Cosa non si farebbe per guadagnare qualche follower in più…
Questa è la stagione — o, se preferite, l’epoca — dei social network, dove migliaia di nullafacenti si mettono quotidianamente a pontificare sugli argomenti più disparati. Non perché abbiano qualcosa di nuovo, originale o realmente utile da dire, ma perché coltivano la speranza di riuscire un giorno a sbarcare il lunario in questo modo: chiacchierando.
Del resto, è certamente meno faticoso registrare un video davanti a uno smartphone che tirare su mattoni in un cantiere, raccogliere ortaggi sotto il sole d’agosto o consegnare pacchi per conto di un corriere.
E posso permettermi di dirlo senza timore di essere smentito.
Essendo uno di quelli che si è dovuto plurilaureare per necessità, ho attraversato molte delle esperienze lavorative che oggi vengono guardate con sufficienza da certi professionisti della tastiera. Ho fatto lavori manuali, lavori precari e lavori umili. Per questo motivo so perfettamente quanto sia più comodo produrre contenuti digitali rispetto a guadagnarsi da vivere con il sudore della fronte.
Rispetto a qualche decennio fa, quando per pubblicare un articolo bisognava studiare, documentarsi, scrivere e trovare qualcuno disposto a stamparti, oggi è una vera pacchia.
Capita così che nelle ultime ore mi sia toccato leggere e ascoltare alcune delle frescacce più colossali che la mente umana abbia mai partorito a proposito delle manifestazioni scoppiate in Albania contro il progetto di Jared Kushner di realizzare alcuni resort di lusso sull’isola di Saseno.
Nel giro di poche ore si è passati da obiezioni ambientali perfettamente legittime — perché ogni grande intervento urbanistico pone inevitabilmente questioni di tutela del territorio — a fantasiose teorie secondo cui saremmo addirittura di fronte a un piano per annettere l’intera provincia di Valona allo Stato d’Israele.
Il tutto sostenuto con la stessa incrollabile certezza con cui i terrapiattisti continuano ancora oggi a rivalutare le intuizioni cosmologiche di Anassimene.
Parliamo di persone che fino all’altro ieri ignoravano perfino l’esistenza di Saseno, non conoscevano la storia dell’Albania, non saprebbero collocare Valona su una carta geografica e ignorano completamente le dinamiche politiche, sociali e culturali del Paese.
Eppure oggi si atteggiano a profondi conoscitori della questione.
Lo si capisce da dettagli apparentemente insignificanti ma in realtà rivelatori.
Ad esempio dal fatto che, come tanti pappagalli, continuano a chiamare Saseno esclusivamente con il nome albanese di Sazan, senza nemmeno sospettare che quella piccola isola possiede una storia molto più complessa e stratificata di quanto immaginino.
Sembra un dettaglio.
Non lo è affatto.
Infatti, quando Venezia esercitava la propria influenza sulla regione di Valona e su Saseno tra il XIV e il XV secolo, l’Albania come Stato ancora non esisteva.
Poi vennero gli Ottomani e, dopo l’Unità d’Italia, i governi italiani tornarono a guardare con crescente interesse a quella sponda dell’Adriatico.
Non a caso, nel 1914, l’Italia occupò Valona e Saseno per controllare l’ingresso del Canale d’Otranto, mantenendo poi ufficialmente il possesso dell’isola fino al termine della Seconda guerra mondiale.
Lo Stato albanese, del resto, era nato appena due anni prima, nel 1912.
E quando il comunismo albanese crollò e il Paese precipitò nel caos delle piramidi finanziarie del 1997, furono ancora una volta gli italiani a tornare su Saseno.
Questa volta non come potenza occupante, ma attraverso la Guardia di Finanza che vi installò un presidio operativo destinato a rimanere sull’isola fino al 2009 per contrastare il traffico di esseri umani, gli scafisti e le attività criminali che infestavano il Canale d’Otranto.
