Ponte San Pietro (Bergamo) – Veder apparire il prezzo del vestito sul monitor della cassa del negozio dopo aver passato il codice a barre sotto lo scanner. Scattare una foto al vestito, una volta acquistato, senza porsi il problema di salvarla nella memoria dello smartphone perché è ovvio che ci resti. Pubblicare quella foto sui social quando lo si indossa per la prima volta. Chiedere a ChatGpt o Claude di rendere più accattivante quella foto quando scocca l’ora di rivendere il vestito su Vinted. Rispondere in mail o chat all’acquirente, deciso a restituire il vestito perché in foto pareva meglio. Rimborsarlo tramite home banking. Guardare un film in streaming per scordarsi l’affare sfumato.
Nulla di tutto questo sarebbe possibile se intorno alle nostre città non ci fossero i Data Center.
È proprio ad un Data center che lo scanner della cassa invia le informazioni dell’etichetta perché siano tradotte in un prezzo. È in un Data Center che risiede e lavora il cloud che archivia le foto nello smartphone perché siano sempre pronte all’uso. Passa da un Data Center quello che vediamo sui social e che movimentiamo sul conto corrente on line. È di nuovo il Data Center a consentire a ChatGpt e all’intelligenza artificiale di essere generativi. Di generare foto accattivanti.
Il data center di Aruba a Ponte San Pietro (Bergamo) – Foto De Pascale / Ansa
Ancora, l’attimo di attesa che precede l’inizio dello streaming del film, l’attimo in cui sullo schermo appare quella rotellina che gira su se stessa, è l’attimo che serve perché da un Data Center arrivi l’input per la trasmissione.
E allora, a proposito di film, parafrasando il Jep Gambardella de “La grande bellezza“, la più consistente scoperta che si fa subito dopo esser stati in un Data Center è che i primi produttori di informazioni da immagazzinare, elaborare e restituire siamo noi stessi. Noi, con le abitudini, le scelte e le attività che scandiscono la nostra quotidianità. Dialoghiamo inconsapevoli, e a distanza, con i Data Center tramite quei server che teniamo in mano ogni giorno: gli smartphone.
Senza avere autonomia: se qualcuno decidesse di spegnere i Data Center, non saremmo in grado nemmeno di costringere i robot lava-pavimenti a fare il loro dovere. L’app con la quale ci illudiamo di azionarli, infatti, triangola con un Data Center, escludendoci. Mail, Social, Vinted, robot domestici. Ma anche la salute e la finanza. Dal fascicolo sanitario elettronico fino ad Euronext, il mercato finanziario delle Borse europee, tutto transita dai Data Center, da questi contenitori di server che stanno nelle periferie delle nostre città e al centro delle nostre vite. Not In My Back Yard? È tardi, ormai.
Il Data Center più grande d’Italia è stato realizzato nel 2017 da Aruba con un investimento di oltre 500 milioni di euro. È un Campus di Data Center: ce ne sono tre più un quarto in costruzione che sarà ultimato a inizio 2028. Il primo ha una potenza di 12 Mega Watt, il secondo di 9 e il terzo di 8. Il Campus si estende su un’area di 200mila metri quadrati a Ponte San Pietro, provincia di Bergamo, ad un’ora di auto da Milano. Un’area dalla storia esemplificativa della transizione dalla vecchia alla nuova economia, dalla vecchia alla nuova industrializzazione: tra gli edifici squadrati dei Data Center si staglia infatti la ciminiera del Cotonificio Legler, aperto nel 1875. Due dei tre Data Center sono stati aperti nei capannoni del vecchio cotonificio, ristrutturati e bonificati dall’amianto. All’apice dell’attività la Legler dava lavoro a 3mila persone, oggi nei Data Center ne lavorano 150, perlopiù in manutenzione e sorveglianza.
“È una costante, questa. Pure la prima industrializzazione ha provocato una riduzione della forza lavoro per l’avvento delle macchine”, nota Giancarlo Giacomello, responsabile Data Center e Colocation di Aruba, mentre ci accompagna nella visita.
Il data center di Aruba a Ponte San Pietro (Bergamo) – Foto De Pascale / Ansa
La seconda consistente scoperta è che Aruba, nel suo Data Center, occupa uno spazio secondario, usa solo l’8% della potenza disponibile. Qui la logica è quella dei feudi: società e operatori terzi prendono in affitto da Aruba le Data Hall, le sale nelle quali ci sono i server, e decidono in autonomia quanti Mega Watt usare e come modularne l’uso. Per ragioni di protezionismo industriale o di sicurezza possono vietare al personale di Aruba l’accesso alle sale, avere badge e codici di ingresso riservati, affidarsi solo a team di professionisti alle loro dipendenze. Perché spesso nello stesso Data Center prendono domicilio società in concorrenza tra loro e col gestore, società che forniscono i medesimi servizi anche di chi li ospita. Ma pagare un fisso mensile per stare in un Data Center ha un vantaggio su tutti: esternalizzare le attività necessarie a far sì che i server siano sempre al lavoro. Il Data Center è una città non può dormire mai.
Il data center di Aruba a Ponte San Pietro (Bergamo) – Foto De Pascale / Ansa
“Noi – spiega Giacomello – gestiamo la scatola, le infrastrutture, dobbiamo garantire le linee, le reti, i servizi utili a far lavorare le macchine a ciclo continuo. Punto”. A Ponte San Pietro hanno i neuroni digitali Euronext, come detto, Regione Lombardia, che qui ha l’archivio digitalizzato degli atti amministrativi, Sisal, 3BMeteo, Ducati, Yokohama, Alce Nero, Sportler. Questi i clienti nominabili, altri no: ci sono clausole di riservatezza.
