25 agosto 2026 – ore 18:00 – Roberto Dipiazza ha un problema che, a ben guardare, è anche un privilegio: non deve più convincere i triestini a votarlo come sindaco. Deve convincerli che, senza di lui, la politica triestina sarebbe un po’ più povera, un po’ più incerta e, possibilmente, un po’ più noiosa. È una differenza sostanziale. E spiega parecchio di ciò che sta accadendo in città. La campagna elettorale per il 2027 non è ancora formalmente iniziata, ma politicamente sì. A Trieste, del resto, certe campagne cominciano prima delle campagne. Cominciano con una dichiarazione, con una polemica, con un cantiere, con una conferenza stampa, con un’opera che apre, una che chiude e soprattutto con un sindaco che riesce ancora a fare in modo che si parli di lui. Dipiazza, in questo campo, è un professionista navigato. Ha già annunciato che nel 2027 non correrà nuovamente per la carica di sindaco, ma che intende restare in campo come candidato consigliere nella lista civica che porta il suo nome. E qui sta il primo elemento politico da non sottovalutare: finisce il sindaco, non finisce Dipiazza. Anzi. La legge oggi impedisce a chi ha ricoperto per due mandati consecutivi la carica di sindaco di ricandidarsi immediatamente alla stessa carica nei comuni della dimensione di Trieste. Dipiazza, che nel 2021 conquistò il quarto mandato complessivo, ha dunque davanti a sé una prospettiva completamente diversa da quella delle precedenti campagne elettorali. Non può essere il candidato sindaco. Può però essere il grande elettore, il regista, il portatore di voti e, soprattutto, il garante di una parte del centrodestra triestino. Ed è qui che la comunicazione diventa politica.

Il sindaco che occupa ancora la scena

Dipiazza ha compreso una cosa che molti politici imparano troppo tardi: nella politica contemporanea, spesso, la visibilità precede il consenso. Chi occupa la scena detta l’agenda. Chi detta l’agenda costringe gli altri a reagire. E chi costringe gli altri a reagire, anche quando è sulla difensiva, continua a essere il protagonista. Il caso dei controlli al confine con la Slovenia è emblematico. Dipiazza dice che «questa sceneggiata» non serve, denuncia i valichi scoperti e sostiene che servano più agenti in città. Non è soltanto una posizione sulla sicurezza. È una dichiarazione che produce immediatamente una discussione politica. Gli altri devono rispondere. Il prefetto dovrà eventualmente rispondere. La questura viene chiamata in causa. Il ministro dell’Interno può diventare il destinatario successivo della polemica. Gli altri sindaci vengono interpellati. I partiti prendono posizione. E Dipiazza, nel frattempo, è al centro. È la vecchia regola del marketing politico: non importa soltanto ciò che dici; importa quante persone costringi a parlare di ciò che hai detto. Dipiazza questa regola la conosce da tempo.

I cantieri come manifesto elettorale

Poi ci sono i cantieri. La sua amministrazione ha messo in campo una quantità considerevole di investimenti. Nel maggio scorso Comune e assessore al Bilancio hanno presentato una variazione da quasi 200 milioni di euro, con 182 milioni destinati agli investimenti e risorse per strade, scuole, verde, cultura, sport e grandi interventi urbani. L’obiettivo dichiarato era anche quello di accelerare l’avvio dei lavori. Dipiazza, negli ultimi mesi, ha insistito pubblicamente proprio sulla presenza dei cantieri, difendendoli come prova di una città in trasformazione. Ed è difficile non vedere la forza comunicativa di questa scelta. Un cantiere è brutto mentre c’è. Ma è una promessa mentre nasce. E diventa un’eredità politica quando viene inaugurato. La differenza è tutta qui. Il sindaco uscente non può più promettere di governare Trieste per altri cinque anni. Può però dire: guardate cosa ho lasciato in costruzione. È un messaggio potentissimo per un amministratore che sta preparando il passaggio di consegne. E naturalmente funziona meglio se il sindaco è fisicamente presente quando il cantiere apre, quando il lavoro parte, quando l’opera viene annunciata, quando qualcosa viene presentato alla città. Non è necessariamente propaganda. È comunicazione istituzionale. Ma la comunicazione istituzionale, quando arriva a pochi mesi da una successione politica, diventa inevitabilmente anche capitale elettorale.

Il paradosso di Dipiazza

Il paradosso è che Dipiazza potrebbe essere oggi più libero politicamente di quanto non sia stato negli ultimi anni. Non deve più chiedere il voto per diventare sindaco. Non deve più costruire un programma quinquennale. Non deve più difendere la propria candidatura a Palazzo Cheba. Può fare qualcosa di più semplice: costruire il proprio peso nella prossima amministrazione. Nel 2021 la sua lista civica ottenne 7.415 voti, pari all’11,14%, risultando la seconda lista del centrodestra dietro Fratelli d’Italia. La sua forza non è dunque teorica: è stata già misurata nelle urne. Ed è proprio quel patrimonio che può diventare la vera partita del 2027. Perché il futuro candidato sindaco del centrodestra avrà bisogno di qualcosa che Dipiazza possiede ancora: un nome riconoscibile e una rete elettorale personale. Il candidato potrebbe essere un altro. La macchina elettorale, però, potrebbe avere ancora una parte di Dipiazza.

