21 agosto 2026 – ore 11:30 – L’economia del mare italiana continua a crescere, ma la cultura marinara rischia di restringersi. Aumentano turismo costiero, nautica, crociere, logistica e attività portuali; diminuiscono invece, o faticano a essere trasmesse, le conoscenze quotidiane che per secoli hanno legato le comunità alla navigazione, alla pesca e alla costruzione delle imbarcazioni. Il XIV Rapporto nazionale sull’Economia del Mare stima 253.599 imprese e 1.133.949 occupati, con 78,9 miliardi di euro di valore aggiunto diretto. Considerando l’attività generata nelle altre filiere, il valore complessivo raggiunge 224,9 miliardi, pari all’11,4% del Pil italiano. Numeri in crescita, dietro i quali si apre però un paradosso: il mare pesa sempre di più sul piano economico, mentre una parte della popolazione costiera lo conosce sempre meno come ambiente, luogo di lavoro e patrimonio culturale. La cultura marinara non coincide soltanto con la capacità di condurre una barca. Comprende la lettura del vento e delle nuvole, la conoscenza delle correnti, dei fondali e delle maree, la manutenzione dello scafo, l’uso dei nodi, il riconoscimento delle specie, il linguaggio dei porti e il senso di responsabilità verso le persone imbarcate. È un insieme di competenze costruito attraverso l’esperienza, spesso trasmesso tra generazioni. Oggi rischia di sopravvivere nei musei, nelle feste e nelle rievocazioni più di quanto venga praticato nella vita quotidiana.

Il paradosso della crescita

L’economia blu italiana non è in crisi. Secondo il rapporto 2026 di Unioncamere, il numero delle imprese legate al mare ha superato quota 253mila, mentre gli occupati sono più di 1,1 milioni. Il valore aggiunto diretto è aumentato del 3,8%, a fronte di una crescita complessiva dell’economia nazionale del 2,1%, e l’occupazione è salita del 4,2%. Il dato comprende attività molto differenti: pesca, acquacoltura, cantieristica, trasporto marittimo, portualità, servizi, ricerca, tutela ambientale, alloggio, ristorazione e turismo costiero. Non tutta questa economia produce però cultura marinara nello stesso modo. Una città può registrare più turisti, più crocieristi e più fatturato senza aumentare la conoscenza diffusa del mare. Il rapporto con l’acqua può diventare prevalentemente commerciale: il mare viene guardato, fotografato, attraversato o utilizzato come sfondo, ma non necessariamente compreso. È la differenza tra vivere sul mare e vivere del mare, oppure tra utilizzare il mare e saperlo interpretare. Una comunità costiera non rimane automaticamente marinara soltanto perché conserva un porto.

La pesca perde lavoratori e ricambio generazionale

Il segnale più evidente arriva dalla pesca. Nel 2024 la flotta italiana contava circa 12.300 imbarcazioni, il numero più alto tra i Paesi dell’Unione europea. Gli occupati equivalenti a tempo pieno erano però circa 13.366, secondo i dati riferiti al 2023. A livello europeo, tra il 2017 e il 2023, l’occupazione nella pesca è diminuita del 15%. Il lavoro a tempo pieno è calato del 25%, mentre la quota dei pescatori con meno di 40 anni è scesa dal 31 al 26%. In gran parte dei Paesi, circa metà degli addetti ha un’età compresa fra 40 e 64 anni. Il problema non riguarda soltanto il numero di posti di lavoro. Quando un pescatore lascia l’attività senza essere sostituito, rischia di interrompersi anche una catena di conoscenze locali: dove gettare le reti, come leggere il colore dell’acqua, quali segnali anticipano un cambio del tempo, come entrare in un canale con la marea e come riconoscere l’evoluzione delle specie. Una parte di queste informazioni può essere registrata e insegnata. Un’altra deriva da anni di esperienza ed è legata a luoghi specifici. Se non viene trasmessa direttamente, può essere perduta anche se barche, fotografie e attrezzature vengono conservate.

