Secondo l’Istat il tasso migratorio interno calabrese è il peggiore d’Italia: -3,8 per mille. Nel 2025 quasi otto residenti ogni mille si sono trasferiti verso il Centro-Nord. In sei anni la regione ha perso circa 19.500 giovani laureati
La Calabria è una linea che continua ad arretrare sulle mappe del futuro. Ogni anno l’esodo dei giovani ne porta via un pezzo. Non soltanto abitanti, ma competenze, professionalità, energie e possibilità di crescita. Le statistiche raccontano con la freddezza dei numeri quello che nelle piazze, nelle famiglie e nei piccoli centri calabresi è ormai evidente da tempo: i giovani continuano ad andare via.
A rendere ancora più pesante il quadro sono gli ultimi dati dell’Istat sulla mobilità interna. La Calabria registra il tasso migratorio interno peggiore d’Italia, pari a -3,8 per mille. Un indicatore che fotografa la difficoltà della regione nel trattenere i propri residenti e, soprattutto, le generazioni più giovani.
Nel 2025 quasi otto calabresi ogni mille residenti hanno lasciato la regione per trasferirsi verso il Centro-Nord. Un flusso che continua ad alimentare uno squilibrio ormai strutturale tra partenze e arrivi e che assume dimensioni ancora più significative se osservato su un periodo più lungo.
Il dato forse più emblematico riguarda infatti i laureati: in appena sei anni la Calabria ha perso circa 19.500 giovani con un titolo universitario. Un patrimonio di conoscenze e professionalità che lascia il territorio e va a rafforzare economie e sistemi produttivi di altre regioni.
È la cosiddetta fuga dei talenti, ma dietro una definizione ormai entrata nel linguaggio comune si nasconde uno dei problemi strutturali più pesanti per il futuro della Calabria. A partire sono diplomati, laureati, professionisti e giovani specializzati, spesso formati proprio nella regione grazie agli investimenti delle famiglie e del sistema pubblico.
E all’interno della stessa Calabria l’emorragia non procede ovunque con la stessa intensità. Crotone e Reggio Calabria risultano tra i territori maggiormente colpiti dalle partenze, confermando quanto il fenomeno incida soprattutto sulle aree che già devono confrontarsi con maggiori fragilità occupazionali e infrastrutturali.
Il problema, dunque, non riguarda soltanto quanti partono. Riguarda soprattutto chi parte.
Quando ad abbandonare un territorio sono prevalentemente persone giovani e qualificate, la perdita diventa doppia. Da una parte diminuisce la popolazione residente; dall’altra viene sottratto quel capitale umano indispensabile per creare imprese, innovazione, servizi, occupazione e sviluppo.
Le conseguenze sono particolarmente evidenti nei piccoli comuni e nelle aree interne. Paesi che durante l’estate tornano a riempirsi mostrano per buona parte dell’anno strade più vuote, meno bambini, meno famiglie giovani e una popolazione progressivamente più anziana. Alla crisi demografica si accompagna quella economica: diminuiscono i consumi, si riducono le attività e diventa sempre più difficile mantenere scuole e servizi.
L’emigrazione giovanile si è trasformata così nella ferita più profonda della Calabria, perché non sottrae soltanto abitanti al presente, ma rischia di sottrarre alla regione anche una parte decisiva del suo futuro.
Il paradosso è evidente: la Calabria investe nella formazione dei propri ragazzi, ma troppo spesso non riesce a offrire loro condizioni sufficienti per costruire qui una carriera e una famiglia. Lavoro fragile, salari poco competitivi, difficoltà infrastrutturali e scarsità di opportunità professionali continuano a spingere migliaia di persone verso altre regioni.
Dietro ogni cancellazione anagrafica, però, c’è molto più di una statistica. C’è un giovane che prepara una valigia, una famiglia che si divide, un laureato che metterà altrove a frutto ciò che ha imparato. E ci sono comunità che perdono lentamente la generazione chiamata a garantirne il ricambio.
La vera sfida per la Calabria, quindi, non è soltanto fermare lo spopolamento, ma creare le condizioni perché restare possa diventare una scelta concreta e competitiva. Lavoro stabile, salari adeguati, infrastrutture, servizi efficienti, università maggiormente collegate al sistema produttivo e nuove opportunità imprenditoriali rappresentano passaggi indispensabili per provare a invertire la tendenza.
Perché una regione che perde continuamente i propri giovani non perde soltanto popolazione. Perde competenze, idee, famiglie, potenziali imprese e soprattutto pezzi del proprio futuro.
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Giuseppe Mazzaferro
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