(Teleborsa) – La qualità degli attivi delle banche europee ha retto in modo sorprendente al forte rialzo dei tassi iniziato nel 2022, smentendo le attese di un deterioramento diffuso del credito. Ma la partita non è ancora chiusa: con la BCE che ha ripreso la stretta monetaria e altre banche centrali pronte a seguirla se l’inflazione dovesse persistere, i prossimi 12-18 mesi diranno se gli istituti europei hanno ridotto in modo strutturale il costo del credito lungo il ciclo o se il peggioramento è stato solo rinviato. È la valutazione di Morningstar DBRS, che ha analizzato i conti di 53 banche europee. Il costo del rischio medio resta sotto i livelli precedenti alla stretta e i crediti deteriorati sono vicini ai minimi del ciclo, ma un numero crescente di istituti segnala accantonamenti in aumento e le tendenze divergono tra le diverse aree del continente. L’agenzia di rating si attende una moderata normalizzazione del costo del rischio, che le banche appaiono comunque in grado di assorbire grazie a solide posizioni di capitale e liquidità e a una robusta capacità di generare utili.
“Le banche europee hanno dimostrato una resilienza eccezionale in un contesto di tassi più alti, sostenute da anni di risanamento dei bilanci, criteri di erogazione più rigorosi, una forte vigilanza, mercati del lavoro solidi e i maggiori risparmi accumulati dopo la pandemia”, ha dichiarato Maria Rivas, Senior Vice President e Sector Lead European Financial Institution Ratings di Morningstar DBRS. “Tuttavia, il numero crescente di banche che registrano costi del credito più elevati e la divergenza tra le diverse regioni indicano che gli effetti della stretta monetaria potrebbero non essersi ancora esauriti”, ha aggiunto
I dati complessivi del settore
Nel primo semestre 2026 il costo del rischio (CoR) medio del campione si è attestato a 25 punti base, in calo dai 30 del 2025 e dai 28 del 2024, e ben al di sotto dei 36 punti base del 2023 e dei 49 del 2019.
Il dato medio, però, nasconde una tendenza meno rassicurante. Più della metà delle banche analizzate, 29 su 53, ha registrato nel primo semestre un costo del rischio superiore a quello del 2025, mentre solo sei hanno contabilizzato riprese nette di valore sugli accantonamenti. Il numero di istituti con costi del credito in aumento è cresciuto progressivamente nel tempo: erano 23 rispetto ai livelli del 2023. Secondo l’agenzia, l’aumento del primo semestre potrebbe riflettere in parte l’aggiornamento dei modelli interni e gli aggiustamenti prudenziali legati al conflitto con l’Iran, al conseguente rialzo dei prezzi dell’energia e alle maggiori pressioni inflazionistiche.
Il deterioramento degli attivi atteso dopo il forte rialzo dei tassi non si è materializzato né nella fase in cui il tasso sui depositi della BCE ha toccato il picco del 4%, tra settembre 2023 e giugno 2024, né nei 18 mesi successivi, il periodo in cui nei cicli precedenti emergevano di solito le tensioni sul credito. Fa eccezione il Regno Unito, dove i tassi sono rimasti elevati più a lungo e il costo del rischio è salito nel 2025 e nel primo semestre 2026.
Il Sud Europa migliora, il Nord peggiora
Le tendenze divergono nettamente tra i Paesi. Grecia, Italia, Spagna e Portogallo hanno registrato le riduzioni più ampie del costo del rischio dal 2024, proseguendo un percorso avviato nel 2022, e anche l’Irlanda è in miglioramento. Nonostante ciò, le banche greche e spagnole presentano ancora, in aggregato, i livelli più elevati nel primo semestre 2026, seguite da quelle britanniche e francesi. In Spagna il dato riflette soprattutto i maggiori costi del credito di Santander e BBVA, legati alla loro esposizione ai mercati emergenti: escludendo i due gruppi, il costo del rischio medio delle banche spagnole è sceso a 20 punti base, dai 26 del 2025 e dai 32 del 2024.
Nel Nord e nell’Europa “core” il quadro è opposto. Il costo del rischio è cresciuto in modo costante dal 2024 nel Regno Unito, in Francia, nei Paesi Bassi e in Svezia, pur partendo da livelli bassi. In Austria e Belgio è circa raddoppiato rispetto al 2025: nel caso austriaco, l’aumento è dovuto principalmente a Erste Group, per effetto dell’acquisizione di Santander Polska e dell’adozione dei propri modelli di accantonamento, al netto dei quali il dato del Paese è rimasto sostanzialmente stabile. Ad eccezione di ING, tutte le banche di Paesi Bassi, Austria e Belgio hanno registrato aumenti costanti dal 2024, pur restando generalmente sotto i 35 punti base.
In Germania il costo del rischio è migliorato nel primo semestre dopo il forte aumento del 2025, tornando sotto i livelli del 2023. Il miglioramento, però, è dovuto a una sola banca, Deutsche Pfandbriefbank, mentre gli altri istituti tedeschi del campione hanno registrato un modesto peggioramento.
Un ciclo del credito diverso dal passato
Secondo Morningstar DBRS, la tenuta degli attivi potrebbe indicare un livello strutturalmente più basso del costo del rischio lungo il ciclo. Nei cicli precedenti il deterioramento era diffuso e colpiva mutui, piccole e medie imprese e grandi aziende. Dal 2022, invece, le pressioni si sono concentrate in aree circoscritte, come l’immobiliare commerciale, alcuni debitori con leva elevata e specifiche esposizioni settoriali.
Molte imprese sono entrate in questa fase con ampia liquidità e scadenze del debito più lunghe, mentre le famiglie hanno beneficiato della riduzione dell’indebitamento, in particolare dopo la pandemia. Questo ha attenuato la trasmissione del rialzo dei tassi alla qualità degli attivi, mentre mercati del lavoro solidi hanno continuato a sostenere famiglie e imprese nonostante il maggior costo del credito e l’inflazione.
Gli scenari di base dell’agenzia indicano per il 2026-2027 una crescita debole ma resiliente e una disoccupazione sostanzialmente stabile in Europa, con rischi orientati al ribasso per le possibili interruzioni prolungate delle forniture energetiche dal Medio Oriente. In questo contesto, conclude Morningstar DBRS, il prossimo anno e mezzo sarà decisivo per capire se le banche europee hanno davvero abbassato in modo strutturale il proprio costo del rischio o se l’impatto dei tassi più alti è stato soltanto rinviato. In entrambi i casi, gli istituti appaiono ben posizionati per assorbire un’eventuale normalizzazione.
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