Che il “Luigi Ferraris” sia uno degli stadi storici del calcio italiano e meriti di essere preservato è un’idea che accomuna trasversalmente le tifoserie di Sampdoria e Genoa — e, volendo, anche le anime originarie di Sampierdarenese e Andrea Doria — oltre a molti appassionati del calcio nazionale.
Nessuno mette in discussione il valore simbolico e affettivo di un impianto che custodisce oltre un secolo di storia sportiva. I grandi stadi sono luoghi della memoria collettiva, templi laici che raccontano generazioni di tifosi, vittorie, sconfitte e passioni. Tuttavia, il rispetto per la storia non può trasformarsi in un alibi per evitare una riflessione seria sul futuro.
Il Ferraris ridisegnato dall’architetto Gregotti in occasione dei Mondiali del 1990, tutto sommato, non si è rivelato un progetto disastroso. Senza infamia e senza lode, si potrebbe dire. Un impianto da sufficienza piena, un sei in pagella, ma nulla di più. La sua architettura severa, spigolosa e a tratti persino arrogante non ha mai convinto del tutto. Eppure la fine del vecchio Ferraris e la nascita del nuovo stadio furono accolte con entusiasmo, forse anche perché i tifosi arrivavano da anni di disagi, gradinate mutilate e trasferimenti temporanei che avevano alimentato il desiderio di una rinascita.
Oggi, però, i limiti dell’impianto sono evidenti e riconosciuti da tutti. Non si tratta soltanto della scarsa manutenzione accumulata nel tempo, ma di problemi strutturali che rendono lo stadio sempre meno competitivo rispetto agli standard europei. Da anni i frequentatori abituali sopportano con pazienza disagi logistici, servizi inadeguati e spazi ormai superati.
Le società calcistiche hanno spesso utilizzato lo stato dello stadio come una delle spiegazioni del loro ridimensionamento nel panorama calcistico nazionale. Sarebbe ingeneroso attribuire ogni responsabilità all’impianto, ma è altrettanto vero che un’infrastruttura moderna rappresenta oggi un elemento decisivo per la competitività sportiva ed economica.
I principali problemi del Ferraris sono almeno tre: la collocazione urbanistica, la limitata fruibilità per la città oltre agli eventi calcistici e l’architettura interna, ormai distante dagli standard richiesti dal calcio contemporaneo.
L’ubicazione nel quartiere di Marassi continua a generare criticità legate alla viabilità, alla sicurezza e all’impatto ambientale. Sul tema di un eventuale trasferimento si è discusso per anni, ma il dibattito si è progressivamente arenato tra mancanza di risorse, assenza di progetti credibili e incapacità di individuare una soluzione condivisa.
Occorre inoltre fare i conti con la realtà. Genova è una città che da decenni affronta problemi di declino demografico, ritardi infrastrutturali e difficoltà economiche. Pensare di realizzare un impianto avveniristico senza avere alle spalle una strategia complessiva di sviluppo urbano rischia di trasformarsi nell’ennesimo esercizio di velleitarismo.
A questo quadro si aggiunge la situazione delle due società calcistiche cittadine, che negli ultimi anni non hanno certo brillato per stabilità finanziaria, solidità patrimoniale e continuità proprietaria. Le vicende societarie recenti invitano alla prudenza quando si parla di investimenti di lungo periodo.
Per questo motivo suscita interrogativi il percorso individuato dalle amministrazioni comunali succedutesi negli ultimi anni, dalla giunta Bucci fino all’attuale amministrazione guidata da Silvia Salis. Il progetto di riqualificazione dello stadio continua infatti a presentare molte zone d’ombra.
L’ipotesi oggi sul tavolo prevede l’affidamento della gestione dell’operazione a una società a responsabilità limitata con una struttura patrimoniale che molti osservatori ritengono insufficiente rispetto alla portata dell’investimento. Una scelta che appare discutibile soprattutto considerando la presenza di consistenti finanziamenti pubblici e il ruolo strategico dell’intervento per la città.
Anche sul piano progettuale permangono numerose perplessità. I rendering diffusi finora mostrano un restyling che, a fronte di costi molto elevati, non sembra risolvere i principali limiti strutturali dell’impianto. Molti vincoli rimarrebbero invariati, mentre la riduzione della capienza e la difficoltà di adeguare pienamente lo stadio agli standard delle grandi competizioni europee rischiano di comprometterne l’efficacia futura.
La sensazione è che si stia investendo molto denaro per ottenere un risultato intermedio: uno stadio migliore dell’attuale, ma non abbastanza moderno da rappresentare una vera svolta.
La questione centrale riguarda quindi la visione strategica. Genova vuole davvero dotarsi di un’infrastruttura capace di rilanciare il calcio cittadino e attrarre eventi internazionali, oppure si accontenta di un compromesso che certifica un ruolo marginale nel panorama sportivo nazionale?
Ancora più preoccupante appare l’idea di affidare ingenti risorse pubbliche a una struttura societaria che, in caso di difficoltà, potrebbe offrire garanzie limitate. Quando si parla di beni pubblici e investimenti di questa portata, servirebbero trasparenza assoluta, solidità finanziaria e responsabilità chiaramente individuabili.
Il rischio è che, ancora una volta, la città si ritrovi a dover intervenire per rimediare a errori progettuali o finanziari altrui, secondo una dinamica che Genova conosce fin troppo bene.
Forse il vero nodo non riguarda soltanto lo stadio, ma la capacità della città di immaginare il proprio futuro senza lasciarsi frenare dal provincialismo e dalla nostalgia. Il Ferraris merita rispetto, ma anche coraggio. Perché conservare la memoria non significa rinunciare all’ambizione.
E forse, provocatoriamente, la svolta più radicale sarebbe quella che oggi appare impossibile: una maggiore integrazione tra le due realtà calcistiche cittadine, capace di attrarre investitori solidi e progetti di più ampio respiro. Sarebbe il segnale che Genova ha finalmente deciso di guardare avanti, anziché limitarsi a gestire il proprio declino.
Altrimenti il rischio è che il destino del Ferraris finisca per assomigliare a quello della città che lo ospita: ricca di storia, orgogliosa del proprio passato, ma ancora alla ricerca di una vera idea di futuro.
Roberto Bobbio
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