Il mare trasformato in un servizio turistico

La crescita del noleggio ha reso la navigazione accessibile a un pubblico molto più ampio. È un’evoluzione positiva sotto il profilo turistico, ma può contribuire a separare l’utilizzo del mare dalla conoscenza marinara. L’imbarcazione viene consegnata come un servizio, al pari di un’automobile o di una bicicletta. Il percorso viene seguito sullo smartphone, la posizione è determinata dal Gps e l’assistenza viene contattata in caso di difficoltà. La tecnologia ha aumentato la sicurezza e non deve essere contrapposta alla tradizione. Il problema nasce quando sostituisce completamente l’autonomia. Chi naviga dovrebbe saper osservare il cielo, valutare il vento e individuare un approdo anche senza affidarsi esclusivamente a uno schermo. Nell’estate 2025 la Guardia costiera ha soccorso 1.367 persone e 403 unità da diporto. Più della metà delle imbarcazioni assistite, 203, aveva subito un’avaria al motore. Altre 83 si erano trovate in difficoltà per condizioni meteorologiche avverse, 51 erano finite in incaglio e 14 erano state coinvolte in collisioni. I dati erano in calo rispetto al 2024 e non dimostrano, da soli, una perdita generalizzata di competenze. Mostrano però quanto manutenzione, meteo e conoscenza dei fondali rimangano elementi centrali, anche nell’epoca del Gps e delle applicazioni.

Saper navigare non significa soltanto tenere il timone

La cultura marinara attribuisce al comandante una responsabilità complessiva. Non basta imprimere una direzione all’imbarcazione: bisogna conoscere il mezzo, le persone a bordo e il tratto di mare attraversato. Prima della partenza si controllano carburante, batterie, motore, pompe di sentina, prese a mare, giubbotti e sistemi di comunicazione. Durante la navigazione si osservano cielo, superficie dell’acqua, traffico e comportamento dell’equipaggio. Si decide di rientrare prima che le condizioni diventino proibitive. Questa capacità di anticipare il rischio è uno degli elementi che rischiano di indebolirsi. Il soccorso moderno, rapido ed efficiente, può produrre la sensazione che ogni difficoltà sia risolvibile con una telefonata. Il mare, invece, continua a richiedere autonomia. La cultura marinara non considera la rinuncia una sconfitta. Rimanere in porto quando il tempo non è adeguato significa conoscere il proprio limite e proteggere l’equipaggio.

Trieste, città di mare che rischia di guardare il mare da terra

Trieste conserva un rapporto profondissimo con l’Adriatico. Il porto ne ha determinato sviluppo economico, composizione sociale, urbanistica e proiezione internazionale. Cantieri, compagnie di navigazione, assicurazioni, pesca, vela e commerci hanno costruito una parte centrale dell’identità cittadina. Eppure, anche a Trieste può crescere la distanza fra popolazione e mare. È possibile vivere per anni davanti al golfo senza salire su una barca, senza conoscere la differenza tra bora e scirocco e senza sapere interpretare i fanali di una nave o l’ingresso di un porto. Il mare diventa paesaggio. Si osserva dalle rive, si utilizza per fare il bagno e si celebra durante la Barcolana, ma non sempre viene conosciuto come ambiente di lavoro e sistema complesso. La Barcolana rappresenta una delle maggiori manifestazioni veliche del mondo e costituisce un patrimonio straordinario. Il rischio è che la cultura marinara venga concentrata in pochi grandi eventi, anziché essere distribuita durante tutto l’anno attraverso scuole, circoli, cantieri e attività educative.

La bora come conoscenza concreta

Nel Golfo di Trieste la cultura marinara significa anzitutto conoscere la bora. Non è sufficiente leggere un valore medio del vento sull’applicazione: bisogna comprenderne direzione, raffiche, accelerazioni locali e conseguenze sull’onda e sull’ormeggio. Il marinaio osserva il cielo sul Carso, il comportamento del mare e i segnali del cambiamento. Conosce la differenza fra vento medio e raffica e sa che un’imbarcazione leggera può diventare difficile da governare anche a breve distanza dalla costa. Lo stesso vale per lo scirocco, per la nebbia e per i temporali estivi. Le previsioni moderne sono molto più precise rispetto al passato, ma devono essere interpretate. Un bollettino non decide al posto del comandante. Perdere la cultura marinara significa anche smarrire questo rapporto concreto con il territorio. Il vento viene percepito come un fastidio meteorologico, non come una forza che ha modellato case, porti, mestieri e comportamenti.

Grado e Marano, il sapere delle lagune

Nelle lagune di Grado e Marano la conoscenza del mare assume forme differenti. Qui diventano centrali marea, profondità, canali, barene e bassi fondali. Una variazione apparentemente ridotta del livello dell’acqua può determinare se un’imbarcazione possa transitare o restare incagliata. Il navigatore satellitare aiuta a seguire il canale, ma non sostituisce la conoscenza del pescaggio, delle correnti e dei segnalamenti. I fondali possono cambiare, soprattutto dopo mareggiate e fenomeni di sedimentazione. I casoni lagunari, le imbarcazioni tradizionali e le tecniche di pesca rappresentano un patrimonio che non può essere conservato soltanto come elemento turistico. Se il casone diventa esclusivamente un’immagine da cartolina, perde la sua relazione con il lavoro, le stagioni e l’ecosistema. La tradizione non consiste nel riprodurre scenograficamente il passato, ma nel comprendere perché quelle costruzioni e quelle barche avessero determinate forme.