Il Data Center A di Aruba, quello più grande e potente, è diviso in tre aree. Innanzitutto le Data Hall, le sale in cui ci sono i server che ricevono i dati, li lavorano e rimandano al mittente gli input che consentono di memorizzare le nostro foto, pubblicarle sui social, far lavorare i robot lava-pavimenti, attivare lo streaming. I server stanno all’interno di alti armadi vetrati. Le Data Hall sono open space scanditi da file parallele di grandi armadi. I server devono funzionare 24 ore su 24, 7 giorni su 7.
Giancarlo Giacomello, responsabile Data Center e Colocation di Aruba, nel data center di Ponte San Pietro (Bergamo)
Per questo in un Data Center è fondamentale la ‘ridondanza’: “Abbiamo una copia di tutto per azzerare il rischio di stop all’attività – spiega Giacomello –. Doppia linea di alimentazione elettrica: se una salta, l’altra è dimensionata per alimentare da sola tutte le macchine. Più linee di connessione. Doppia linea di raffreddamento delle macchine”. Già, il raffreddamento, altro elemento chiave: considerato che i server lavorano senza sosta, occorre evitarne il surriscaldamento. Qui il raffreddamento dell’aria avviene usando l’acqua attinta dalla falda, poi immessa in un circuito chiuso che ne evita lo spreco. Sotto le Data Hall c’è un’altra stanza, un sottopavimento alto 2 metri dove ci sono solo tubi e cavi elettrici colorati. L’aria raffreddata tramite l’acqua sale dalla stanza sotterranea, raggiunge i server attraverso le griglie poste sotto gli armadi, viene trattenuta dai vetri che ne sigillano le ante ed esce dai camini che li sormontano.
La seconda area è quella dei Power Center: “Dove una volta si stipavano i tessuti per i jeans, oggi gestiamo la distribuzione della potenza” spiega Giacomello. Questo open space è scandito da container impilati uno sopra l’altro. Ogni container è un modulo e ogni modulo vale 1 Mega Watt. Colpisce che la grandezza di armadi e container non riesca a riempire questi spazi, che finiscono per risultare spogli. Manca la presenza umana, il via vai di persone.
Giancarlo Giacomello, responsabile Data Center e Colocation di Aruba, nel data center di Ponte San Pietro (Bergamo)
Terza area, le stanze di Backup: qui una volta c’erano le vasche di raccolta dei liquidi industriali in decantazione, oggi ci sono i locali dove si gestisce la ridondanza, dove si attivano le linee alternative che consentono al Data Center di non dormire mai in quella che per il nostro Paese è solo l’alba di una nuova industrializzazione, dell’industrializzazione guidata dall’economia dei dati.
Altrove, negli Usa o in Cina, il settore è già ad uno step successivo, lì si corre per sviluppare quell’intelligenza artificiale che esige macchine dalla capacità di calcolo 100 volte superiore a quelle che oggi riempiono la maggior parte dei Data Center di casa nostra. E a capacità di calcolo superiori corrispondono dimensioni e consumi di energia e di acqua superiori. Una corsa alla quale l’Europa e l’Italia si sono iscritte in ritardo e che sta creando un picco di aspettative, una presunzione di domanda, che alimenta il boom di richieste di apertura di nuovi Data Center.
La storia dell’insediamento industriale a Ponte San Pietro (Bergamo)
Data center, i numeri in Italia e l’epicentro in Lombardia
In Italia si contano 209 Data Center attivi per un fabbisogno di 3 Giga Watt di potenza di connessione e 22 miliardi di investimenti nei prossimi 5 anni. La Lombardia ha il più alto numero di centri: 73, il 35% del totale. La maggior parte sono nell’area metropolitana di Milano. Qui sorgeranno i Data Center dell’investitore emiratino Hussain Sajwani, proprietario del Trump International Golf Club di Dubai, socio d’affari del presidente statunitense Donald Trump o quelli di EdgeConneX, dietro ai quali ci sono i Wallenberg, potente dinastia svedese di imprenditori e banchieri.
Giancarlo Giacomello, responsabile Data Center e Colocation di Aruba, nel data center di Ponte San Pietro (Bergamo)
Ma Milano è arrivata dopo, è un mercato secondario. I mercati pionieri sono (stati) altri, sono quelli indicati con l’acronimo FLAPD: Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino. In alcuni casi ha giocato un ruolo il basso livello di tassazione e la rapidità dell’iter autorizzativo, in altre la qualità delle infrastrutture digitali e la presenza di realtà che sono al tempo stesso fonti e utilizzatori di dati: multinazionali, società di investimento e consulenza, istituzioni internazionali. La saturazione dei poli primari ha indotto a cercare altri lidi: Berlino in alternativa a Francoforte, Marsiglia in alternativa a Parigi, poi Madrid e Milano.
Perché Milano? “Perché è stato, in Italia, il primo polo dove si è sviluppata la rete – spiega Giancarlo Giacomello, responsabile Data Center e Colocation di Aruba –. Ora la vicinanza a Milano serve. Bisogna pensare ad un sistema neurologico: per sviluppare le parti secondarie non puoi limitare le potenzialità della parte centrale, del cervello. Conta, poi, la tipologia di servizi offerti dal Data Center: l’intelligenza artificiale non ha problemi di latenza, può essere localizzata anche molto lontano dall’utilizzatore finale. I servizi cloud o l’home banking no. Qui la latenza, cioè la velocità di risposta, è importante. Detto questo, noi abbiamo iniziato a lavorare su Roma”.
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