di Filippo Visentin*
«Oggi – scrive Filippo Visentin – la sfida della comunicazione sulla disabilità non è più una questione di buone maniere o di parole corrette, ma è una sfida politica e culturale, ossia quella di raccontare la disabilità senza ridurla a etichetta o a leva di marketing, riconoscendo le differenze senza trasformarle in eccezioni commerciali, dando spazio alle persone senza selezionarle in base alla loro telegenicità. Ed è qui che si misura la maturità di una società: nella capacità di raccontare ogni persona non per quanto è spendibile sul mercato dell’attenzione, ma per tutto ciò che è».
Qualche giorno fa mi è capitato di tenere una lezione all’interno di un corso di formazione dedicato ai temi della disabilità e dei diritti. Come spesso accade, la parte più interessante è sempre quella relativa al confronto con i partecipanti.
Ascoltando le loro domande, mi sono reso conto di un aspetto che continua a colpirmi ogni volta che ne faccio esperienza. Molti di quei ragazzi non avevano un’immagine pietistica o mortificante della disabilità. Per loro era del tutto normale pensare a una persona non vedente che scia, a un atleta in carrozzina che pratica sport ad alto livello, a chi affronta sfide straordinarie e conquista risultati importanti. Quando però il discorso si spostava sulla vita quotidiana, emergevano dubbi completamente diversi. Come fai a scegliere i vestiti se non puoi vedere i colori? Come riconosci le banconote? Come riesci a sapere se stai salendo sull’autobus giusto? E ancora: una persona in carrozzina può vivere da sola? Come fa a uscire di casa quando piove? Come organizza una vacanza?
Domande legittime, naturalmente, che non nascono dalla cattiveria o dal pregiudizio, ma piuttosto da una scarsa familiarità con la vita reale delle persone con disabilità. Eppure, ascoltandole una dopo l’altra, ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a un piccolo paradosso. Sappiamo immaginare il non vedente che scende lungo una pista da sci, ma facciamo fatica a immaginare come possa prepararsi una colazione. Conosciamo le imprese straordinarie, ma ignoriamo la normalità.
È stato allora che sono voluto tornare a una riflessione sul rapporto tra disabilità e comunicazione. Perché questa distanza non nasce per caso. È anche il risultato delle storie che ci vengono raccontate e di quelle che, invece, restano fuori dall’inquadratura.
Per molti anni il problema principale è stato l’invisibilità. Le persone con disabilità erano pressoché assenti dai media. Oggi la situazione sembra profondamente cambiata. La disabilità è sempre più presente nello spazio pubblico. Se ne parla nei giornali, in televisione, nei social. Compaiono persone con disabilità nelle campagne pubblicitarie, nei programmi di intrattenimento, qualche volta anche nelle serie televisive.
A prima vista potrebbe sembrare il segno di una conquista importante. E in parte lo è. Eppure la domanda che oggi dovremmo porci non è più soltanto quanto si parli di disabilità. La vera questione, a mio avviso, è un’altra: come se ne parla e, soprattutto, quale disabilità stiamo accettando di guardare.
Per molto tempo il racconto si è ridotto a due immagini contrapposte: la vittima fragile o l’eroe straordinario. Due narrazioni apparentemente opposte, ma accomunate dallo stesso limite: entrambe fanno della menomazione il centro assoluto della persona. Oggi che la società è cambiata, che i linguaggi e le rivendicazioni dei diritti sono più maturi, quegli schemi non sono scomparsi; si sono semplicemente evoluti in forme più sottili e, proprio per questo, più insidiose.
Assistiamo infatti a una vera e propria selezione estetica della disabilità. I media e il marketing non sembrano avere abbattuto i vecchi recinti: li hanno soltanto un po’ allargati per fare entrare ciò che è funzionale al racconto contemporaneo. Viene rappresentata quasi esclusivamente una disabilità standardizzata, telegenica, performante, socialmente ed esteticamente accettabile. Una disabilità che si esprime con scioltezza, che non disturba e che si adatta perfettamente ai ritmi dell’intrattenimento. Il resto – la complessità delle disabilità intellettive e relazionali, la durezza delle patologie croniche e degenerative, la gravità della non autosufficienza – rimane confinato nell’ombra. Perché non produce engagement, non genera like e non rassicura lo spettatore. Siamo passati dall’invisibilità totale a una visibilità condizionata: ti mostro solo se rispetti i miei canoni di fruibilità.
Questo fenomeno si inserisce nella trappola del cosiddetto Diversity Washing. Spesso la presenza della disabilità sullo schermo non risponde a un reale cambiamento culturale, ma a un’esigenza performativa di aziende ed emittenti, utile a esibire una sorta di patente di eticità. Si crea così un corto circuito pericoloso: celebriamo l’inclusione virtuale mentre la società reale resta drammaticamente inaccessibile.
Lo schermo rischia di trasformarsi in un anestetico sociale. Mostra storie patinate di successo individuale, mentre restano sullo sfondo le mancanze della politica, i tagli ai servizi, la fatica delle famiglie, l’isolamento dei caregiver e la sistematica violazione di molti diritti fondamentali.
A esasperare questa dinamica contribuisce l’architettura stessa dei media contemporanei, regolati da una sorta di algoritmo emotivo. Sulle piattaforme digitali e nei formati televisivi sempre più rapidi, la complessità delle vite fatica a trovare spazio. L’algoritmo premia la reazione immediata: l’indignazione feroce oppure la commozione istantanea. È quella che l’attivista Stella Young chiamava Inspiration Porn, ossia l’utilizzo della vita delle persone con disabilità come strumento motivazionale per chi disabile non è.
Se una storia non può essere ridotta a una pillola emotiva da consumare in pochi secondi, rischia dunque semplicemente di essere scartata.
Esiste, certo, un rischio opposto. Nel tentativo di evitare questi cliché, qualcuno potrebbe sostenere che non si debba più parlare di disabilità, invocando una neutralità di facciata. Sarebbe un errore altrettanto grave. La disabilità esiste, produce ostacoli concreti, discriminazioni ed esclusioni. Ignorarla non significherebbe includere, ma rendere invisibili barriere reali che attendono ancora di essere abbattute.
La sfida della comunicazione, oggi, non è più una questione di buone maniere o di parole corrette. È una sfida politica e culturale. Significa trovare un equilibrio difficile: raccontare la disabilità senza ridurla a etichetta o a leva di marketing, riconoscere le differenze senza trasformarle in eccezioni commerciali, dare spazio alle persone senza selezionarle in base alla loro telegenicità.
Il punto non è costruire narrazioni positive o negative. Il punto è costruire narrazioni vere, racconti capaci di reggere l’urto della complessità, mostrando le relazioni, i desideri, i talenti e le fragilità che accomunano tutti gli esseri umani, senza sconti e senza finzioni.
Quando la comunicazione riesce a fare questo, smette di essere soltanto uno strumento di intrattenimento o di posizionamento commerciale. Diventa uno spazio di cittadinanza.
Ed è esattamente qui che si misura la maturità di una società: nella capacità di raccontare ogni persona non per quanto è spendibile sul mercato dell’attenzione, ma per tutto ciò che è.
* Direttore responsabile della testata «Superando», sulle cui pagine il presente testo è già stato pubblicato. Esso viene qui ripreso, con lievi adattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.
Ultimo aggiornamento il 11 Giugno 2026 da Simona
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