27 agosto 2026 – ore 16:30 – Premessa – Oggi daremo voce a Israele, perché sta divenendo insopportabile e decisamente ipocrita attribuire a Gerusalemme tutte le colpe del disordine in Medio Oriente, tutte le colpe della drammatica situazione a Gaza, in Libano, in Siria, nello Yemen, in Iran e perfino in Iraq. Quando puntiamo il dito contro un unico “colpevole”, spesso non vogliamo vedere cosa e chi si nasconde dietro questo velo decisamente spesso. Preferiamo chiudere gli occhi, distogliere lo sguardo, rifiutandoci di interrogarci. Molti ritengono che togliendoci il velo di ipocrisia, possiamo ritrovarci meno forti, meno sicuri, ma certamente attraverso il ricorso alla menzogna sistematica, assicurata da un velo, otteniamo unicamente la nostra autodistruzione. Il Governo israeliano ha le sue responsabilità, ha le sue colpe, ma proviamo a immergerci un solo istante in quella realtà, e chiediamoci cosa noi avremmo fatto il giorno dopo il 7 ottobre. Se qualcuno pensa che Gerusalemme, l’intero popolo israeliano, possa decidere di non combattere per la propria sopravvivenza, credetemi si sbaglia, si sbaglia totalmente. Il pensiero antisemita accompagnato da quello antisionista sembrano fondersi in una ricercata e abile dialettica diretta sostanzialmente alla legittimazione della distruzione dello stato di Israele. Per sostenere questo obiettivo, vengono riproposte, non certo casualmente, schegge filosofiche, contrapponendo il giudaismo contro il sionismo, accompagnando questo pensiero da frammenti della storia dei Neturei Karta e dell’opposizione ebraica al sionismo e allo Stato di Israele.

Molti ritengono corretto affermare, sostanzialmente, che la distruzione dello Stato di Israele garantirebbe la pace in Medio Oriente, senza minimamente ricordare le lunghe dominazioni francese, britannica e ottomana di quei territori e la successiva influenza sovietica e statunitense su molti brandelli di quelle terre martoriate. Si parla di questo in diversi consessi, si lanciano efficaci slogan, si urla nelle piazze; siamo riusciti perfino a sdoganare insulti razzisti e antisemiti che speravamo fossero solo un ricordo.

Non certamente a caso, recentemente, l’ambasciatore israeliano Alan Baker, direttore dell’Istituto per gli Affari Contemporanei presso il Jerusalem Center e responsabile del Global Law Forum in un duro articolo sui media israeliani, ha voluto domandarsi “il perché alcuni governi occidentali stiano forse permettendo che ristretti calcoli politici, interessi economici o considerazioni elettorali prevalgano sui loro tradizionali impegni a favore della libertà, dell’uguaglianza e della tutela delle minoranze. Baker continua, dichiarando testualmente altresì che “l’apparente incapacità di alcuni governi di rispondere adeguatamente a manifestazioni, minacce e attacchi antisemiti – soprattutto quando tale condotta è accompagnata da ostilità verso Israele e gli ebrei – non fa che rafforzare queste preoccupazioni. Quando le comunità ebraiche sono oggetto di intimidazioni, le sinagoghe vengono attaccate, le istituzioni ebraiche necessitano di una protezione di sicurezza straordinaria e i cimiteri vengono profanati, i governi hanno l’obbligo elementare di proteggere i propri cittadini. Il diritto di manifestare ed esprimere opinioni politiche non può estendersi all’intimidazione, all’odio razziale o religioso, o alla violenza”.

Inoltre si parla e si pontifica sul destino di queste terre senza aver mai letto neppure una virgola, ad esempio, dell’accordo Sykes-Picot, il trattato segreto siglato nel maggio del 1916, in pieno conflitto mondiale, tra il Regno Unito (rappresentato da Mark Sykes) e la Francia (rappresentato da François Georges-Picot), con la tacita approvazione della Russia zarista, che avrebbe determinato la spartizione dei territori del Medio Oriente appartenenti all’Impero ottomano una volta che quest’ultimo fosse stato sconfitto. Così avvenne successivamente. Nessuno, credetemi, parlava di popoli, di autodeterminazione, nessuno parlava di identità da difendere e proteggere.

