Ieri sera, poco dopo le 23, un uomo ferito è stato soccorso tra piazza Santa Sabina e via delle Fontane. Il portavoce dell’associazione Via del Campo e Carruggi Christian Spadarotto racconta la scena, la pozza di sangue, l’arrivo dei soccorsi e una domanda che pesa più dell’episodio: quando la violenza quotidiana smette di sembrare eccezionale?

Tre colpi secchi nella notte, due ragazzi che fuggono impauriti, una scia di sangue che da piazza Santa Sabina scende verso via delle Fontane. È la fotografia, ancora una volta cruda, del centro storico genovese, dove ieri sera poco dopo le 23 è stato richiesto l’intervento dei soccorsi per una persona ferita. Sul posto è arrivata un’ambulanza della Croce Bianca Carignano, con la volante di polizia di Stato allertata dalla centrale operativa. La persona soccorsa è stata trattata sul posto e ha rifiutato il trasporto in ospedale.

A raccontare quanto accaduto è Christian Spadarotto, portavoce dell’associazione Via del Campo e Carruggi, che ha assistito alla scena dalla finestra di casa prima di scendere in strada. «Ieri sera ero affacciato alla finestra quando ho sentito tre colpi secchi provenire dal cantiere di Santa Sabina, poco più giù», racconta. Subito dopo vede «due ragazzi che corrono impauriti risalendo Cavigliere», poi sparire verso Croce Bianca. A quel punto capisce che è successo qualcosa. Ancora.

Sono passate da poco le undici quando decide di uscire. Si infila le ciabatte e scende. Qualcuno, da una finestra, lo riconosce e lo avverte: «Non andare, si saranno ammazzati!». Lui prosegue comunque, arriva in Santa Sabina e trova la prima traccia: una pozza di sangue. Da lì parte un gocciolamento che conduce verso via delle Fontane.
Poco più avanti vede un ragazzo a terra, immobile. Per un istante teme che sia morto. Si avvicina, cerca segni vitali, guarda il volto. «La bocca era una cavità scura piena di sangue. Era tumefatto ma respirava», racconta. In quel momento chiama i soccorsi. Poi l’uomo ferito si rialza di scatto, barcolla, si sposta sulla strada e collassa in mezzo alla corsia in discesa di via delle Fontane.
Il racconto diventa allora quello di una scena sospesa tra emergenza e abitudine. Il portavoce dell’associazione si mette in mezzo alla carreggiata per segnalare la presenza dell’uomo a terra, quasi invisibile sull’asfalto. Una moto arriva veloce dalla Nunziata, lo vede, lo evita e così evita anche il ferito. Pochi secondi che, nella dinamica caotica della notte, avrebbero potuto trasformare un’aggressione o una lite in una tragedia ancora più grave.
Poi l’uomo si rialza di nuovo e torna verso il ghetto. Le sirene arrivano dopo pochi minuti. Il testimone resta in strada per indicare alla volante dove fermarsi. Gli agenti scendono, indossano i guanti e seguono la scia di sangue per raggiungere il ferito e prestargli aiuto. Intanto, sulla strada, resta quella pozza che il racconto trasforma in un’immagine quasi insopportabile: «Era diventata un elettrocardiogramma disegnato dalle code dei ratti che andavano avanti e indietro».
Il punto più duro, però, non è solo la violenza dell’episodio. È ciò che resta dopo. Tornato a casa, il portavoce dell’associazione racconta di essersi detto che, tutto sommato, era andata bene: il ragazzo era vivo. Nessun morto, nessun accoltellamento evidente, nessuna tragedia irreparabile. Poi arriva la consapevolezza più inquietante: non essere agitato, non sentirsi turbato, percepire quella scena come una delle tante. «Come se fossi uscito per andare a gettare la spazzatura», dice.
È qui che il fatto di cronaca diventa analisi della vita quotidiana nei carruggi. Perché il problema non è soltanto il singolo episodio, ma la progressiva assuefazione di chi abita il centro storico a scene che altrove sarebbero considerate eccezionali. Urla, fughe, sangue, sirene, ambulanze, forze dell’ordine, persone ferite, ratti intorno alle tracce lasciate sull’asfalto: quando tutto questo entra nella normalità percepita di un quartiere, la domanda non riguarda più solo la sicurezza pubblica, ma la qualità della vita, la salute psicologica dei residenti, il diritto a non crescere in un contesto dove la violenza sembra una componente ordinaria del paesaggio.
Il portavoce dell’associazione lo dice con una frase che pesa più della descrizione della scena: «Mi inquieto pensando che la mia percezione di normalità ormai sia distorta». E subito dopo aggiunge il pensiero più angosciante: «Qui ci vivono pure i miei figli. E altri ragazzi, bambini, anziani». È il nodo che da anni attraversa il centro storico: non solo il contrasto agli episodi criminali, non solo l’intervento quando l’emergenza è già esplosa, ma la possibilità per chi abita quei vicoli di vivere senza dover mettere in conto ogni notte un nuovo allarme.
Il centro storico continua a essere un luogo complesso, abitato, turistico, fragile, attraversato da marginalità, movida, spaccio, povertà, conflitti e resistenze quotidiane. Ma per i residenti la soglia della sopportazione si misura in scene concrete: uscire in ciabatte per capire se qualcuno sia morto, fermarsi in mezzo alla strada per evitare che un ferito venga investito, seguire una scia di sangue, rientrare in casa e accorgersi di non essere più sorpresi.
La frase finale del racconto resta come una diagnosi collettiva più che individuale: «Dopo tutti questi anni qui si vive ancora così, ogni santo giorno. Chissà se sono ancora normale». È una domanda che non riguarda solo chi l’ha pronunciata. Riguarda una città che continua a interrogarsi su cosa significhi davvero rendere sicuro, vivibile e umano il suo centro storico.
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