Insomma, stiamo parlando di un’isola che, pur essendo oggi senza alcun dubbio parte dell’Albania, ha trascorso una parte considerevole della propria storia sotto entità statuali italiane.
Prima Venezia.
Poi il Regno d’Italia.
E persino dopo la fine della sovranità italiana, uomini e mezzi dello Stato italiano vi hanno continuato a operare per oltre un decennio.
Per questo motivo fa sorridere vedere certi commentatori trattare Saseno come se fosse un oscuro lembo di terra improvvisamente scoperto grazie ai social network.
La verità è che quell’isola era strategica quando molti degli Stati attuali dei Balcani non esistevano ancora.
Ed è proprio questa ignoranza della storia che conduce alcuni a scambiare l’importanza del Canale d’Otranto con il controllo dell’intero Mediterraneo.
Saseno è importante.
Molto importante.
Ma tra controllare l’Adriatico e controllare il Mediterraneo corre la stessa differenza che passa tra governare una provincia e governare un impero.
E soprattutto il fatto che nelle vicinanze approdi il TAP — il gasdotto che trasporta in Europa il gas proveniente dall’Azerbaigian — non significa affatto che chi controlla Saseno controlli automaticamente l’energia del continente, i commerci del Mediterraneo o gli equilibri geopolitici mondiali.
Significa semplicemente che ci troviamo in un’area strategicamente sensibile, come ce ne sono molte altre nel mondo.
Trasformare questa evidenza nella teoria secondo cui l’acquisto di qualche resort turistico costituirebbe il primo passo verso l’annessione di Valona allo Stato d’Israele non è geopolitica.
È fantapolitica.
Anche perché, se è vero che nella storia non sono mancati casi in cui l’iniziativa privata ha anticipato l’espansione politica di uno Stato, è altrettanto vero che ogni paragone va utilizzato con prudenza.
Si pensi, ad esempio, alla Baia di Assab sul Mar Rosso.
Nel 1869 la compagnia di navigazione Rubattino acquistò quel territorio che, pochi anni più tardi, sarebbe stato ceduto allo Stato italiano, costituendo il primo nucleo di quella che sarebbe poi diventata la colonia eritrea.
Ma stiamo parlando dell’Ottocento.
Stiamo parlando di un Regno d’Italia appena nato, desideroso di affermarsi tra le potenze europee e costretto spesso a muoversi attraverso strumenti indiretti.
Oggi il contesto è completamente diverso.
Gli Stati Uniti e Israele non sono fragili Stati nazionali dell’Ottocento.
Sono due tra le più influenti potenze militari, economiche e tecnologiche del pianeta.
E soprattutto non sembrano particolarmente inclini a nascondere i propri interessi strategici dietro operazioni immobiliari.
Negli ultimi anni Washington ha manifestato apertamente il proprio interesse per la Groenlandia e, in alcune dichiarazioni politiche, perfino per una più stretta integrazione del Canada con gli Stati Uniti.
Allo stesso modo Israele non ha mai avuto particolari remore nel rendere pubbliche le proprie posizioni riguardo alla Striscia di Gaza, al Libano meridionale o alle aree considerate di interesse strategico per la propria sicurezza.
Per questo motivo risulta difficile credere che due Stati di tale peso internazionale abbiano bisogno di ricorrere all’acquisto di qualche resort turistico per perseguire obiettivi geopolitici che, se realmente esistessero, verrebbero con ogni probabilità esposti e negoziati direttamente ai massimi livelli diplomatici.
Se Washington o Tel Aviv avessero realmente interesse a ottenere un controllo strategico su Saseno, lo avrebbero già fatto presente al governo di Tirana.
D’altronde, quando gli Stati hanno bisogno di infrastrutture o accordi strategici, non si nascondono dietro società immobiliari.
Lo dimostra anche il recente accordo tra il governo italiano e quello albanese per la realizzazione dei centri destinati alla gestione dei migranti: un’intesa dichiarata, negoziata e sottoscritta pubblicamente dai due esecutivi.