Il disordine del Medio Oriente trova origine nelle segrete pagine della storia, nelle ricadute politico-economiche delle dominazioni europee e ottomane, e nella successiva abile politica di influenza sovietica e statunitense di quei territori, e non certo nella nascita dello stato di Israele. Senza dimenticare l’ignavia dell’intero mondo arabo nei confronti delle popolazioni palestinesi, mal sopportate da tutti i paesi arabi e usate per altri scopi di politica internazionale e in funzione anti israeliana. Ho usato volutamente il termine “ignavia araba” per descrivere chiaramente la storica forte retorica di solidarietà panaraba nei confronti dei palestinesi associata, sempre, con l’effettiva mancanza di azioni concrete.

Pertanto, unicamente attraverso la chiave storica, possiamo comprendere gli attuali atteggiamenti che diversi analisti internazionali definiscono “tentativi neo colonialisti” di Turchia, Regno Unito e Francia che intravvedono nel disordine attuale, accompagnato dall’annunciato disimpegno statunitense e dalle difficoltà russe, la possibilità di riacquisire l’antica influenza su pezzi di un antico impero irrimediabilmente perduto. A titolo di esempio, questo atteggiamento lo abbiamo osservato nell’esaminare il recente disastro, minimizzato dai grandi media, della lunga e dispendiosa campagna militare francese del piccolo Napoleone Macron nell’Africa Saheliana, operazione militare fallimentare chiusa formalmente solo nel 2022, ma che continua a trascinarsi anche nei giorni odierni. Quella guerra nascosta non ha certamente pacificato quei territori, determinando, invece, unicamente la crescita esponenziale del sentimento popolare anti francese in quelle terre africane, elevando il caos in quella vasta regione, con ricadute gravi in termini di sicurezza e emigrazione anche per l’Europa. Senza dimenticare, infine, che tale disfatta francese ha determinato la presenza russa in quelle vaste aree africane, presenza, per altro, richiesta espressamente dalle leadership di quei paesi, solo pochi anni orsono francofoni.

Attraverso la chiave storica, ricordiamolo, possiamo meglio comprendere l’atteggiamento marcatamente anti israeliano di Ankara, Parigi e Londra e, contemporaneamente, per ovvi motivi legati alla Shoah, l’attitudine spiccatamente filo israeliana della Germania.

Qui non si tratta di difendere qualcosa o qualcuno ma di studiare, fermarsi e riflettere cercando un equilibrio tra le legittime esigenze di tutti, senza puntare l’indice verso qualcuno, ma agevolando il confronto, il dialogo, la pace.

La storia ci plasma, ci condiziona, ci aiuta a comprendere.

L’ascesa di Gadi Eisenkot per la guida di Israele

Mentre gli ultimi sondaggi sembrano indicare e confermare Gadi Eisenkot, già ufficiale generale, di famiglia con origini marocchine, come possibile vincitore delle prossime elezioni, pochi si stanno chiedendo chi sia questo personaggio politico che potrebbe guidare il nuovo governo israeliano e defenestrare “l’odiato” Netanyahu.

Proviamo a rispondere, usufruendo del supporto anche del Washington Institute perché ci potrebbe aiutare a comprendere.

Leggiamo insieme:

“Il tenente generale Gadi Eisenkot, stratega militare pluridecorato, andato in pensione nel gennaio 2019 dopo aver ricoperto la carica di capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), è stato borsista militare presso il Washington Institute nel 2019.

Il generale Eisenkot ha trascorso quattro decenni nelle Forze di Difesa Israeliane (IDF), ricoprendo incarichi di comando nella Brigata Golani, nella Divisione Corazzata Bashan, nella Divisione Giudea e Samaria, nel Corpo Operativo delle IDF e nel Comando Settentrionale. Nel 1999, Eisenkot è stato nominato segretario militare del primo ministro e ministro della difesa. Nel 2012 è stato nominato vice capo di stato maggiore e due anni dopo è diventato il 21° capo di stato maggiore delle IDF.