La Čupa e la memoria della Costiera

Fra le imbarcazioni tradizionali più significative del Golfo di Trieste figura la čupa, o zoppolo, un’imbarcazione monossila utilizzata dalle comunità slovene della Costiera per la pesca, compresa quella del tonno. Lo scafo veniva ricavato da un unico tronco, scavato e successivamente rialzato con tavole laterali. La voga avveniva in piedi, con lunghi remi poggiati su una traversa. Non si trattava di un oggetto folkloristico, ma di uno strumento costruito in funzione del mare, delle attività praticate e delle conoscenze disponibili. Uno degli esemplari storici, la “Lisa”, costruita ad Aurisina nel 1882, fa parte delle collezioni civiche triestine. Una replica navigante è stata realizzata per mantenere vivo non soltanto l’aspetto dell’imbarcazione, ma anche il sapere necessario per costruirla e utilizzarla. Il passaggio decisivo è proprio questo: conservare un oggetto non significa necessariamente conservare la cultura che lo ha prodotto. Senza artigiani capaci di lavorare il legno, persone in grado di vogare e conoscenza delle tecniche di pesca, la barca diventa un reperto separato dalla sua funzione.

Il linguaggio che scompare

Ogni comunità marinara possiede un lessico specifico. Nomi delle parti dell’imbarcazione, nodi, venti, manovre, attrezzi e specie costituiscono una forma di conoscenza. Quando le parole scompaiono, non si perde soltanto un dialetto professionale. Si perde la capacità di distinguere fenomeni differenti. Chiamare genericamente “corda” ogni cima o “vento forte” ogni condizione meteorologica riduce la precisione con la quale si osserva il mare. Il linguaggio marinaresco serve a comunicare rapidamente e senza ambiguità. Durante una manovra, un termine preciso può indicare immediatamente quale cima utilizzare, dove intervenire e quale pericolo evitare. La trasmissione di questo vocabolario dipende dalla pratica. Può essere insegnato nei manuali, ma diventa realmente comprensibile soltanto quando viene utilizzato a bordo.

Artigiani e cantieri

La cultura marinara comprende anche le competenze dei maestri d’ascia, dei carpentieri, dei motoristi, dei velai e di chi ripara reti e attrezzature. Sono mestieri che cambiano insieme ai materiali e alle tecnologie. Le imbarcazioni in vetroresina e composito hanno ridotto la domanda di alcune lavorazioni tradizionali, senza eliminare la necessità di tecnici qualificati. La manutenzione moderna richiede conoscenze meccaniche, elettriche, elettroniche e informatiche. Il rischio non è soltanto perdere le tecniche del legno, ma creare un vuoto tra vecchie e nuove competenze. La cultura marinara contemporanea dovrebbe integrare entrambe: sapere come reagisce uno scafo, comprendere il funzionamento del motore, utilizzare correttamente l’elettronica e mantenere capacità manuali di emergenza. Le imprese dell’economia del mare segnalano difficoltà nel reperire personale con competenze tecniche e trasversali. Il settore cresce economicamente, ma non sempre trova persone preparate a ricoprire le posizioni disponibili.

La navigazione affidata agli schermi

Gps, ecoscandagli, radar e sistemi automatici hanno trasformato la navigazione. Permettono di conoscere posizione, profondità e traiettoria con una precisione impensabile per le generazioni precedenti. Questa evoluzione ha salvato vite e migliorato l’efficienza. Il problema nasce quando il dato digitale viene accettato senza confronto con la realtà. Una rotta può essere stata impostata male, la carta può non essere aggiornata e un sensore può guastarsi. Il marinaio deve continuare a osservare costa, fanali, boe e traffico. Deve sapere dove si trova anche quando lo schermo si spegne. Carta, bussola e capacità di stimare direzione e distanza non appartengono soltanto al passato: rappresentano una ridondanza di sicurezza. Una cultura marinara aggiornata non rifiuta la tecnologia, ma impedisce che l’utilizzatore ne diventi dipendente.

