Un agguato fallito, un bambino in auto, una vendetta da organizzare e un’alleanza tra gruppi criminali di Foggia e del Gargano per dare la caccia a Rocco Moretti. Le carte dell’inchiesta sui Francavilla riportano al settembre del 2016 e ricostruiscono, attraverso le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, una delle fasi più delicate della guerra tra le batterie della Società foggiana.
Al centro c’è il tentato omicidio di Roberto Sinesi detto “lo zio”, esponente di vertice della batteria Sinesi-Francavilla, avvenuto il 6 settembre 2016 in via San Giovanni Bosco a Foggia.
Secondo quanto riportato negli atti, una Fiat 500 rossa rubata affiancò l’auto sulla quale viaggiavano Sinesi, la figlia e il nipotino di 4 anni, figlio di Antonello Francavilla. Dal mezzo partirono almeno sedici colpi di arma da fuoco, esplosi con un Kalashnikov e una pistola.
Sinesi rimase ferito alla zona scapolare, mentre il nipote fu raggiunto a una spalla. La figlia rimase illesa.
Per quell’agguato gli investigatori collocarono nel gruppo di fuoco Giuseppe Albanese, indicato come esponente della batteria Moretti-Pellegrino, insieme ad altri complici e condannato a 20 anni in primo grado. Le successive dichiarazioni dei collaboratori hanno poi allargato la ricostruzione, facendo emergere nomi, alleanze e retroscena.
Il summit prima dell’agguato: Romito, Moretti, Ricucci e Prencipe
Prima del tentato omicidio di Roberto Sinesi, secondo quanto riferito dal collaboratore Giuseppe Francavilla, ci sarebbe stato un incontro tra esponenti di primo piano dell’area criminale contrapposta.
Nel verbale, rispondendo alle domande del pm Cardinali, Francavilla parla di un summit al quale avrebbero preso parte Mario Luciano Romito, Rocco Moretti, Pasquale Ricucci e Salvatore Prencipe, tutti uccisi negli anni a seguire ad eccezione di Moretti.
Il collaboratore colloca quell’incontro in una fase in cui a Foggia sarebbe stata in vigore una sorta di “pax mafiosa”, un’intesa informale per evitare nuove escalation di sangue. Proprio per questo, nel suo racconto, la decisione di colpire Sinesi avrebbe rappresentato una rottura di quell’equilibrio.
Francavilla riferisce che sarebbe stato Mario Romito a imporre la linea, sostenendo che “questa situazione si deve fare e basta”. Alla domanda del magistrato su chi avesse deciso l’omicidio, il collaboratore indica Mario Romito, Matteo Lombardi e Pasquale Ricucci, aggiungendo però che la scelta sarebbe stata presa “in accordo con Moretti”.
Secondo il racconto, dunque, l’agguato a Sinesi non sarebbe stato un’azione estemporanea, ma il frutto di una decisione condivisa maturata ai vertici del fronte avversario.
È sempre Giuseppe Francavilla a spiegare che queste informazioni gli sarebbero state riferite da Pietro La Torre, boss garganico detto “U’ Muntaner”, conosciuto durante la detenzione a Vicenza nel 2023. La Torre, secondo il collaboratore, gli avrebbe raccontato i dettagli della riunione e il retroscena che avrebbe preceduto l’agguato del 6 settembre 2016.
Questo passaggio rafforza il quadro ricostruito nelle carte: prima il summit e la decisione di eliminare Sinesi, poi l’attentato, quindi la reazione dei Francavilla e il progetto di vendetta contro Rocco Moretti. È proprio questa sequenza a mostrare come l’episodio si inserisse in una dinamica di guerra più ampia tra batterie foggiane e alleanze garganiche.
Il bambino nell’auto e il racconto di Giuseppe Francavilla
Uno dei passaggi più crudi emerge dalle dichiarazioni di Giuseppe Francavilla. Il collaboratore riferisce ai magistrati di avere appreso alcuni particolari proprio da La Torre che è anche cognato dell’ormai defunto Ricucci. Secondo il racconto riportato nel verbale, chi sparò contro Sinesi non avrebbe inizialmente visto il bambino presente nella vettura.
Francavilla racconta che, quando gli assalitori si accorsero della presenza del piccolo, l’azione si fermò. La circostanza viene descritta dallo stesso collaboratore come decisiva per la sopravvivenza di Sinesi.
“Si è salvato perché c’era il bambino”, riferisce Francavilla, aggiungendo che, secondo quanto gli sarebbe stato raccontato, “altrimenti era morto”.
La decisione di vendicarsi
Il punto decisivo arriva subito dopo. Secondo Giuseppe Francavilla, dietro l’agguato a Roberto Sinesi vi sarebbe stata una decisione maturata all’interno del fronte criminale contrapposto, con il coinvolgimento di esponenti foggiani e garganici.
Il collaboratore racconta di un incontro al quale avrebbero partecipato, tra gli altri, Rocco Moretti, esponenti dei Lombardi-Ricucci e altri soggetti dell’area criminale avversaria. Da qui sarebbe partita la risposta dei Sinesi-Francavilla.