Nel 2016, Eisenkot è stato insignito del titolo di Commendatore della Legion of Merit dal suo omologo americano, il generale Joseph Dunford, per il suo “servizio eccezionalmente meritorio come capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane” e per il suo “contributo alla cooperazione strategica tra Stati Uniti e Israele, che avrà un effetto duraturo su entrambi i paesi”.

Titoli accademici

Laurea specialistica (MSS) conseguita presso lo United States Army War College; laurea triennale (BA) conseguita presso l’Università di Tel Aviv”.

In altri siti internazionali si afferma altresì che in Israele la vera novità della campagna elettorale non viene dalla sinistra, ma da Gadi Eisenkot, un generale nella riserva, espressione di una destra centrista, asseritamente più soft, aperta a sinistra (quella sionista) e meno condiscendente con gli estremismi nazional-religiosi.

Gadi Eisenkot, 66 anni, già capo di Stato maggiore dell’esercito israeliano, ha lanciato ufficialmente la campagna del suo partito centrista Yashar, “Dritto” o “Onesto”, candidandosi a guidare il governo dopo Benjamin Netanyahu, in vista delle elezioni in programma in autunno.

L’operazione appare politicamente decisamente insidiosa per Netanyahu.

Eisenkot contrasta Netanyahu da una linea di sicurezza dura, nazionale e “responsabile”, capace di ottenere anche consensi in seno agli elettori vicini al Likud dell’attuale Premier.

Eisenkot appartiene al mondo mizrahi, cioè degli ebrei originari del Medio Oriente e del Nord Africa, storicamente centrale nella base sociale della destra israeliana.

Eisenkot è considerato un falco sul piano militare ed è associato alla cosiddetta “dottrina Dahiyeh”, la strategia di risposta sproporzionata contro il movimento sciita libanese Hezbollah e altre milizie in aree da cui partono attacchi contro Israele. Il suo profilo personale è stato segnato dalla guerra: il figlio Gal Meir, 25 anni, è stato ucciso a Gaza nel dicembre 2023 e due suoi nipoti sono morti nello stesso conflitto.

Non è la prima volta che Eisenkot entra in politica: nel 2022 fu eletto alla Knesset come indipendente nell’area di Unità nazionale, il partito di Benny Gantz, ed entrò poi nel gabinetto di guerra dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Ne uscì nel 2024 accusando Netanyahu di non avere una strategia chiara per Gaza.

Secondo l’Agenzia NOVA, i sondaggi spiegano perché il suo nome preoccupa sia Netanyahu sia l’opposizione. Una rilevazione di “Channel 12” pubblicata il 4 giugno, condotta da Midgam su 505 intervistati, con margine d’errore del 4,4 per cento, attribuiva al Likud 23 seggi, al blocco Bennett-Lapid 21 e a Yashar 19; soprattutto, nella domanda sulla “idoneità” alla carica di premier, Eisenkot superava Netanyahu per 38 a 35 per cento.

Un sondaggio Maariv ripreso da “Al Jazeera” il 12 giugno indicava invece il Likud a 22 seggi, Bennett a 21 e Yashar a 20, confermando una corsa ormai tripolare. La sua possibilità di vincere dipende meno dal primo posto e più dalla coalizione. In Israele non basta arrivare davanti: serve costruire una maggioranza di almeno 61 seggi su 120. Eisenkot potrebbe risultare più aggregante del Likud verso centro, sinistra e parte dell’opposizione, ma dovrà scegliere se appoggiarsi anche ai partiti arabi o cercare un’intesa più ampia senza snaturare la propria linea, soprattutto sulla leva obbligatoria per gli ultraortodossi.