Per questo motivo trasformare il progetto di Jared Kushner nel preludio di una fantomatica annessione della provincia di Valona allo Stato d’Israele non significa fare geopolitica.
Significa semplicemente scambiare la fantasia per analisi.
Ma chi è, in fondo, Jared Kushner?
Per molti lettori europei il suo nome dice poco o nulla.
Eppure stiamo parlando di uno degli uomini più influenti dell’ultimo decennio della politica americana.
Imprenditore immobiliare, finanziere e genero di Donald Trump, Kushner è stato uno dei principali consiglieri della Casa Bianca durante il primo mandato del presidente repubblicano, occupandosi di dossier internazionali delicatissimi e contribuendo alla firma degli Accordi di Abramo tra Israele e diversi Paesi arabi.
Terminata l’esperienza politica, è tornato a fare ciò che aveva sempre fatto: investimenti, oltre che occuparsi di diplomazia informale come nel caso del dossier ucraino piuttosto di quello mediorientale.
Attraverso il proprio fondo d’investimento ha iniziato a guardare con crescente interesse ai Balcani e in particolare all’Albania.
E, a ben vedere, non è difficile comprenderne le ragioni.
Vi è infatti un ulteriore elemento che molti commentatori sembrano ignorare.
L’Albania del 2026 non è la Francia.
Non è la Germania.
Non è neppure l’Italia.
Per ragioni storiche, economiche e politiche, Tirana continua a offrire margini di manovra che in gran parte dell’Europa occidentale risultano ormai impensabili.
Procedure amministrative più snelle, minori vincoli urbanistici, una pressione burocratica inferiore e una maggiore disponibilità delle istituzioni a favorire grandi investimenti internazionali rendono il Paese particolarmente attrattivo per chi intende sviluppare progetti turistici e infrastrutturali di larga scala.
In altre parole, ciò che in molte aree del continente richiederebbe anni di autorizzazioni, ricorsi, opposizioni e controversie giudiziarie, in Albania può essere realizzato con tempi e costi decisamente più contenuti.
Dalla caduta del comunismo l’Albania ha conosciuto due grandi shock sistemici: il collasso economico della transizione dei primi anni Novanta e la catastrofe delle piramidi finanziarie del 1997, che portò il Paese sull’orlo della guerra civile.
Due eventi preceduti da illusioni collettive, bolle speculative e aspettative di crescita che sembravano destinate a non finire mai, salvo poi infrangersi contro la realtà.
Ebbene, la crescita tumultuosa dell’Albania di Edi Rama non è soltanto il risultato della maturazione di un Paese che ha imparato dai propri errori.
È anche il prodotto di una serie di fattori che, almeno in parte, richiamano dinamiche già viste in passato.
Da un lato le enormi rimesse provenienti dalla diaspora albanese sparsa in Europa e nel mondo; dall’altro i capitali affluiti nel Paese attraverso canali ben più controversi.
A ciò si è aggiunta la scoperta dell’Albania da parte del turismo europeo a basso costo, che per anni ha trasformato le coste del Paese nella destinazione ideale per milioni di vacanzieri in cerca di prezzi contenuti.
Tutto questo ha alimentato consumi, investimenti e domanda interna, contribuendo a sostenere una crescita che pochi avrebbero immaginato trent’anni fa.
Ma ciò che potevano dare i turisti della fascia medio-bassa europea — italiani, kosovari, macedoni, polacchi e tanti altri — ormai è stato dato.
Con questo non voglio assolutamente dire che chi ha un reddito basso non abbia diritto a trascorrere un periodo di villeggiatura.
Sto semplicemente osservando che il vero salto di scala non arriva da chi sceglie una destinazione perché costa meno dell’Emilia-Romagna, della Croazia o della Grecia.
Arriva da chi considera il prezzo un dettaglio irrilevante.
Per comprendere questo basterebbe riavvolgere il nastro della memoria ai tempi in cui il Cavaliere trascorreva le proprie vacanze in Sardegna e, insieme a lui, una parte significativa dell’élite economica internazionale.
