Golfo Persico. Il primo tentativo di disciplinamento dello spazio è stato un passaggio giuridico: l’istituzione del Persian Gulf Straith Authority (PGSA) il 5 maggio, un’autorità nazionale iraniana comandata dalla marina dei Pasdaran con il compito di regolare il traffico attraverso lo Stretto. Questa si assume il compito di concedere i permessi alle imbarcazioni in ingresso e uscita e di garantire una rotta sicura per il transito. Il PGSA è di fatto la rappresentazione burocratica di ciò che l’Iran stava già testando intanto che il conflitto infuocava la regione, durante il quale la Repubblica Islamica concedeva il passaggio giornaliero a circa 15 navi al giorno battenti bandiera amica. La rotta sicura è stata costruita attraverso il posizionamento di mine lungo lo Stretto, lasciando liberi i corridoi lungo le coste dell’Iran e delle acque omanite. È proprio in questo spazio che si sta articolando questa fase della guerra.
D’altra parte, la perdita del controllo di Hormuz sarebbe una sconfitta strategica inaccettabile per la talassocrazia statunitense, che nelle parole di Marco Rubio rappresenterebbe un precedente pericoloso tale da mettere in crisi l’ordine globale. La firma a giugno del Memorandum of Understanding aveva posto un ulteriore tassello verso delle reali trattive tra i due paesi e aveva stabilito un cessate il fuoco di 60 giorni che nonostante qualche violazione sporadica sul fronte israelo-palestinese ha retto fino al 7 luglio. In questo periodo, la sfida tra Usa e Iran si è articolata nella capacità di gestire il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz. La competizione riguardava i due corridoi privilegiati dei due paesi, Iran presso le sue coste e le sue isole e gli Stati Uniti vicino le acque territoriali dell’Oman.
Figura 1: le rotte verde e rossa passanti a sud dell’isola di Larak sono designate dall’Iran per le navi commerciali non iraniane, quella arancione è la rotta statunitense passante per le acque omanite presso la quale le navi vengono attaccate dalla marina Sepah. https://www.washingtoninstitute.org/policy-analysis/iran-still-intent-preventing-return-old-navigational-order;
Si prende in osservazione il periodo che va dal 25 giugno alla ripresa delle ostilità su larga scala il 7 luglio. Il 25 giugno sono stati registraci circa 50 transiti, di cui la maggior parte (39 circa) presso la rotta designata dagli americani. Nel corso della tregua, la riapertura dello Stretto ha inizialmente giocato a favore degli Stati Uniti, che, complice la necessita iraniana di rifiatare, sono stati capaci di stabilire una nuova rotta e coordinare una serie di passaggi. Per l’Iran, l’uso del corridoio statunitense è una chiara violazione del MoU, che prevedeva i traffici navali solo attraverso il coordinamento con la marina Sepah e il PGSA. Inoltre, la via alternativa mette in crisi il sistema che gli Iraniani stanno cercando di costruire nel Golfo, delegittimandone la conquista e l’autorità. Per questo, la Repubblica Islamica ha reagito colpendo una nave al largo delle coste dell’Oman e ha ribadito via radio l’obbligo di usare la propria rotta. Come risposta gli Stati Uniti hanno condotto una serie di attacchi militari sull’Iran. Il 27 giugno la Repubblica Islamica colpisce nuovamente una nave commerciale che passava per le acque dell’Oman. Dal 29 giugno al 2 luglio la situazione si ribalta e la rotta iraniana diventa la principale via di transito, ospitando il passaggio a circa 2/3 delle navi. Gli attacchi e le minacce della marina Sepah vedono i propri frutti, il 4 luglio solo un’imbarcazione passa per il corridoio statunitense, sul quale vengono tracciate sei navi cambiare direzione dopo aver approcciato il transito per le acque omanite. Il punto di rottura definitivo arriva il 7 luglio, un altro attacco iraniano contro un cargo, atto che scatena la dura rappresaglia statunitense che colpisce con forza obiettivi militare sulle coste dell’Iran, come Bandar Abbas e l’isola di Qeshm. Si dovrà attendere la fine dei funerali di Khamenei per vedere la rappresaglia iraniana contro gli asset militari americani del Golfo, in particolare la base della Quinta flotta in Bahrain, oltre alle basi in Giordania, Kuwait, Qatar ed EAU. Insieme alla rappresaglia missilistica, la marina dei Pasdaran chiude nuovamente lo Stretto e gli Stati Uniti reimpongono sanzioni e il blocco ai porti iraniani, la guerra è ricominciata. A partire dal 11 luglio, la media dei transiti giornalieri si attesta sotto le 10 unità, tutte passanti per la rotta iraniana.
Con Israele sullo sfondo momentaneamente calmo, lo scontro si è spostato interamente nella regione del Golfo. Gli attacchi statunitensi contro l’Iran sono diretti quasi esclusivamente contro postazioni marittime e zone costiere. L’obiettivo è colpire gli hub logistici da cui la Repubblica Islamica controlla il passaggio a Hormuz, come la torre di controllo di Chabahar, il porto di Bandar Abbas, le isole di Qeshm e Larak, nonché infrastrutture civili come centrali elettriche e ponti di collegamento per tagliare la logistica iraniana. Di contro, la reazione risulta sempre più efficacie, le ondate di missili stanno raggiungendo delle percentuali di impatto sempre maggiori, segnalando la crescente capacità di colpire in profondità e con precisione e una possibile carenza di sistemi di difesa statunitensi. Nei comunicati dei Pasdaran vengono mirati e colpiti hangar di stoccaggio di munizioni e aerei, batterie di difesa aerea e radar. L’obiettivo dell’Iran è colpire il coordinamento militare americana nel Golfo per indebolirne la potenza di fuoco e di conseguenza la sua capacità di esercitare influenza nell’uso della rotta alternativa a quella iraniana, come accaduto nel mese di giugno.
