Leccese evita il muro contro muro e strappa alla famiglia De Laurentiis impegni formali su vendita, trasparenza e futuro del Bari. I tifosi restano divisi tra speranza e scetticismo.
I limiti del sindaco
La delusione di una parte della tifoseria era ampiamente prevedibile. Del resto, dopo una retrocessione in Serie C che ha riportato il Bari indietro di oltre quarant’anni, era inevitabile che molti tifosi si aspettassero un gesto clamoroso da parte del sindaco Vito Leccese. C’era chi immaginava il rifiuto della disponibilità del San Nicola, chi auspicava una rottura definitiva con la famiglia De Laurentiis e chi addirittura riteneva preferibile ripartire dall’Eccellenza pur di chiudere immediatamente con la multiproprietà. Una posizione legittima sul piano emotivo, figlia della rabbia accumulata in questi anni, ma che difficilmente avrebbe potuto trasformarsi in una scelta amministrativa.
Qui occorre partire da un punto fondamentale che troppo spesso sfugge nel dibattito pubblico. La SSC Bari è una società privata. Il sindaco non è il proprietario del club, non può imporre una vendita, non può obbligare la famiglia De Laurentiis a cedere le quote, non può scegliere eventuali acquirenti e nemmeno può decidere il futuro societario di un’impresa privata. Può però fare una cosa: utilizzare tutti gli strumenti che la legge gli mette a disposizione per rappresentare gli interessi della comunità che amministra. Ed è esattamente ciò che Leccese ha fatto nelle ultime settimane.
Le lettere inviate il 23 e il 27 maggio alla proprietà biancorossa hanno segnato una rottura politica senza precedenti nei rapporti tra Palazzo di Città e la famiglia De Laurentiis. Lo stesso sindaco ha ammesso che si è arrivati molto vicino a un pericoloso muro contro muro. Una situazione che avrebbe probabilmente soddisfatto la parte più esasperata della tifoseria ma che rischiava di trascinare il Bari in una zona grigia dalle conseguenze imprevedibili.
Le garanzie ottenute
Leccese ha invece scelto una strada diversa. Non quella della resa, come qualcuno sostiene sui social, ma quella del massimo risultato possibile ottenibile da un sindaco che opera entro confini istituzionali ben precisi.
Le sue richieste erano tre e sono state tutte accolte formalmente dalla proprietà. La prima riguarda il nuovo management, con la nomina di Pierpaolo Marino a direttore generale e con un mandato esplicito non solo per rilanciare il Bari sul piano sportivo ma anche per accompagnare il percorso che dovrà condurre alla fine della multiproprietà. La seconda riguarda la costituzione di una data room, cioè uno strumento che consentirà a eventuali investitori di conoscere nel dettaglio la situazione economica e patrimoniale della società. La terza riguarda il rapporto con la città, attraverso la nascita di un Comitato di Garanzia e Trasparenza chiamato a monitorare il rispetto degli impegni assunti.
A questo si aggiunge il coinvolgimento di advisor specializzati nel calcio internazionale, incaricati di individuare potenziali investitori e accompagnare un eventuale processo di cessione. Non è poco. Anzi, se si guarda a ciò che esisteva fino a qualche settimana fa, è un cambiamento sostanziale.
Dal 2018 a oggi
Naturalmente resta la domanda che molti tifosi continuano a porsi. Perché dovremmo credere oggi a chi nel 2018 promise alla città un percorso che avrebbe dovuto riportare il Bari rapidamente in Serie A e che invece oggi consegna una squadra retrocessa in Serie C?
È una domanda legittima e il sindaco non ha tentato di eluderla. Anzi, durante la conferenza stampa ha riconosciuto apertamente che molti degli impegni assunti otto anni fa sono stati disattesi e che la sfiducia della città è ampiamente giustificata.
La differenza, però, sta proprio qui. Nel luglio del 2018 furono pronunciate parole. Oggi esiste una lettera firmata da Luigi De Laurentiis. Può sembrare una differenza soltanto formale, ma in realtà non lo è. Per questo il sindaco ha mostrato pubblicamente la firma del presidente della SSC Bari. Perché da oggi non esistono più soltanto dichiarazioni o buone intenzioni. Esiste un documento nel quale la proprietà afferma di voler favorire la cessione del club, di voler creare una data room, di aver coinvolto advisor internazionali e soprattutto di voler superare la multiproprietà senza attendere necessariamente la scadenza del 30 giugno 2028.
È probabilmente questo l’aspetto più rilevante emerso dalla conferenza stampa. La famiglia De Laurentiis sostiene infatti di essere pronta a valutare l’ingresso di nuovi soci e persino una cessione anticipata qualora si presentassero investitori seri e affidabili.
Chi ha vinto
Basterà una lettera a cancellare anni di diffidenza? Evidentemente no. Sarebbe ingenuo pensarlo. Lo stesso Leccese non ha mai chiesto ai tifosi di fidarsi dei De Laurentiis. Ha chiesto piuttosto di accompagnare un percorso e soprattutto di vigilare.
Non a caso ha utilizzato più volte il termine anglosassone “watchdog”, mastini da guardia, per indicare il ruolo che dovranno svolgere il comitato, i giornalisti, i cittadini e la stessa comunità barese.
La frase più significativa dell’intera conferenza arriva forse quando il sindaco definisce la lettera ricevuta una sorta di “resa” della famiglia De Laurentiis rispetto alle richieste avanzate dall’amministrazione e dal Consiglio comunale. Una resa non militare, naturalmente, ma politica. Perché fino a poche settimane fa la proprietà non riconosceva alcun ruolo alla città in questo processo. Oggi accetta il confronto, il monitoraggio e il controllo pubblico.
Alla fine nessuno può dirsi completamente vincitore. La famiglia De Laurentiis ottiene la disponibilità del San Nicola e la possibilità di iscrivere regolarmente il Bari al prossimo campionato. Il sindaco ottiene gli impegni che aveva chiesto e soprattutto il riconoscimento del ruolo della città. I tifosi, almeno quelli più pragmatici, ottengono la possibilità di continuare a sperare senza correre il rischio di precipitare nel vuoto.
Ma se proprio si deve individuare il vincitore di questa lunga partita, allora la risposta è una sola: Bari. Perché per la prima volta da molti anni il dibattito non ruota attorno alle promesse, ma attorno agli impegni. E gli impegni, quando sono scritti e firmati, non garantiscono il futuro. Però rendono molto più difficile fingere che il passato non sia mai esistito.
Per un’informazione completa
Consulta anche gli articoli pubblicati su:
Visualizzazioni: 30
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Massimo Longo
Source link



