“L’architettura ha delle responsabilità. Deve migliorare la vita degli abitanti e lo spazio pubblico. Quando questa cosa non avviene, l’architettura ha fallito e gli architetti con lei”. È questa la risposta che l’architetto, studioso e scrittore Danilo Maniscalco ha dato a una delle mie domande sul suo libro Fallimento Zen, uscito ad aprile. Nel volume emerge un’analisi trasversale del quartiere periferico Zen di Palermo, che indaga le ragioni per cui questa zona sia diventata il simbolo di un fallimento urbano, sociale e politico.
Ripercorrendo oltre cinquant’anni di storia del quartiere, l’autore prova a spiegare i motivi che hanno condotto alla grave situazione di marginalizzazione che oggi caratterizza questa periferia, partendo dal progetto di edilizia popolare firmato dall’architetto Vittorio Gregotti. Perché un intervento nato con ambizioni moderne e sociali è diventato un luogo associato a criminalità e abbandono? A raccontarlo, attraverso questa intervista, è proprio l’autore.

Il cuore del problema
Secondo Danilo Maniscalco, il problema nasce dall’intreccio tra un progetto urbanistico incompleto, l’assenza dei servizi e degli spazi pubblici previsti originariamente e decenni di cattiva gestione politica e istituzionale.
“Il fallimento non colpisce solo l’architettura, che per troppo tempo ha beneficiato di alcuni alibi costruiti attorno alla giustificazione del progettista dello Zen, Gregotti. È un fallimento culturale a 360 gradi, un fallimento di un’idea abitativa che non funziona e che parte dal bando. Questo infatti prevedeva lo spostamento di 15 mila abitanti dal centro storico verso questa zona che, nel 1970, era ancora terreno agricolo. Il risultato è stato quello di portare 15 mila persone a vivere lontano dalla città“.

Un libro corale per comprendere il quartiere
Uno degli aspetti più interessanti del lavoro di Maniscalco è il metodo adottato. L’autore coinvolge dodici professionisti provenienti da discipline diverse – architetti, psicologi, psichiatri, botanici e studiosi – per comprendere come l’ambiente urbano possa influenzare il senso di appartenenza, le relazioni sociali e perfino il benessere psicologico delle persone.
“Questo è un tema molto divisivo e mi piaceva l’idea di invitare a collaborare professionisti provenienti trasversalmente da varie discipline, tra cui tre architetti allievi proprio di Gregotti, per chiedere la loro visione di questo spazio. È emerso un quadro variegato. Io non ho scritto un libro contro Gregotti, però per troppo tempo l’alibi che lui non abbia potuto seguire i lavori direttamente ha sostanziato il suo uscire fuori dalle responsabilità. In realtà il disegno di questi habitat poco piacevoli da abitare è suo e questa rigidità non aiuta chi vive lì“.
Un quartiere separato dal resto della città
Purtroppo, allo stato attuale, per chi non vive quotidianamente il quartiere è difficile anche solo pensare di accedervi. Senza qualcuno del posto che accompagni il visitatore, l’area può risultare ostile, tra sguardi diffidenti e domande. È una sensazione che restituisce bene la distanza che si è creata tra lo Zen e il resto della città, una distanza che nel tempo ha contribuito a rafforzare la percezione di una realtà separata.

“Una delle volte che ho fotografato il posto sono stato accompagnato da un poliziotto in borghese, che ha notato il controllo capillare del territorio da parte della criminalità, aiutata proprio dalla geometria di questo progetto. Se non si ricuce il rapporto con lo Zen dobbiamo prepararci ad altre situazioni borderline. Immaginare che gli abitanti dello Zen siano tutti malavitosi è l’errore più grande. La stragrande maggioranza è gente perbene, condizionata a vivere in quello spazio. Lo Stato deve dare un segnale e noi, come cittadini di altre zone, dobbiamo avere chiaro che è un luogo che appartiene alla città”.
Le responsabilità della politica e delle istituzioni
Maniscalco sottolinea come Palermo sia ricca di quartieri periferici, ma che ognuno presenti caratteristiche differenti. Alla base c’è una pianificazione urbanistica degli anni Sessanta che, in molti casi, ha fatto emergere criticità ancora evidenti. Tra Borgo Nuovo, Sperone e altre periferie, lo Zen rappresenta però un caso particolare, perché la sua stessa conformazione rende difficile l’abitare.
Per troppo tempo ci si è voltati dall’altra parte, immaginando che ciò che accadeva all’interno del quartiere rimanesse confinato lì. Ma questa non può essere una giustificazione per non intervenire. Lo Zen è una parte della città che necessita di essere compresa e trasformata. Il progetto è stato progressivamente abbandonato a se stesso. Solo di recente, ad esempio, è emerso un sistema di erogazione abusiva dell’acqua gestito dai clan a danno dell’AMAP, che avrebbe prodotto un guadagno annuo stimato di circa 5 milioni e mezzo di euro. “È chiaro che è mancata la presenza dello Stato per decenni”, continua.
La possibilità di un cambiamento
A differenza dello Zen, Borgo Nuovo non presenta una struttura così rigida. Gli abitanti hanno la possibilità di instaurare un rapporto più diretto con il contesto circostante. L’intero impianto urbanistico è costruito su una maggiore flessibilità e segue in misura più significativa la topografia del territorio.

Questa differenza suggerisce che un cambiamento sia possibile, anche se richiederà tempo. L’obiettivo è sradicare ciò che di problematico si è radicato negli anni e restituire dignità a una parte della città troppo spesso dimenticata.
“Per un cambiamento concreto serve almeno un orizzonte di 20 anni, però che abbia una strategia che trovi nella costruzione di un master plan la gestione degli spazi dell’intero Zen, insieme ai residenti. Se lo Zen di Gregotti è stato un progetto calato dall’alto che non ha funzionato, non possiamo fare lo stesso errore di calare altri progetti che non abbiano alcun tipo di rapporto con i residenti”, ha concluso Maniscalco.
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Mariachiara Accardi
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