Il confine tra Myanmar, Thailandia, Laos e Cambogia negli ultimo tre anni è diventato il principale luogo di un fenomeno criminale sempre più in espansione su scala industriale, definiti “scam city” o “scam compound”, letteralmente “città” fortificate, dove centinaia di migliaia di persona, con false promesse di lavoro e spesso vittime di tratta, vengono obbligate e gestire ed eseguire truffe online su scala globale, di tutte le tipologie, dalle frodi sentimentali al “pig butchering” fino al riciclaggio in criptovalute.
Le principali reti criminali dietro a questa economia illegale, sono legate alla mafia e organizzazioni criminali cinesi come i clan di frontiera del Kokang e dello Shan State, che lavorano in simbiosi con le milizie etnico-armate come in Myanmar e con élite politiche locali corrotte.
Questo fenomeno non è diventato solo un problema di criminalità transnazionale, ma una vera variante geopolitica che coinvolge direttamente Pechino, i diversi governi del sud-est asiatico e indirettamente Stati Uniti ed Europa, come paesi dove avvengono maggiormente le frodi ai danni dei cittadini.
La cosa rilevante è come questo fenomeno sfrutti al meglio zone dove la sovranità è debole, è presente dipendenza economica e proiezione di influenza, in un’area per esempio che è già segnata dalla guerra civile birmana e dalla competizione tra grandi potenze per il controllo dei corridoi strategici del Mekong.
Pechino in questi anni sta sperimentando forme di intervento extraterritoriale che vanno oltre la diplomazia tradizionale, per cercare di arginare il fenomeno.
I dati piu recenti al luglio 2026 conferma un fenomeno non solo che resiste e persiste ma in continua crescita ed espansione
Il rapporto dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani “A Wicked Problem”, pubblicato a febbraio 2026, stima il giro d’affari globale dell’industria degli scam a circa 64 miliardi di dollari l’anno, di cui oltre 43,8 miliardi generati nella sola regione del Mekong. Il rapporto documenta lo sfruttamento di almeno 300.000 persone provenienti da non meno di 66 paesi molti dei quali provengono dall’Asia, Africa e anche Sud America, sottoposte a tortura, violenza sessuale e lavoro forzato in compound fortificati, con il ritiro dei passaporti e messi in condizioni di schiavitù forzata.
Il Global Fraud Summit convocato da UNODC e INTERPOL a Bangkok il 17 marzo 2026 ha riconosciuto che le retate delle forze dell’ordine o militari condotte in Filippine, Thailandia e Cambogia colpiscono solo porzioni marginali di un’infrastruttura criminale interconnessa, capace di rigenerarsi rapidamente dopo ogni operazione, in quanto spesso chi controlla questi compound riesce a scappare ancora prima dell’intervento delle forze dell’ordine trovando di solito solo gli “schiavi” di questo sistema e non chi li controllo e gestisce.
A livello locale, secondo la rete civile thailandese CSNHTV, in una lettera alla polizia del 22 giugno 2026 oltre 5.300 persone risultano ancora trattenute in quattro compound nell’area di Myawaddy, sotto controllo della milizia Democratic Karen Buddhist Army; circa 1.600 sono cittadini cinesi, 200 birmani, il resto proviene da decine di paesi di Asia, Africa e Sud America.
Questi dati arrivano dopo un anno da quello che è stato definito “repressione del decennio”, che nel 2025 aveva liberato quasi 5.000 persone in questi hub, segno come queste retate colpiscono solo una piccola parte della filiera.
La Cina sembra l’unico stato al momento che agisce a livello statale, adottando approcci multilivello: a gennaio 2026 ha eseguito la condanna a morte di undici leader del clan Ming nel Kokang, accusati di frode telematica e omicidio per operazioni stimate in dieci miliardi di yuan dal 2015. Funzionari di Cina, Myanmar e Thailandia si sono incontrati a Kunming per coordinare operazioni congiunte, mentre migliaia di sospetti cinesi sono stati rimpatriati per essere processati. La Thailandia invece al momento ha tenuto un approccio più cauto, agendo sul piano industriale tagliando elettricità e connettività alle zone di confine, misura aggirata dai compound tramite generatori propri o l’utilizzo di Starlink, secondo l’UNODC.
Sul piano geopolitico e giudiziario uno dei casi più rilevanti resta quello del gruppo cambogiano Prince Group, fondato dal fondatore Chen Zhi, che nell’ottobre 2025 il Dipartimento di Giustizia statunitense ha incriminato per frode e riciclaggio legati ad almeno dieci compound in Cambogia. contestualmente l’OFAC ha sanzionato 146 soggetti collegati al gruppo, designato organizzazione criminale transnazionale, mentre il Regno Unito ha congelato 134 milioni di dollari in proprietà londinesi. Il sequestro civile di 127.271 bitcoin, valutati tra 14 e 15 miliardi di dollari, è la più grande confisca patrimoniale nella storia del DOJ.
La rilevanza in questa storia è il profilo politico di Chen Zhi, che faceva il consigliere sia dell’attuale premier Hun Manet sia del padre ed ex premier Hun Sen e insignito del titolo onorifico cambogiano di “neak oknha” ma è stato arrestato in Cambogia a gennaio 2026, privato della cittadinanza ed estradato in Cina, mentre la Corea del Sud ha sanzionato separatamente entità collegate al gruppo già a novembre 2025.
Nonostante i tentavi di intervento da parte degli stati per ridurre e contrastare il fenomeno, questo sistema riesce a adattarsi e non a scomparire.
