Il no del Consiglio regionale alla richiesta di stato di emergenza consegna alla destra un argomento politico facile e costruisce una contrapposizione che sul piano istituzionale non regge. Si può intervenire subito sulle conseguenze del terremoto e, insieme, costruire una strategia per un fenomeno destinato a durare.
Campi Flegrei, 28 Agosto – Quello di Roberto Fico e del Consiglio regionale della Campania è un errore grave. E lo è per due ragioni: politica e istituzionale.
È un errore politico perché consegna alla destra un’arma che la maggioranza si è costruita da sola.
La risoluzione bocciata era della minoranza. Da oggi, chiunque potrà raccontare — strumentalizzando il dato giuridico, ma poco importa — che a Pozzuoli non si agisce perché la Regione non lo ha voluto.
È un racconto che si può smontare soltanto entrando nelle tecnicalità. Ma le tecnicalità non arrivano mai a chi dorme fuori casa da un mese. Arriva, invece, il messaggio più semplice: la Regione ha detto no.
Ed è proprio questo il punto politico.
Ma l’errore è anche istituzionale, perché si è costruita un’alternativa là dove l’alternativa non esiste.
In Aula sarebbe stato necessario dire con chiarezza una cosa elementare: stato di emergenza e legge speciale non si contrastano.
Sono strumenti diversi, che agiscono su piani diversi e con tempi diversi. E possono essere utilizzati entrambi.
Lo stato di emergenza, previsto dagli articoli 24 e 25 del Codice della protezione civile, è uno strumento temporaneo, deliberato dal Consiglio dei ministri su richiesta della Regione. Serve a intervenire subito: assistenza alla popolazione, ordinanze in deroga, accesso al Fondo per le emergenze nazionali, primi interventi per ridurre il rischio residuo.
La legge speciale serve invece a governare il lungo periodo: prevenzione strutturale, miglioramento sismico, messa in sicurezza del patrimonio edilizio.
Uno serve a fare adesso. L’altra a costruire i prossimi vent’anni.
Perché, dunque, metterli in contrapposizione?
Non sarebbe una duplicazione. È già accaduto.
Nel Centro Italia, dopo il terremoto del 2016, lo stato di emergenza ha convissuto con il decreto-legge 189 e con la struttura commissariale per la ricostruzione. È accaduto a Ischia. È accaduto in Emilia-Romagna nel 2023.
E lo dimostra anche il caso dei Campi Flegrei: il decreto-legge 144 è in vigore dal 7 agosto. Nessuno ha mai sostenuto che quel provvedimento impedisse di utilizzare, quando necessario, ulteriori strumenti emergenziali.
C’è poi la questione della “natura stabile del fenomeno”.
Il bradisismo è perenne. Ma lo stato di emergenza non si dichiara sul vulcano.
Si dichiara sulle conseguenze di un evento.
Il terremoto del 31 luglio è un evento preciso. Ha una data. Ha prodotto danni. Ha lasciato persone fuori dalle loro abitazioni. Ha generato una situazione concreta di emergenza.
Il fatto che il rischio sia strutturale non cancella l’emergenza determinata dal danno.
Confondere il piano del rischio con quello del danno significa, in sostanza, spostare la discussione dal problema alla definizione del problema. È una distinzione formalmente sofisticata, ma politicamente sterile.
Perché intanto le persone restano fuori casa.
Poi c’è una domanda. Una domanda che in Aula nessuno ha posto.
Le basi dei team dell’America’s Cup 2027 sorgono sulla colmata di Bagnoli, dentro la caldera flegrea. Le regate sono previste per la primavera-estate del prossimo anno. I cantieri corrono adesso.
Dichiarare lo stato di emergenza su quell’area significherebbe certificarne formalmente la condizione di crisi davanti al Paese, agli sponsor e alle federazioni internazionali.
Non c’è la prova che questa sia la ragione del no. E non la si può attribuire a nessuno senza prove.
Ma è un’ipotesi che resta sul tavolo.
E quando una decisione produce un effetto politico così evidente, la politica ha il dovere di spiegare.
La domanda, dunque, è semplice: se non è questa la ragione, quale altra ragione lo è?
Non basta invocare la legge speciale. Bisogna spiegare perché l’emergenza e la prevenzione debbano essere messe una contro l’altra, quando possono procedere insieme.
Roberto Fico potrebbe farlo anche raccogliendo una proposta che arriva da NuRige: tenere insieme la riduzione volontaria della densità abitativa nell’area flegrea e la rigenerazione delle aree interne della Campania.
Volontaria.
Questa parola è decisiva.
Non si tratta di mandare via nessuno. Si tratta di offrire una possibilità a chi vuole andare via.
Perché c’è una contraddizione evidente: a Pozzuoli si continua a vivere in un territorio ad altissima densità abitativa, sopra una caldera attiva, mentre intere aree interne della Campania continuano a perdere popolazione, servizi e prospettive.
Decine di famiglie stanno già scegliendo di spostarsi. Lo fanno da sole, in ordine sparso, senza una strategia pubblica e senza un sostegno adeguato.
La politica potrebbe trasformare una somma di decisioni individuali in una politica territoriale.
Non una delocalizzazione forzata, ma una scelta accompagnata.
Non l’abbandono dei Campi Flegrei, ma una diversa distribuzione della popolazione.
Non la fuga, ma una strategia.
È questa la responsabilità che oggi dovrebbe assumersi la Regione.
Perché il problema, alla fine, sta a monte.
Quando una leadership politica è il prodotto di un accordo e non di un percorso, il rischio è che chi governa non disponga della forza necessaria per assumersi fino in fondo il peso delle proprie decisioni.
Una leadership deve rispondere a un territorio. Deve poter decidere e spiegare le proprie decisioni. Deve assumersene il costo politico.
Non può limitarsi a custodire l’equilibrio che l’ha portata al vertice.
Sui Campi Flegrei, oggi, serve esattamente il contrario.
Serve scegliere.
E soprattutto serve smettere di contrapporre ciò che non è contrapposto: l’emergenza di oggi e la prevenzione di domani.
Perché lo stato di emergenza è temporaneo.
Il bradisismo no.
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Raffaele De Falco
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