#Finsubito news – Sud nel mirino del Pd, il vero braccio armato delle lobby padane che hanno dichiarato la guerra civile 11/07/2020


Le grandi opere pubbliche solo al Nord, i fondi comunitari per l’emergenza Coronavirus, ammesso che arrivino, soprattutto al Nord, gli stipendi migliori al Nord, i migranti positivi al virus assolutamente al Sud. Sono queste le inequivocabili sentenze emesse dalla politica nazionale. Emesse dal governo Conte e dai partiti che lo compongono: Partito democratico, Movimento 5 stelle, Italia viva e Liberi e uguali. L’ultima sparata, ma solo in ordine di tempo, è del sindaco di Milano, Beppe Sala, che ripropone un viaggio indietro nel tempo di circa 70 anni, e il ritorno alle gabbie salariali. L’ennesimo schiaffo in faccia alla dignità dei terroni, ritenuti buoni solo come bacino elettorale e come bassa manovalanza per le industrie settentrionali e la mafia. L’ennesimo schiaffo rivelatore di una guerra civile ormai in atto, dichiarata da tempo dalle lobby padane e giunta a una fase critica.

«È chiaro – ha detto ai giovani Democrat il sindaco di Milano, durante una diretta Facebook – che se un dipendente pubblico, a parità di ruolo, guadagna gli stessi soldi a Milano e a Reggio Calabria, è intrinsecamente sbagliato, perché il costo della vita in quelle due realtà è diverso».

Parole basate su un presupposto assolutamente falso – quello secondo il quale il costo della vita sarebbe diverso – e rivelatrici, una volta di più, della reale essenza del Pd. Che, al governo da quasi dieci anni, considerando pure l’appoggio offerto a Mario Monti sin dalla fine del 2011 e la sola parentesi gialloverde dell’attuale legislatura, ha privato il Meridione dell’alta velocità ferroviaria e di centinaia di miliardi di contributi statali, ne ha declassato i porti, facendoli fuori dalle principali rotte commerciali internazionali, e, più in generale, ne ha inibito sempre più il potenziale produttivo e imprenditoriale. Favorendo il ritardo socio – economico, il degrado, l’emarginazione, la dispersione scolastica e lo spopolamento. Oltre che la criminalità organizzata e no.

Una campagna discriminatoria, quella Dem, che negli ultimi mesi ha raggiunto livelli mai visti. Con i leader politici che, senza più nemmeno tentare di dissimulare le proprie intenzioni, proclamano apertamente le proprie mire contrarie ai principi unitari sanciti dalla Costituzione. «Prima il Nord», è l’imperativo professato negli ultimi giorni da un altro illustre esponente del Pd, Stefano Bonaccini, presidente dell’Emilia Romagna. Esaudito, nei fatti, dal governo Conte, con la bocciatura del Ponte sullo Stretto di Messina e la manovra per dirottare nelle aree più ricche dello Stivale la stragrande maggioranza delle risorse che Bruxelles disporrà, forse, per fronteggiare l’emergenza Covid-19. Senza tralasciare il tentativo di scippare il Mezzogiorno dei fondi strutturali europei e di ritardare ancora l’attuazione della cosiddetta quota 34, la legge mai applicata sull’equa distribuzione delle risorse agli enti locali.

Certo, se si togliessero i titoli in sovrimpressione e si ascoltassero i soli proclami – «Prima il Nord» o «è sbagliato che un dipendente pubblico di Milano guadagni quanto uno di Reggio Calabria» – si avrebbe l’impressione di ascoltare Umberto Bossi, Attilio Fontana o il Matteo Salvini di qualche anno addietro. A riprova di come il problema non siano i partiti ma la natura di certi individui: razzisti e antimeridionalisti a prescindere dall’ideologia politica. E se Il Capitano che rivendica l’eredità di Enrico Berlinguer lascia a dir poco perplessi, altrettanto inspiegabile è che al Nazareno si fregino dell’aggettivo “democratico”.

Le decisioni di entrambi i governi Conte e le dichiarazioni di personaggi tanto in vista nel Pd sono il chiaro segno di una guerra civile già in atto. Un oltraggio intollerabile, soprattutto se, a partorire ragionamenti simili, è uno come Sala. Responsabile, a suo tempo, dell’Expo. Una delle iniziative più corrotte, insieme al Mose, della storia della Repubblica. Con la propaganda di regime impegnata, però, a mettere in guardia l’opinione pubblica da infiltrazioni mafiose di cui nessuno ha certezza nell’appalto ectoplasmatico del Ponte sullo Stretto. Con gli squaletti arricchiti pentastellati, schierati contro l’opera che rivoluzionerebbe le sorti dell’intero Sud, oltre che della penisola, ma proni di fronte alla concessione del ricostruito viadotto Morandi di Genova a chi lo gestiva al momento del crollo che ha provocato la morte di 34 innocenti.

La verità è che l’Italia è tutto tranne che quel che i padri costituenti avevano ipotizzato. L’Unità non esiste, al pari della democrazia. Quando il solito leader leghista, appena un anno fa, invocò i pieni poteri, tutti i perbenisti radical chic della prima e dell’ultima ora si precipitarono a rievocare la Buonanima insieme a tutta la sua settima generazione. Ora che l’esecutivo, quei pieni poteri, se li prende, prorogando lo stato di emergenza, senza chiedere il permesso a nessuno, tanto meno al parlamento – e forse senza che ci siano nemmeno le condizioni sanitarie, come asseriscono illustri esperti – nessuno osa fiatare.

Del resto, in un Paese nel quale la scuola è stata demolita, quanti sono davvero in grado di comprendere? Quanti sono in grado di capire la gravità delle scelte di Giuseppe Conte e dei suoi colonnelli, delle parole di Bonaccini o di Sala?

A tentare di rendere un’idea di quante menzogne vengono spacciate per verità è Luigi Genovese, oggi su Facebook, intervenendo a proposito di quelli che definisce «gli stipendi dei terroni». «Il concetto di gabbia salariale, e quindi di stipendi proporzionati ad alcuni parametri come il costo della vita – ricostruisce il deputato regionale di Ora Sicilia – è stato in vigore in Italia dalla metà degli anni ’50 e per tutti gli anni ’60. Poi è stato abolito perché ritenuto discriminatorio. Ora il sindaco di Milano lo riabilita, affermando che un dipendente pubblico milanese non dovrebbe guadagnare gli stessi soldi di un dipendente pubblico che vive e lavora a Reggio Calabria: il primo meriterebbe uno stipendio più alto del collega, in sintesi. Al netto di ciò che si possa pensare, se guardiamo il quadro complessivo, considerando anche il privato, il 26° rapporto sulle retribuzioni OD&M Consulting ci dice che le regioni con le retribuzioni più elevate sono Lombardia, Emilia e Trentino. E che tutte le regioni meridionali soffrono per una differenza retributiva inferiore in tutti i campi professionali presi in esame da questa ricerca».


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