Economia di guerra e crisi sistemica. Vasapollo: «Il capitale cerca nelle armi la soluzione alle proprie contraddizioni»


La guerra non sarebbe un incidente della storia né una parentesi nelle dinamiche economiche contemporanee, ma uno degli strumenti attraverso cui il capitalismo tenta di uscire dalle proprie crisi strutturali. È questa la tesi sostenuta da Luciano Vasapollo, storico decano di economia alla Sapienza di Roma e studioso dei processi di accumulazione, dell’economia di guerra e delle trasformazioni dell’ordine monetario internazionale, in una lunga intervista rilasciata ad Alfonso Bruno per Mediaflighter.

Secondo Vasapollo, la crisi che attraversa il mondo occidentale non può essere interpretata come una semplice difficoltà finanziaria o una fase recessiva destinata a essere superata con gli strumenti tradizionali della politica economica. Si tratta invece di una crisi che investe il cuore stesso del modello di sviluppo capitalistico.

«Parliamo di una crisi di accumulazione e di sovrapproduzione», spiega l’economista. «Il linguaggio corrente tende a presentarla come una crisi finanziaria, ma la finanza è un sintomo, non la causa. La causa sta nel cuore produttivo del capitalismo: a un certo punto il capitale accumulato non riesce più a valorizzarsi, non trova investimenti adeguati che garantiscano un saggio di profitto soddisfacente. Si produce più di quanto il sistema riesca a realizzare sul mercato e, contemporaneamente, si accumula capitale che non sa più dove andare».

Per Vasapollo non siamo di fronte a una delle tante crisi cicliche che hanno caratterizzato la storia del capitalismo. La natura della crisi sarebbe invece strutturale e permanente.

«La crisi sistemica è di carattere strutturale. La individuiamo già negli anni Settanta e da allora non è mai stata davvero risolta, ma soltanto spostata, dilazionata, mascherata. Il problema non è congiunturale: è il modello stesso dello sviluppo quantitativo ad essere arrivato al limite. Un modello che ha bisogno di crescere indefinitamente e che, quando non può più farlo, cerca vie d’uscita sempre più drammatiche».

Di fronte a questa impasse, il sistema economico avrebbe a disposizione due strade principali. La prima è rappresentata dall’innovazione tecnologica, dall’automazione e dalla digitalizzazione dei processi produttivi. Una soluzione che, secondo l’economista, rischia però di aggravare ulteriormente le contraddizioni esistenti.

«La tecnologia, da sola, aggrava il problema invece di risolverlo, perché espelle lavoro, riduce il monte salari e quindi la domanda, accentuando la sovrapproduzione. La seconda via, quella decisiva nei momenti più acuti, è invece il ricorso al keynesismo militare e all’economia di guerra».

È proprio il concetto di keynesismo militare a occupare una parte centrale della riflessione di Vasapollo. Secondo il docente, la storia del Novecento dimostrerebbe che le grandi fasi di rilancio dell’accumulazione capitalistica sono state strettamente legate agli investimenti militari.

«Lo Stato interviene massicciamente nell’economia, sostiene la domanda e gli investimenti, ma lo fa orientando la spesa pubblica non verso la sanità, l’istruzione o il welfare, bensì verso il comparto militare. Dalla crisi del 1929 non si uscì con il New Deal, come racconta la vulgata, ma attraverso il keynesismo militare che raggiunse il suo apice con la Seconda guerra mondiale e la successiva ricostruzione».

Un meccanismo che, a giudizio dell’economista, si starebbe riproponendo anche oggi.

«Per tentare di uscire dalla crisi attuale gli imperi reagiscono nuovamente con l’economia di guerra: producendo merci che, in questo caso, sono armi. E produrre armi significa distruggere interi popoli. In questo sistema c’è capitale in eccesso e, purtroppo, ci sono esseri umani considerati in eccesso. La guerra svolge una doppia funzione: assorbe la sovrapproduzione di capitale attraverso le commesse militari garantite dagli Stati e distrugge fisicamente merci, infrastrutture e territori, aprendo nuovi cicli di ricostruzione e di accumulazione».