La civica che potrebbe diventare una moneta politica

Da qui nasce uno degli scenari più interessanti. Se il futuro candidato sindaco dovesse costruire una lista civica ampia, capace di andare oltre i partiti tradizionali, la lista di Dipiazza potrebbe diventare uno degli elementi da mettere sul tavolo. Non significa che sia già deciso che confluirà in una futura civica. Non ci sono, oggi, elementi sufficienti per affermarlo. Ma politicamente la possibilità è tutt’altro che irrilevante. Una lista che nel 2021 ha raccolto l’11,14% dei voti? No: oltre settemila voti, sufficienti a conquistare sei seggi in Consiglio comunale, non è un giocattolo da mettere in soffitta. È una dote. E in politica le doti, prima o poi, vengono trattate. La domanda non è dunque soltanto quale sarà il candidato sindaco del centrodestra. La domanda è: chi controllerà il consenso personale che Dipiazza ha costruito in venticinque anni di politica triestina? È una domanda molto più importante di quanto sembri.

Gli ultimi mesi da sindaco

Per questo gli ultimi mesi di mandato saranno probabilmente i più interessanti. Dipiazza ha tutto l’interesse a chiudere il mandato non da amministratore in uscita, ma da sindaco ancora indispensabile. La differenza è sottile. Un sindaco uscente può limitarsi ad accompagnare la macchina amministrativa verso le elezioni. Un sindaco politicamente esperto può invece utilizzare gli ultimi mesi per fissare nell’immaginario collettivo un bilancio molto semplice: «Questo è ciò che abbiamo fatto». Cantieri, inaugurazioni, annunci, opere, sicurezza, porto, grandi trasformazioni urbane, polemiche sui confini: tutto concorre a una narrazione. E la narrazione è questa: Trieste non si ferma perché Dipiazza sta per andarsene. Anzi, secondo questa lettura, dovrebbe continuare a muoversi proprio perché lui ha impostato una serie di trasformazioni destinate a produrre effetti negli anni successivi. È una forma di comunicazione politica molto più sofisticata del semplice manifesto elettorale. Il manifesto dice: «Votami». Il cantiere dice: «Ricordati chi lo ha fatto partire».

La polemica come carburante

C’è poi un altro elemento. Dipiazza non ha mai avuto paura della polemica. E oggi la polemica gli serve più che mai. Perché quando non puoi essere candidato sindaco, devi restare politicamente rilevante. La polemica sul confine, le dichiarazioni sulla sicurezza, le critiche alla gestione del territorio, le prese di posizione sui grandi progetti: sono tutti strumenti per mantenere il proprio nome dentro il ciclo quotidiano dell’informazione. È una tecnica antica. Non necessariamente elegante. Ma efficace. La politica moderna ha trasformato il principio in algoritmo: se gli altri parlano di te, esisti; se smettono di parlare di te, sei già mezzo morto politicamente. Dipiazza questo rischio non sembra volerlo correre. E allora parla. E quando parla, spesso provoca. Gli basta una frase. Il resto lo fanno i giornali, i social, le opposizioni, i partiti, gli alleati e persino i suoi critici. È il perfetto circuito dell’attenzione.

Il vero candidato di Dipiazza

A questo punto il paradosso finale è quasi inevitabile. Nel 2027 il candidato sindaco del centrodestra non sarà Roberto Dipiazza. Ma la domanda che ogni candidato dovrà porsi sarà quanto Dipiazza debba essere dentro la propria campagna. Troppo dentro, e il nuovo candidato rischia di sembrare un suo erede. Troppo fuori, e rischia di perdere una parte di quel patrimonio elettorale personale. È una contraddizione che Dipiazza, probabilmente, conosce bene. Ed è forse proprio per questo che non sembra avere alcuna intenzione di sparire. La sua lista può restare autonoma. Può sostenere il candidato. Può diventare parte di una civica più larga. Può trattare. Può aspettare. Ma soprattutto può contare. E per farlo non servono necessariamente cinque anni a Palazzo Cheba. Bastano cinque o sei mesi di attenzione costante, qualche cantiere, qualche inaugurazione, qualche dichiarazione capace di aprire una polemica e un nome che continui a comparire ogni giorno nelle cronache. Il vecchio sindaco ha già perso una cosa: la possibilità di chiedere ai triestini un quinto mandato. Non sembra però disposto a perdere la cosa che conta davvero in politica: la capacità di far girare la partita attorno a sé. A Trieste la campagna elettorale del 2027 deve ancora cominciare ufficialmente. Dipiazza, invece, sembra aver già cominciato a giocare. E forse è proprio questa la sua ultima, grande partita da sindaco: non scegliere chi sarà il prossimo sindaco, ma fare in modo che nessuno possa scegliere il prossimo sindaco senza fare i conti con lui.

L’editoriale è di Francesco Viviani

Dipiazza sfida Roma: «Basta sceneggiate al confine, servono agenti a Trieste»




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Francesco Viviani

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