Report UNODC descrivono un ecosistema di “crime-as-a-service” imperniato su piattaforme come Huione Guarantee, che secondo analisi blockchain avrebbe veicolato oltre 24 miliardi di dollari in transazioni cripto legate al riciclaggio negli ultimi quattro anni, e una dispersione geografica dell’economia dello scam verso Dubai, la Georgia (Batumi) e la Turchia, dove alcuni capi banda cinesi avrebbero ottenuto cittadinanza tramite programmi di investimento per eludere mandati di cattura internazionali.
L’East Asia Forum sottolinea la natura selettiva della campagna cinese, concentrata sulla protezione dei propri cittadini più che sullo smantellamento strutturale della rete, con perdite per i soli cittadini statunitensi stimate tra i 18 e i 37 miliardi di dollari nel solo 2023.
In questo contesto, la campagna cinese anti-scam non ha come obbiettivo finale l’eliminazione strutturale del fenomeno, ma la sua disciplina e la redistribuzione geografica, con l’obbiettivo di gestire il consenso interno, che può essere alimentate anche culturalmente da prodotti come il film No More Bets, che ha trasformato la percezione pubblica delle truffe online in una minaccia personale, e l’espansione del soft power cinese sulle periferie povere e instabili del Sud-est asiatico.
Le esecuzioni e le estradizioni ad alto profilo, come quella riconducibile ai vertici del progetto di Shwe Kokko, servono a Pechino non solo come deterrente giudiziario ma come dimostrazione di una giurisdizione extraterritoriale de facto su aree formalmente sovrane di Myanmar, Cambogia e Laos, paesi indeboliti da guerra civile, fragilità istituzionale o dipendenza economica dagli investimenti cinesi legati alla Belt and Road Initiative.
Per il governo cinese la lotto al crimine organizzato serve anche per proiettare la propria forza: basta guardare alla cooperazione “trilaterale” imposta a Naypyidaw e Bangkok che normalizza una presenza di sicurezza cinese diretta in territorio birmano, mentre lascia ai governi locali il compito, spesso disatteso di smantellare fisicamente i compound. Il risultato osservabile è coerente con questa ipotesi: la criminalità non scompare ma si sposta verso bersagli e territori meno sensibili per Pechino, mentre le relazioni di potere regionali si ridisegnano attorno alla capacità cinese di intervenire, premiare o punire.
Il caso del Prince Group offre ulteriori spunti per l’analisi: come i profondi legami avuti da Chen Chi con i vertici dello stato cambogiano mostrano che le economie criminali possano radicarsi fino a vertici di quelle élite che dovrebbero combatterla. Se l’ipotesi regge, la cooperazione cinese resterà proporzionale alla minaccia percepita per i propri cittadini e per la propria immagine internazionale, più che orientata a uno smantellamento strutturale dell’economia criminale regionale.
Gli scenari che possono delinearsi sono diversi. Nella migliore delle ipotesi il coordinamento avviato a Kunming tra Cina, Myanmar e Thailandia si consolida in un meccanismo trilaterale permanente, esteso a Laos e Cambogia, con condivisione di intelligence finanziaria e infrastrutturale. Le sanzioni statunitensi ed europee, combinate con la pressione giudiziaria cinese, colpiscono in modo sistemico le élite politico-economiche che offrono protezione ai compound sul modello delle sanzioni OFAC-DOJ contro il Prince Group, riducendo progressivamente la disponibilità di territori “sicuri” per le reti criminali. In questo scenario, il numero di vittime intrappolate scende in modo costante, i compound di frontiera vengono smantellati fisicamente anziché semplicemente disconnessi dalla rete elettrica, e si consolida un precedente di cooperazione regionale replicabile anche su altri dossier di sicurezza transnazionale.
Nella peggiore delle ipotesi invece la repressione resta selettiva e simbolica, volta a colpire i nodi più visibili ed esposti mentre l’economia dello scam si riorganizza più velocemente in zone diverse birmane, in Laos o verso nuove giurisdizioni compiacenti in Asia meridionale e Africa occidentale, come già suggerito dall’allargamento della base di reclutamento delle vittime.
Le milizie etnico-armate in contesti di guerre civili, offrono protezione ai compound in cambio di rendite, mentre la frammentazione del potere in Myanmar rende strutturalmente impossibile un controllo territoriale duraturo.
In questo scenario il fenomeno non si riduce ma si polverizza, diventando più difficile da mappare e colpire, con un progressivo spostamento del danno economico verso vittime occidentali, meno prioritarie per Pechino rispetto alla tutela dei propri cittadini.
Nei prossimi mese sarà interessante seguire alcuni indicatori come, l’esito della battaglia legale sulla confisca dei 127.271 bitcoin del caso Chen Zhi, che farà da precedente per i futuri sequestri cross-border, gli esiti operativi del meccanismo trilaterale Cina-Myanmar-Thailandia avviato a Kunming ed eventuali nuove sanzioni OFAC contro figure politiche di alto profilo in Cambogia e Laos, l’evoluzione della presenza dei compound nelle aree urbane birmane e la loro dispersione verso Dubai, Georgia e Turchia, i dati periodici della rete civile CSNHTV sul numero di persone ancora trattenute ed eventuali nuovi casi di estradizione o esecuzione capitale da parte cinese, indicatore diretto della postura di Pechino verso i propri partner regionali.
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Alessandro Gianluppi
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