Era l’epoca in cui la Costa Smeralda rappresentava uno dei simboli mondiali del turismo esclusivo, prima che molti di quei flussi si spostassero verso altre destinazioni alla moda del Mediterraneo, come Formentera.
Ed è esattamente in quel segmento di mercato che oggi l’Albania sembra voler entrare.
Ed è qui che entra in gioco il progetto di Kushner.
Naturalmente, un cambiamento di questa portata non poteva non avere conseguenze politiche.
In fondo la storia dell’Albania post-comunista ci insegna che le grandi trasformazioni economiche sono quasi sempre state accompagnate da forti tensioni interne.
Negli anni Novanta fu il Partito Socialista di Fatos Nano ad alimentare la protesta contro il governo di Sali Berisha.
Oggi, a parti invertite, è il centrodestra erede politico dello stesso Berisha a contestare molte delle scelte strategiche di Edi Rama.
Lo si era già visto durante la polemica sui centri per migranti concordati con il governo Meloni.
In quell’occasione l’opposizione arrivò ad accusare Rama di svendere porzioni della sovranità nazionale all’Italia.
Tuttavia quella campagna politica non produsse i risultati sperati.
Probabilmente perché l’Italia continua a godere, presso una larga parte della popolazione albanese, di un capitale di simpatia accumulato in decenni di rapporti economici, culturali e umani.
Con Kushner e Israele il quadro appare diverso e sinceramente è come sparare sulla Croce Rossa.
Il genero di Donald Trump è uno degli uomini più vicini a Benjamin Netanyahu e questo ha consentito agli oppositori del progetto di inserire la vicenda di Saseno all’interno di una narrazione molto più ampia, capace di richiamare immediatamente le tensioni che attraversano oggi il Medio Oriente.
Da questo punto di vista la mobilitazione contro i resort ha trovato un terreno politico assai più fertile rispetto alle polemiche che avevano accompagnato l’accordo con l’Italia.
E da qui in poi la questione si fa ancora più complicata.
Perché per molti commentatori improvvisati la vicenda non si ferma a Saseno, ma attraversa l’Adriatico e approda direttamente sulle coste italiane.
Ed ecco allora comparire slogan del tipo: «Gli albanesi sono capaci di scendere in piazza per difendere la propria sovranità, mentre gli italiani dormono da anni».
Secondo questa narrazione dovrebbero nascere manifestazioni oceaniche anche nel nostro Paese per impedire la costruzione di presunti villaggi destinati a cittadini israeliani nel Salento.
Da qui il passo successivo è quasi inevitabile: si immagina un fantomatico progetto volto a collegare Saseno e il tacco d’Italia in una sorta di sistema geopolitico capace di controllare completamente l’imbocco dell’Adriatico.
Manco stessimo parlando dello Stretto di Hormuz.
Al di là dell’aspetto fantasioso della ricostruzione, bisognerebbe però ricordare un principio molto semplice.
L’Italia è uno Stato libero nel quale chiunque può acquistare immobili, trasferirsi, costituire comunità e sviluppare attività economiche, purché nel rispetto delle leggi della Repubblica.
È sempre stato così.
Esistono comunità neorurali, comunità hippy, comunità religiose, quartieri abitati prevalentemente da cittadini stranieri e perfino realtà che, nel corso degli anni, hanno cercato simbolicamente di rivendicare una propria autonomia come l’Isola delle Rose o il più innocuo Principato di Seborga.
Ma nessuna di queste esperienze ha mai messo in discussione la sovranità dello Stato italiano.
Confondere la presenza di una comunità con la nascita di un’entità politica indipendente significa non comprendere la differenza che passa tra il diritto di proprietà e la sovranità nazionale.
Vi è poi un altro aspetto che, da antisionista quale sono, considero particolarmente importante.
Essere contrari alle politiche di un governo è una cosa.
Essere contrari all’acquisto di case, terreni o attività economiche da parte di individui soltanto perché ebrei è un’altra.