Netanyahu, intanto, resta forte ma vulnerabile. Oltre alla gestione di Gaza, Libano e Iran, pesa il lungo processo per corruzione. Il premier è imputato in tre procedimenti: nel caso 1000 per presunti regali ricevuti da uomini d’affari, nel caso 2000 per un presunto accordo con l’editore di “Yedioth Ahronoth” per ottenere copertura favorevole, e nel caso 4000 per presunti favori regolatori al gruppo Bezeq in cambio di una copertura positiva sul sito “Walla!”. Netanyahu nega ogni accusa e parla di persecuzione politica. I giudici hanno però suggerito alla procura di valutare la caduta dell’accusa di corruzione nel caso 4000, offrendo al premier israeliano un argomento politico prima del voto, ma non cancellando il peso giudiziario della sua leadership.

https://www.washingtoninstitute.org/policy-analysis/guidelines-israels-national-security-strategy
https://www.agenzianova.com/news/israele-chi-e-eisenkot-il-generale-che-prova-a-sfidare-netanyahu/
https://www.huffingtonpost.it/blog/2026/08/27/news/londa_eisenkot_sta_per_abbattersi_su_netanyahu_ma_non_sara_una_rivoluzione-22597044/

L’irrigidimento di Israele verso Regno Unito, Spagna e Olanda

Da alcune settimane stiamo assistendo ad un irrigidimento politico diplomatico di Israele nei confronti di diversi stati europei, assolutamente inaspettato solo alcuni anni orsono.

Dalle Pagine di Time of Israel leggiamo infatti che il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha annunciato che i rappresentanti olandesi saranno espulsi dal centro di coordinamento internazionale per Gaza, sostenuto dagli Stati Uniti e situato nella città israeliana meridionale di Kiryat Gat, citando una serie di “misure anti-israeliane” adottate dai Paesi Bassi.

“I rappresentanti dei Paesi Bassi saranno espulsi immediatamente dal Centro Internazionale di Aiuto per Gaza a Kiryat Gat. Ho preso questa decisione oggi, con l’approvazione del Primo Ministro Netanyahu, a seguito di una serie di misure anti-israeliane adottate dal governo olandese”, ha scritto Sa’ar su X.

Sa’ar ha citato come esempio più recente, afferma sempre il quotidiano israeliano, la decisione dei Paesi Bassi, presa a luglio, di vietare le importazioni provenienti dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania, a partire dal 22 settembre.

“La comunicazione di questa decisione è stata recapitata questa sera all’ambasciata olandese in Israele e, naturalmente, anche ai nostri amici americani. Ai rappresentanti olandesi è stato chiesto di lasciare Israele entro una settimana”, ha aggiunto Sa’ar.

In seguito all’attacco del 7 ottobre 2023 guidato da Hamas e alla successiva guerra di Gaza, i Paesi Bassi hanno adottato una serie di misure contro Israele, tra cui il divieto di ingresso nel paese per il ministro delle Finanze di estrema destra Bezalel Smotrich e per il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, la limitazione delle esportazioni di armi verso Israele e il sostegno a una maggiore pressione europea sulle politiche israeliane a Gaza e in Cisgiordania.

“La politica anti-israeliana del governo olandese è stata accompagnata da un’ondata senza precedenti di antisemitismo e boicottaggi nei Paesi Bassi. Il nostro messaggio è chiaro: chi agisce contro Israele non avrà alcun potere nella regione. Israele non permetterà che vengano prese misure contro di esso senza una reazione”, ha affermato il ministro degli Esteri israeliano.

Merita evidenziare ai pochi distratti del web, che il centro di Kiryat Gat è stato originariamente istituito come Centro di coordinamento civile-militare (CMCC) nell’ambito del piano del presidente statunitense Donald Trump per porre fine alla guerra di Gaza, e ospita rappresentanti internazionali incaricati di monitorare il cessate il fuoco tra Israele e Hamas, facilitare la consegna degli aiuti e sviluppare le politiche postbelliche per la Striscia. Da allora è stato ristrutturato e rinominato Centro Internazionale di Aiuto per Gaza.