Le carte descrivono una situazione nella quale l’agguato del 6 settembre rompeva equilibri e accordi che, almeno formalmente, avrebbero dovuto garantire una sorta di tregua tra le batterie.
“Volevamo una mano da loro”
A ricostruire in maniera ancora più dettagliata la preparazione della vendetta è Ciro Francavilla. Nel suo interrogatorio del 31 gennaio 2024, il collaboratore racconta che, dopo il tentato omicidio di Roberto Sinesi, suo fratello Giuseppe Francavilla avrebbe chiesto a Mario Clemente di far arrivare a Foggia alcuni esponenti della mafia garganica, tra cui Matteo Pettinicchio, Enzo Miucci e Giuseppe Silvestri detto “l’Apicanese”.
L’obiettivo viene indicato senza ambiguità nelle carte: “Volevamo una mano da loro… a prendere Rocco Moretti”. Secondo il racconto, Moretti era ritenuto responsabile dell’agguato contro Sinesi. Il summit si sarebbe svolto a Foggia, in una palazzina abbandonata nei pressi della scuola Santa Chiara, in zona via Arpi.
All’incontro, sempre secondo Ciro Francavilla, sarebbero stati presenti diversi uomini della batteria foggiana e gli esponenti garganici convocati. Due uomini armati avrebbero fatto da sentinelle all’ingresso.
“Siamo qui per il bambino”
C’è un passaggio che fotografa bene il significato attribuito a quell’incontro. Secondo Ciro Francavilla, gli uomini arrivati dal Gargano si sarebbero messi a disposizione anche per il fatto che nell’agguato era rimasto coinvolto il figlio di Antonello Francavilla.
“Siamo qui per il bambino. Ci mettiamo a disposizione. Quello che volete che dobbiamo fare, lo facciamo”, è il senso delle parole riportate nelle carte.
Il summit avrebbe dunque avuto una finalità precisa: individuare Moretti e organizzare la vendetta.
Ciro Francavilla racconta che si parlò esplicitamente di “marcare” il boss, cioè localizzarlo, seguirne gli spostamenti e preparare l’azione.
La caccia a Rocco Moretti
Da quel momento sarebbe cominciata una vera e propria caccia. Le dichiarazioni raccolte negli anni successivi descrivono pattugliamenti e ricerche tra Foggia, Manfredonia e la zona di Borgo Mezzanone, con uomini appartenenti a gruppi diversi impegnati nel tentativo di individuare Moretti.
Ma il progetto non arrivò mai a compimento.
Come già emerso in altri atti pubblicati da l’Immediato, gli uomini incaricati di cercarlo non riuscirono a localizzarlo. Moretti sarebbe poi tornato in carcere nell’ottobre 2017, sottraendosi di fatto alla possibile azione di vendetta.
Pettinicchio: “Partivamo da lì per l’omicidio”
Le dichiarazioni successive del collaboratore Matteo Pettinicchio, ex clan dei montanari, alleato ai Sinesi-Francavilla, aggiungono un ulteriore tassello.
Nel verbale del febbraio 2025, Pettinicchio indica una campagna tra Foggia e Borgo Mezzanone come luogo utilizzato dal gruppo per incontrarsi e preparare le azioni. “Da zio Mario, Mario Lanza che ha la campagna tra Borgo Mezzanone e Foggia”.
Alla domanda su quel posto, il collaboratore risponde che era anche il punto dal quale sarebbero partiti per cercare di uccidere Moretti.
“Quando partivamo per l’omicidio che dovevamo ammazzare a Rocco Moretti partivamo sempre da lì”, afferma, aggiungendo che in quella zona sarebbero state custodite anche armi e auto.
Una ricostruzione che, secondo gli atti, confermerebbe quanto già riferito dai fratelli Francavilla sulla concreta preparazione della vendetta.
L’ombra del vecchio omicidio di Mario Francavilla
Nelle dichiarazioni di Giuseppe Francavilla il racconto del 2016 si intreccia anche con vicende molto più lontane.
Il collaboratore richiama infatti l’omicidio di Mario Francavilla, avvenuto nel 1998, sostenendo che proprio quel delitto avesse lasciato una ferita profonda nei rapporti tra le famiglie criminali.
Francavilla attribuisce a esponenti dell’area garganica in combutta con i foggiani Trisciuoglio un ruolo nell’uccisione e, nel ragionamento riferito ai magistrati, contesta che Roberto Sinesi potesse essere considerato estraneo a quella vecchia decisione.
Il riferimento serve al collaboratore per spiegare quanto fossero stratificate le vendette e le responsabilità attribuite reciprocamente all’interno della malavita foggiana: faide che, a distanza di anni, continuavano a pesare sulle alleanze e sulle decisioni omicidiarie.
Su quel vecchio delitto, come già emerso da altri verbali dell’inchiesta, le dichiarazioni dei collaboratori hanno riaperto scenari e indicato possibili responsabilità che non equivalgono, però, a una verità giudiziaria definitiva.
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Francesco Pesante
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