La prima posizione appartiene al terreno della politica.
La seconda prende il nome di antisemitismo.
Ed è una deriva che non può essere accettata.
Molti obiettano che il vero problema non sia l’identità degli investitori ma il diverso trattamento riservato ai cittadini comuni e ai grandi capitali.
Ed è un’obiezione legittima.
Perché è vero che il singolo proprietario, per aprire una finestra o realizzare una piccola modifica edilizia, deve spesso affrontare una montagna di autorizzazioni, vincoli e controlli.
È altrettanto vero, però, che i grandi investimenti vengono spesso gestiti attraverso accordi di programma e procedure speciali.
Non perché i ricchi siano più simpatici dei poveri.
Ma perché, almeno in teoria, oltre agli oneri ordinari, sono in grado di realizzare opere compensative che il singolo cittadino non potrebbe mai finanziare: strade, parcheggi, parchi pubblici, scuole, impianti sportivi o interventi di riqualificazione urbana.
È un meccanismo discutibile?
Certamente.
Ma non è una novità introdotta da Kushner, da Rama o da Israele.
È il modo in cui gran parte del mondo contemporaneo gestisce il rapporto tra interesse pubblico e grandi investimenti privati.
Ed allora voi mi direte: «Ma quindi tutto ha un prezzo?».
Certo.
Ed è piuttosto sorprendente accorgersi che molti lo scoprano soltanto oggi.
Se davvero il problema fosse la sovranità nazionale e il controllo dello Stretto d’Otranto, allora bisognerebbe spiegare dove fossero tutti questi improvvisi patrioti quando si verificarono vicende ben più rilevanti.
Io, ad esempio, non ricordo manifestazioni oceaniche quando la Marina degli Stati Uniti utilizzava Santo Stefano, nell’arcipelago della Maddalena, come base di supporto per sommergibili nucleari.
E soprattutto non ricordo alcuna mobilitazione nazionale quando nel 2015 il Governo Renzi sottoscrisse con la Francia l’Accordo di Caen. cedendo a quest’ultima circa 300 km² di aree marittime tra la Sardegna e la Corsica, il Mar Ligure, le Bocche di Bonifacio e alcune zone prospicienti l’Arcipelago Toscano.
Per come la vedo io, allora sì che si sarebbe dovuto discutere seriamente di sovranità nazionale.
E invece tutto passò quasi nel silenzio generale.
Oggi, al contrario, bastano alcuni resort turistici a Saseno per trasformare improvvisamente migliaia di persone in strateghi, geopolitici e patrioti.
Strano.
Perché se davvero l’obiettivo fosse il controllo dello Stretto d’Otranto, la soluzione più logica sarebbe quella di chiedere una presenza stabile italiana sull’isola di Saseno.
Eppure non ho sentito nessuno avanzare una proposta del genere.
Si preferisce parlare di annessioni, colonie, invasioni e complotti internazionali.
Forse perché la realtà è quasi sempre più noiosa delle fantasie.
O forse perché nell’epoca dei social i follower si conquistano più facilmente raccontando una cospirazione che studiando una carta geografica.
Del resto, per comprendere davvero una questione bisognerebbe conoscere la storia, la geografia, l’economia e la politica dei luoghi di cui si parla.
Molto più semplice accendere una telecamera, registrare un video di trenta secondi e spiegare ai propri seguaci che qualche resort equivale all’annessione di una provincia.
E così Saseno diventa una nuova Gaza, Kushner diventa un conquistatore e un investimento immobiliare si trasforma in una guerra di espansione territoriale.
Peccato soltanto che la realtà, quasi sempre, sia molto meno romantica e molto più prosaica.
Perché, nella maggior parte dei casi, dietro i grandi discorsi sulla geopolitica non c’è una guerra di civiltà.
Ci sono semplicemente soldi.
E i soldi, come tutti i liquidi, tendono a scorrere dove incontrano meno ostacoli e maggiori possibilità di profitto.
Lorenzo Valloreja
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