Ricordiamo inoltre che Sa’ar aveva assunto una decisione simile nell’aprile u.s. , vietando l’accesso ai rappresentanti spagnoli alla base di Kiryat Gat a causa di quella che aveva definito “l’ossessione anti-israeliana” di Madrid.

In tale contesto il 27 agosto, in un lungo editoriale, il Jerusalem Post non solo ha confermato quanto riferito dal Time of Israel ma ha affermato altresì che:

“La prossima prova potrebbe essere la Gran Bretagna. Il ministro degli Esteri Ed Miliband ha recentemente definito la pubblicazione da parte di Israele dei bandi di gara per la costruzione nell’area E1 “un atto inaccettabile e distruttivo”, ha chiesto a Israele di interrompere il progetto e ha avvertito che il Regno Unito non “resterà a guardare mentre si assiste alla distruzione della soluzione dei due Stati”.

Sa’ar ha respinto sia il contenuto della dichiarazione di Miliband sia “il tono paternalistico delle sue parole”. La Gran Bretagna ha il diritto di opporsi alla politica israeliana. Non ha il diritto di impartire lezioni a Israele come se si rivolgesse a un ex colono indisciplinato il cui ruolo è quello di ascoltare e obbedire.

Sa’ar, sempre secondo i media israeliani, ha anche giustamente definito la dichiarazione di Miliband del tutto unilaterale. Ha poi enunciato il principio che dovrebbe guidare la risposta di Israele: “La decisione del governo britannico di danneggiare le relazioni tra i nostri paesi è profondamente deplorevole. Ma Israele non sarà una vittima passiva di questa politica. Israele difenderà i suoi diritti, i suoi interessi e il suo popolo”.

Israele non è tenuto a rispondere a ogni critica, né ogni risposta dovrebbe essere massimalista. Ma quando la critica si trasforma in politiche volte a danneggiare le relazioni, Gerusalemme dovrebbe stabilire quali elementi di tali relazioni la Gran Bretagna non può più dare per scontati.

Ciò potrebbe comportare un declassamento diplomatico, l’esclusione da un determinato forum o una rivalutazione di specifiche forme di cooperazione. La risposta dovrebbe essere proporzionata all’offesa e tutelare gli interessi di Israele, non limitarsi a sfogare la rabbia.

Infine, poche ore orsono, sempre il Jerusalem post ha dichiarato che Israele starebbe seriamente valutando la possibilità di espellere funzionari britannici, e forse anche di altri paesi europei, dal centro di coordinamento guidato dagli Stati Uniti per la Striscia di Gaza. In particolare, si precisa che attualmente la Gran Bretagna possiede la seconda delegazione più numerosa, dopo gli Stati Uniti, presso il quartier generale del CMCC a Kiryat Gat, e il vice del generale americano al comando della forza è britannico.

Merita evidenziare che la scorsa settimana, oltre 100 ex diplomatici francesi e britannici hanno pubblicato e firmato una lettera aperta accusando Israele di distruggere sistematicamente Gaza e la sua popolazione. La lettera è stata pubblicata poco dopo che Israele era stato condannato da 11 paesi , tra cui Francia e Regno Unito, per aver pubblicato i bandi di gara per il progetto di insediamento E1 .

I paesi hanno definito il progetto “inaccettabile”, e il Regno Unito ha aggiunto che avrebbe preparato sanzioni mirate contro coloro che sono coinvolti nell’espansione degli insediamenti.

Entrambi i paesi hanno riconosciuto lo Stato di Palestina nel 2025.

Separatamente, il cancelliere austriaco Christian Stocker ha dichiarato sabato su X/Twitter che Israele “deve ritirare immediatamente i piani di insediamento E1 e fermare l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania”.

Una situazione diplomatica delicata, potenzialmente esplosiva.

https://www.timesofisrael.com/saar-boots-dutch-from-us-backed-gaza-coordination-center-over-anti-israel-measures/
https://www.jpost.com/opinion/article-906691
https://www.jpost.com/israel-news/article-906720




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Stefano Silvio Dragani

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