Secondo Vasapollo, l’opinione pubblica europea starebbe prendendo coscienza di questa realtà soltanto perché il conflitto è tornato alle porte del continente con la guerra tra Russia e Ucraina.

«Ce ne accorgiamo adesso perché la guerra è tornata sul nostro continente. Ma per anni abbiamo ignorato i conflitti in Africa, Yemen, Siria e Libia. La guerra non è un’eccezione alla normalità del mercato: è una delle forme strutturali con cui il capitale in crisi prova a sopravvivere».

Dietro questa dinamica agirebbe quello che l’economista definisce il complesso militare-industriale, un intreccio di interessi economici, politici e comunicativi capace di orientare le scelte degli Stati.

«Non è una lobby tra le altre. È un nodo nel quale si saldano interesse economico, decisione politica e apparato comunicativo. C’è una comunicazione deviante che accompagna l’economia di guerra, una narrazione che presenta il riarmo come sicurezza e la spesa militare come difesa. Smontare questa narrazione è già un atto di critica dell’economia politica».

Un altro elemento centrale dell’analisi riguarda la questione monetaria. Per Vasapollo il dominio geopolitico contemporaneo si fonda innanzitutto sul controllo della moneta.

«La gerarchia imperialista mondiale è anzitutto una gerarchia monetaria. Dopo Bretton Woods e soprattutto dopo il 1971, quando gli Stati Uniti interruppero la convertibilità del dollaro in oro, il sistema monetario internazionale è diventato un sistema standardizzato sul dollaro. Gli Stati Uniti possono emettere la valuta di riferimento mondiale e scaricare sugli altri i costi dei propri squilibri. È un vero e proprio signoraggio globale».

Anche l’euro viene letto in questa prospettiva. «L’euro non è un’eccezione virtuosa. È una caratterizzazione imperialista a sua volta. La costruzione del polo europeo è avvenuta sulle necessità competitive della Germania: l’euro è, di fatto, una sorta di Super-Marco. La moneta unica ha contribuito alla deindustrializzazione delle periferie europee, rendendole dipendenti dall’export tedesco».

Per questo motivo l’economista individua nella costruzione di un «contropotere monetario» uno degli elementi fondamentali di una possibile alternativa.

«Oggi non esiste una moneta in grado di sostituire il dollaro come valuta di riferimento mondiale, ma esiste la possibilità di costruire sistemi di pagamento internazionali alternativi. I processi di dedollarizzazione, la cooperazione economica promossa dai BRICS, gli scambi in valute nazionali e l’idea di nuove unità di conto rappresentano tentativi di costruire spazi di sovranità economica condivisa».

Vasapollo respinge tuttavia le ipotesi di ritorno alle vecchie monete nazionali.

«Sarebbe un’illusione. Non significherebbe riconquistare sovranità monetaria, ma ritrovarsi con economie ancora più frammentate e dipendenti. La sovranità oggi o è solidale e cooperativa oppure non è».

Nelle conclusioni dell’intervista, l’economista insiste sulla necessità di immaginare un’alternativa complessiva al modello esistente.

«Non esistono soluzioni puramente economiche alla crisi sistemica. Le alternative di progetto sono alternative di sistema. Significa rimettere al centro il valore d’uso e i bisogni reali, pianificare democraticamente la produzione, costruire cooperazione internazionale e spezzare il legame tra accumulazione e guerra».

Un compito che, secondo Vasapollo, coinvolge anche il mondo dell’informazione e della cultura. «La prima battaglia è quella delle parole. Contro la comunicazione deviante che normalizza il riarmo serve un’informazione che torni a chiamare guerra la guerra e profitto il profitto sulle armi. Credo profondamente in un giornalismo di pace e in una cultura dell’alternativa. Gli intellettuali, i ricercatori e i giornalisti devono restituire alle persone gli strumenti per capire. Perché solo chi comprende il meccanismo può immaginare di spezzarlo».

 

S.C.

Fonte: Mediaflighter


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