Bari: gli ultimi giorni di Pompei?


Tra multiproprietà, stadio e futuro: il Bari davanti alla scelta più difficile della sua storia recente

Il braccio di ferro

C’è qualcosa che ricorda davvero gli ultimi giorni di Pompei nella vicenda che sta vivendo il Bari. Non perché la città o la squadra stiano per essere cancellate da un’improvvisa catastrofe, ma perché si respira quella stessa inquietante sensazione di attesa che precede gli eventi destinati a cambiare la storia. Tutti vedono il problema, tutti ne parlano, tutti ne percepiscono la gravità, eppure nessuno riesce ancora a immaginare quale sarà l’esito finale di una vicenda che ogni giorno si complica ulteriormente.
Da una parte c’è la famiglia De Laurentiis, proprietaria della società attraverso Filmauro. Dall’altra il sindaco Vito Leccese, deciso a non concedere il via libera al San Nicola senza garanzie precise sul futuro del club. In mezzo c’è il Bari, retrocesso amaramente in Serie C dopo una stagione disastrosa, e soprattutto ci sono i tifosi, stanchi di sentirsi ostaggi di una situazione che dura ormai da anni.
Le parole pronunciate nei giorni scorsi dall’avvocato Mattia Grassani hanno avuto l’effetto di gettare benzina sul fuoco. In molti hanno letto nelle sue dichiarazioni la volontà di lavorare per una proroga del termine del 2028 relativo alla multiproprietà. Ed è proprio questo il punto che ha fatto esplodere ulteriormente il malcontento della piazza. Per una larga parte della tifoseria barese il problema non è soltanto la retrocessione. Le sconfitte fanno parte dello sport. Ciò che viene contestato è la sensazione che il Bari non abbia mai rappresentato una priorità assoluta, che sia stato gestito come una realtà subordinata ad altre esigenze, senza una vera prospettiva di crescita autonoma.
Per questo motivo molti tifosi vedono oggi nel sindaco Leccese una sorta di argine istituzionale. Non necessariamente un eroe, ma una figura che sta cercando di ottenere quelle garanzie che il mondo biancorosso aspetta da anni. E se davvero l’obiettivo della proprietà fosse quello di prolungare la multiproprietà oltre il 2028, difficilmente la piazza sarebbe disposta ad accettarlo. Sarebbe percepito come l’ennesimo rinvio, l’ennesima promessa mancata, l’ennesima dimostrazione che Bari continua ad essere considerata una succursale e non una destinazione.

Il dilemma

La domanda che aleggia su tutta questa vicenda è però un’altra: cosa conviene davvero al Bari? Restare in Serie C con l’attuale proprietà oppure affrontare il trauma di una ripartenza dall’Eccellenza?
È una domanda scomoda, quasi sacrilega, ma che oggi non può più essere evitata. Restare in Serie C avrebbe il vantaggio di conservare il titolo sportivo e di evitare una nuova umiliazione dopo quella del 2018. Ma quale Serie C sarebbe? Una Serie C costruita ancora una volta attraverso prestiti semestrali, giocatori di passaggio, scommesse a basso costo, obiettivi indefiniti e un mercato senza particolari ambizioni? Perché se il modello dovesse essere quello visto negli ultimi tre anni, allora il rischio non sarebbe soltanto quello di galleggiare nella mediocrità. In Serie C, senza un progetto serio, si può persino retrocedere. E l’idea di un Bari costretto a vivacchiare, senza una prospettiva di crescita e senza uno stimolo reale per chi scende in campo, rischierebbe di diventare persino più deprimente della retrocessione appena consumata.
Dall’altra parte c’è lo scenario che nessuno vorrebbe affrontare ma che qualcuno inizia persino a considerare. Ripartire dall’Eccellenza, liberandosi definitivamente della multiproprietà e aprendo la strada ad una nuova proprietà. Sarebbe una scelta dolorosa, forse drammatica, ma molti tifosi la vedrebbero come una liberazione. Per una piazza come Bari tornare in Serie D e poi in Serie C non sarebbe un’impresa impossibile. La forza del bacino d’utenza, la passione popolare e il peso del marchio Bari consentirebbero probabilmente una risalita relativamente rapida.
Il problema arriverebbe dopo. Perché il vero ostacolo non è tornare in Serie C. Il vero ostacolo è costruire una società capace di consolidarsi in Serie B e poi puntare alla Serie A. E qui si scontra la realtà con i sogni. Da sempre la tifoseria barese, e per molti aspetti giustamente, considera Bari una piazza che merita stabilmente la massima serie e che dovrebbe persino ambire a traguardi europei. Ma per sostenere un progetto del genere servono investimenti enormi, decine e decine di milioni ogni anno, strutture moderne, settore giovanile, organizzazione e una capacità finanziaria che va ben oltre l’acquisto del titolo sportivo.
Comprare il Bari, probabilmente, non sarebbe impossibile per molti imprenditori. Mantenerlo ai livelli che la città sogna è un’altra storia. Ecco perché, al netto della rabbia verso i De Laurentiis, bisogna avere il coraggio di guardare la realtà per quella che è. In Puglia esistono imprenditori capaci di acquisire il club. Molto meno numerosi sono quelli in grado di garantire una crescita stabile fino ai vertici del calcio italiano.

L’anima di Bari

Su tutto questo aleggia poi un’altra caratteristica tipicamente barese, che fa parte della storia stessa della città. Bari è capace di innamorarsi e disamorarsi nel giro di pochi giorni. Oggi molti sostengono senza esitazioni la linea dura del sindaco. Domani, qualora la mancata concessione dello stadio dovesse portare a conseguenze irreparabili, non sarebbe sorprendente assistere ad un improvviso cambio di prospettiva. La storia recente insegna che a Bari si passa con estrema facilità dalla contestazione all’entusiasmo e viceversa. Si proclama la diserzione eterna e poi bastano due vittorie consecutive per ritrovarsi con decine di migliaia di persone sugli spalti e migliaia in trasferta. È accaduto tante volte e probabilmente accadrà ancora.

Non è soltanto incoerenza. È il segno di un rapporto viscerale con la squadra, di un amore che spesso supera la razionalità. Bari vive il calcio come una parte della propria identità collettiva e proprio per questo reagisce in maniera emotiva, talvolta contraddittoria, quasi sempre passionale.

Forse il punto centrale della vicenda è che questa città continua a somigliare ad una delle Città invisibili di Italo Calvino: una città piena di possibilità, di potenzialità, di sogni mai completamente realizzati. Anche il Bari calcio sembra vivere da decenni in questa dimensione sospesa, oscillando continuamente tra ciò che è e ciò che potrebbe essere. Una piazza enorme che raramente riesce a trasformare il proprio potenziale in realtà.

E allora la vera domanda non è se il Bari giocherà in Serie C, in Eccellenza o altrove. La vera domanda è quale futuro si vuole costruire. Perché senza una visione credibile ogni categoria diventa soltanto un dettaglio. Come scriveva Antonio Gramsci, «la crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere». Oggi il Bari sembra trovarsi esattamente in quella terra di mezzo. Il vecchio modello è ormai contestato da gran parte della città, il nuovo ancora non si intravede. E mentre il tempo corre verso le scadenze federali, una città intera osserva l’orizzonte chiedendosi se questi siano davvero gli ultimi giorni di Pompei oppure soltanto il doloroso passaggio necessario verso una nuova ricostruzione.

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 Massimo Longo

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