Dalla pesca al turismo gastronomico

Il rapporto con il pescato è un altro elemento in trasformazione. Nei territori costieri il pesce viene sempre più spesso presentato come prodotto gastronomico, separato dal lavoro necessario per catturarlo e dall’ecosistema dal quale proviene. Conoscere la stagionalità, le taglie minime, le specie locali e l’impatto delle tecniche di cattura fa parte della cultura marinara. Senza queste informazioni, il consumatore valuta soltanto prezzo e disponibilità. Nel 2023 l’Italia ha prodotto circa 128mila tonnellate attraverso la pesca e 130mila attraverso l’acquacoltura. La flotta nazionale resta numerosa, ma deve confrontarsi con costi, normative, cambiamento climatico, specie invasive e riduzione della redditività. La perdita di attrattività del mestiere per i giovani non dipende da una semplice disaffezione culturale. Incidono condizioni di lavoro difficili, orari, rischi, redditi e incertezza. Pretendere la trasmissione della tradizione senza rendere sostenibile il lavoro significa ridurla a retorica.

Il cambiamento climatico modifica il sapere tradizionale

La cultura marinara si basa sull’esperienza, ma il cambiamento climatico rende meno affidabili alcune regolarità del passato. Temperature marine, distribuzione delle specie, intensità degli eventi e stagioni stanno cambiando. Il sapere tradizionale deve quindi dialogare con ricerca scientifica, monitoraggio e nuovi strumenti previsionali. Non può limitarsi alla ripetizione di ciò che funzionava cinquant’anni fa. Le specie aliene, come il granchio blu, modificano equilibri ecologici e attività economiche. Le ondate di calore marine possono alterare habitat e disponibilità del pescato. Eventi intensi possono svilupparsi in tempi ridotti. La vera cultura marinara non è immobile. È sempre stata capacità di adattarsi al mare. Conservarla significa permetterle di incorporare nuovi dati senza perdere osservazione, prudenza e memoria.

Il ruolo delle scuole e dei circoli

La trasmissione non può essere affidata soltanto alle famiglie dei pescatori o dei marittimi, ormai numericamente più ridotte. Scuole, istituti nautici, circoli velici, musei e associazioni possono costruire un rapporto concreto con il mare. Non basta una visita didattica sul lungomare. I giovani dovrebbero poter salire su un’imbarcazione, conoscere i nodi principali, osservare le manovre, comprendere il meteo e ascoltare le testimonianze di chi lavora nei porti. Trieste dispone di una rete particolarmente ricca di società nautiche e veliche. Questo patrimonio può diventare uno strumento educativo stabile, non limitato alla preparazione sportiva o agonistica. La vela insegna responsabilità, collaborazione, lettura del vento e rispetto del limite. Anche la voga, la pesca sostenibile e la manutenzione di una barca possono trasmettere competenze difficilmente riproducibili in aula.

Musei vivi, non depositi del passato

I musei del mare svolgono una funzione essenziale, ma il rischio è trasformare la cultura marinara in una collezione di oggetti ormai separati dalla vita contemporanea. Una rete, un remo, una bussola o un modello navale diventano realmente comprensibili quando vengono collegati alle persone che li hanno utilizzati e alle condizioni nelle quali erano necessari. Il patrimonio dovrebbe quindi comprendere dimostrazioni, laboratori, navigazioni su barche tradizionali, raccolte orali e archivi digitali. Registrare le testimonianze degli ultimi protagonisti di determinati mestieri è urgente, perché molte conoscenze non sono state messe per iscritto. La cultura immateriale è più fragile di uno scafo conservato in un museo. Può scomparire nell’arco di una sola generazione.

Una cultura della responsabilità

La perdita della cultura marinara produce conseguenze che vanno oltre la nostalgia. Riduce la sicurezza, perché aumenta la distanza tra disponibilità dei mezzi e capacità di utilizzarli. Indebolisce la tutela ambientale, perché il mare viene percepito come uno spazio senza limiti. Spezza la continuità dei mestieri e rende più difficile trovare personale qualificato. Non tutto ciò che apparteneva alla marineria tradizionale deve essere idealizzato. Il lavoro era spesso durissimo, pericoloso e scarsamente retribuito. Recuperare la cultura marinara non significa riprodurre quelle condizioni, ma conservare conoscenze e valori utili nel presente. Tra questi figurano la preparazione prima della partenza, il rispetto del meteo, la manutenzione, la solidarietà tra persone in mare, la capacità di rinunciare e l’obbligo morale di non lasciare nessuno in difficoltà. Il mare italiano genera oltre 224 miliardi di euro e sostiene più di un milione di occupati. Il dato economico dimostra che non si tratta di un settore marginale. Proprio per questo la crescita dovrebbe essere accompagnata da un investimento culturale altrettanto forte. La contraddizione è evidente: abbiamo più tecnologia, più turismo, più imprese e un accesso più facile al mare, ma rischiamo di avere meno persone capaci di comprenderlo.

Articolo di Francesco Antonucci




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