Nuovo allarme al confine con il Tibet: soccorsi sospesi e residenti in fuga verso le alture. Tra i 644 stranieri ancora dispersi ci sono tre italiani. Due connazionali sono stati tratti in salvo

Non è ancora finita. A due giorni dalla catastrofica alluvione che ha travolto il Nepal e il Tibet, un lago formatosi dietro l’enorme accumulo di fango, rocce e detriti ha iniziato a tracimare, facendo scattare un nuovo allarme nelle stesse comunità appena devastate dalla piena. Nel distretto nepalese di Rasuwa, al confine con la Cina, alcuni residenti sono tornati a correre verso le alture per mettersi al riparo da un possibile improvviso innalzamento del livello del fiume. E mentre cresce il rischio di una nuova ondata, continua ad aggravarsi anche il bilancio della tragedia. I morti accertati in Nepal sono saliti a 538, secondo l’ultimo aggiornamento diffuso venerdì mattina dalla polizia del Paese. A questi si aggiungono le tre vittime finora confermate dalle autorità sul versante cinese del Tibet.

Il lago tracima, stop ai soccorsi

Il nuovo pericolo arriva dalla stessa enorme massa di detriti trascinata dalla prima piena, che ha ostruito il corso dell’acqua creando una vera e propria diga naturale. Dietro la barriera si è formato un lago il cui volume ha già superato i 2,5 milioni di metri cubi, contro una stima compresa tra 1,5 e 2 milioni soltanto il giorno precedente.

Il rischio di un cedimento improvviso ha costretto le autorità a interrompere temporaneamente anche le operazioni di soccorso. In Nepal lo stop è durato 90 minuti, mentre sul versante cinese la CCTV ha riferito che le squadre già riuscite a raggiungere l’area più pericolosa hanno ricevuto l’ordine di arretrare di un chilometro. Agli altri soccorritori è stato intimato di rimanere in zone sicure in attesa di nuove disposizioni. «Possiamo vedere che il livello dell’acqua nel fiume sta aumentando», ha spiegato a Reuters Narendra Pariyar, massimo funzionario amministrativo del distretto di Rasuwa.

Pechino aveva già mobilitato una squadra di ingegneri per effettuare ricognizioni aeree e realizzare una modellazione tridimensionale del nuovo bacino. L’obiettivo è capire come ridurre la pressione esercitata dall’acqua sulla barriera di detriti ed evitare che una seconda piena investa le comunità a valle.

Sono 2.381 i dispersi: tre italiani ancora irreperibili

Il quadro più drammatico resta quello delle persone delle quali non si hanno più notizie. Secondo l’ultimo aggiornamento della polizia nepalese, sono 2.381 i dispersi, tra i quali 644 cittadini stranieri. Il gruppo più numeroso è quello degli indiani, con 178 persone non ancora rintracciate, seguito da 65 statunitensi, 53 ucraini, 51 malesi, 35 australiani, 33 britannici e 25 canadesi.

Tra gli irreperibili ci sono anche tre italiani. Uno è Marco Ratto, orefice cinquantenne di Rapallo, che stava lasciando il Nepal in direzione del Tibet: l’agenzia di viaggi cinese che avrebbe dovuto prendere in carico il gruppo ha confermato di avere perso i contatti nella zona del valico. Gli altri due sono una coppia italo-svizzera che viaggiava nella direzione opposta, dal Tibet verso il Nepal. La Farnesina sta continuando le verifiche con le autorità locali e i tour operator.

Buone notizie sono arrivate invece per altri due connazionali. Valentina Piccinini e Stefano Lotumolo sono stati tratti in salvo insieme ad altri turisti stranieri nelle aree di Timure e Bhote Koshi. I due sono riusciti a sfuggire alla piena e sono stati successivamente trasferiti in sicurezza. Sul versante tibetano, le autorità cinesi avevano invece segnalato 558 dispersi nella contea di Gyirong, 260 dei quali stranieri. I conteggi restano in continuo aggiornamento mentre vengono verificate le liste dei viaggiatori e delle persone presenti nella zona al momento della catastrofe.

Oltre cento persone ancora intrappolate nel tunnel

Nonostante le enormi difficoltà, la macchina dei soccorsi continua a lavorare dove le condizioni lo consentono. Secondo la polizia sono state finora tratte in salvo 1.545 persone: 644 a Rasuwa, 898 a Nuwakot e tre a Dhading.

Una delle operazioni più delicate riguarda l’impianto idroelettrico nella zona del Trishuli, investito dalla piena. Circa 350 lavoratori e residenti sono stati già portati in salvo, mentre oltre cento persone risultano ancora intrappolate nel tunnel. L’esercito nepalese sta tentando di raggiungerle in condizioni rese particolarmente difficili dal maltempo e dall’enorme portata del fiume. Restano inoltre dispersi 28 agenti della polizia nepalese.

Dieci milioni di metri cubi di ghiaccio precipitati dalla montagna

Le prime analisi scientifiche consentono intanto di ricostruire meglio l’origine della catastrofe. Secondo il geologo Giovanni Crosta, dell’Università Milano-Bicocca e della Società geologica italiana, una gigantesca massa di ghiaccio e roccia si sarebbe staccata da un ghiacciaio situato a circa 5.100 metri di quota, precipitando per circa 1.400 metri nella valle sottostante.

La porzione di ghiacciaio coinvolta avrebbe avuto una larghezza di circa 600 metri, una lunghezza di 400 e uno spessore vicino ai 50 metri. Una prima valutazione parla di almeno 10 milioni di metri cubi di ghiaccio mobilitati, ai quali si sono aggiunti enormi quantitativi di rocce, fango e detriti raccolti durante la discesa. La massa si è riversata con una violenza impressionante lungo i sistemi fluviali himalayani, spazzando via villaggi, strade, ponti e impianti idroelettrici e trascinando corpi e macerie per decine di chilometri.

Ora, proprio mentre elicotteri e squadre di soccorso continuano a cercare superstiti nelle vallate isolate, la montagna presenta una nuova minaccia. Il lago di sbarramento sta tracimando e l’acqua torna a salire. Per migliaia di persone che hanno appena visto scomparire case, strade e interi villaggi, l’incubo è che la piena possa colpire una seconda volta.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Ginevra Lai

Source link