Figura 2: catena di isole iraniane per il controllo dello stretto. https://www.nytimes.com/interactive/2026/04/06/world/middleeast/iran-islands-strait-of-hormuz-control.html;
La Grande Strategia iraniana prevedeva inizialmente una progressiva ostilità nei confronti della presenza americana in Medio Oriente con il fine di renderla troppo onerosa e costringere gli statunitensi al ritiro. L’attacco del 28 febbraio ha accelerato verso una progressiva escalation decisiva per la Repubblica Islamica. Le azioni compiute nel corso del conflitto mostrano un cambio di tattica, in cui l’obiettivo finale è raggiungere lo scopo della Strategia e costruire il proprio ordine regionale. La distruzione delle basi statunitensi nel Golfo che ne dovrebbe annullare l’egemonia sugli arabi, l’istituzione del Persian Gulf Straith Authority e la guerra per il controllo definitivo dello Stretto di Hormuz segnalano il desiderio della Repubblica Islamica di creare un nuovo status quo regionale. La progressiva militarizzazione dell’apparato burocratico, nonché della stessa società iraniana, spingono verso una nuova escalation che dovrebbe portare, nelle loro idee, alla cacciata degli americani dal Golfo. Il richiamo alla vittoria safavide contro i portoghesi del 1622, celebrata dalla Guida Suprema Mojtaba Khamenei il 30 aprile in occasione dell’anniversario dell’evento, costruisce una mitologia intorno alla guerra con gli Usa che legittima lo scontro decisivo con il nemico.

Figura 3: la comunicazione pubblica iraniana. una mano stritola lo Stretto di Hormuz e ne chiude il traffico a simboleggiare la proprietà. https://comunicazioneitaliana.it/news/cd771ebae1af5b9dd9d4d491572c7978;
Nel frattempo, sull’altra sponda della penisola araba sta iniziando il blocco di Bab al-Mandab ad opera di Ansar Allah, che ha imposto un embargo marittimo ai porti sauditi. Questo avviene in risposta al blocco aereo imposto da Ryad contro Sanā, aprendo un ulteriore fronte della guerra in Medio Oriente. Sebbene l’evento non sia direttamente collegato al conflitto tra Usa e Iran, l’azione yemenita con la doppia chiusura a Hormuz e Bab al-Mandab va a favore della Repubblica Islamica, stringendo ancora di più la morsa sui paesi arabi sempre più impossibilitati ad accedere agli oceani.
DALLA GUERRA ALL’ORDINE
La potenza iraniana proiettata sul Golfo è di tipo terrestre. Le navi vengono colpite con missili locati sulle coste, dalle mine e dai barchini veloci che eseguono veloci azioni di tipo partigiano contro gli obiettivi. Di fatto, il mare non è il terreno di scontro di una battaglia navale, ma territorio da conquistare tramite la supremazia tellurica. Quindi per gli Stati Uniti sarà fondamentale annullare la capacità iraniana di proiettare la propria potenza dalle coste sul mare. Finché il controllo territoriale costiero rimarrà nelle mani della Repubblica Islamica la navigazione nello Stretto rimarrà minacciata.
L’Iran ha il coltello dalla parte del manico. La sua bravura è stata evitare di portare lo scontro direttamente sul mare, dove la superiorità statunitense è schiacciante, e combattere in maniera asimmetrica dalla terra. L’attuale scontro militare non è volto esclusivamente alla vittoria sul nemico o all’ottenimento di una leva negoziale, quanto alla costruzione del proprio ordine marittimo locale che l’Iran intende normare attraverso l’uso costante e consolidato della propria rotta designata.
Le opzioni per gli Stati Uniti non sono buone. In primis, continuare con la guerra a distanza, confidando nella superiorità numerica del proprio arsenale. La Repubblica Islamica ha dimostrato di sapersi adattare con cellule militari indipendenti e di saper adeguare la propria produzione di missili e droni al contesto bellico. La crescente percentuale di missili a segno evidenzia due possibili fattori: l’utilizzo da parte dell’Iran di missili di qualità avanzata, capaci di colpire con estrema precisione e di eludere le difese aree, o la parziale contingentazione delle munizioni di difesa degli Stati Uniti.
La possibilità di un’operazione militare terrestre è sempre molto remota, ma non impossibile. Se prima si parlava di invadere l’isola di Kharg (epicentro petrolifero iraniano) ora è più probabile che l’eventuale obiettivo sia prendere il controllo delle coste da cui partono gli attacchi, come Bandar Abbas o le isole di Qeshm e Abu Musa. Ma il territorio iraniano è estremamente impervio, montuoso già pochi km dopo la costa, ed è proprio dalle montagne che partono i missili, rendendo il costo dell’operazione altissimo. È più verosimile che l’incremento di truppe e mezzi in Medio Oriente sia orientato verso un’escalation nei bombardamenti aerei o minaccia di tale.
Al contrario, per la Repubblica Islamica il proseguimento della guerra è funzionale a proiettarsi come nuovo egemone del Golfo. Come descritto sopra, il progressivo spostamento delle navi verso la rotta designata dal Sepah rappresenta già una vittoria, e più gli arabi del Golfo saranno chiusi al commercio, più sarà forte la loro necessità di costruire nuovi rapporti con l’Iran. Inoltre, la carta Ansar Allah, pronti a chiudere anche Bab al-Mandab, rappresenta un altro tassello verso il proseguimento del conflitto e la progressiva escalation regionale.
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Lorenzo Timitilli
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