Il fallimento tecnico e progettuale dei fratelli Ladisa. Quello della politica. Di certa informazione ruffiana. Della viltà di violenti travestiti da tifosi. Taranto merita di più. In tutti i sensi
Taranto, tra fallimento sportivo e nodo strutturale del calcio italiano: ora servono risposte chiare su progetto e sostenibilità. La sconfitta maturata nello spareggio casalingo allo stadio di Massafra, teatro dell’intera stagione del Taranto Calcio, contro il Gladiator rappresenta molto più di un risultato sportivo negativo. È il punto finale di una stagione nata tra grandi aspettative e conclusa con la mancata promozione in Serie D, con la squadra destinata ancora all’Eccellenza regionale pugliese. Una delusione maturata davanti a circa 2.500 spettatori. Ma ridurre tutto all’ultimo atto sarebbe fuorviante: il problema è a monte, ed è insieme sportivo, gestionale e strutturale.
Le scelte iniziali e il ruolo della politica
Il progetto era nato la scorsa estate sotto una forte spinta istituzionale, con il sindaco Piero Bitetti che ha sostenuto e accompagnato il passaggio societario verso la proprietà dei fratelli Ladisa, attraverso il loro gruppo imprenditoriale.
Una scelta che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto garantire stabilità finanziaria e rilancio sportivo. Ma la domanda che oggi emerge con forza è un’altra: su quale piano industriale si è basata quella decisione? Quali garanzie sportive e infrastrutturali sono state effettivamente valutate prima di affidare il progetto di rinascita del calcio cittadino?
Il nodo mai affrontato: la sostenibilità del calcio italiano
Dentro questa vicenda c’è però un tema più ampio, spesso rimosso nel dibattito pubblico: vero è che il calcio italiano dalla terza serie in giù non è mai stato sostenibile. Le gestioni sotto tutte in perdita anche notevole. Per riportare il Taranto in serie B, visti i risultati del presente, non saranno sufficienti 10/12 milioni, in euro, di investimenti, nell’ipotesi migliore in una cadenza quinquennale. E’ anche vero che i Ladisa, imprenditori certamente avveduti e capaci, non sono scesi a Taranto per fare della beneficenza ed i loro bei calcoli li hanno certamente elaborati preventivamente. Viene allora da supporre che, a monte di tutta la vicenda, ci siano state delle promesse, più o meno velate, sull’affidamento futuro, in esclusiva, del ristrutturato stadio Iacovone e dei suoi annessi. Con l’aspettativa che l’impianto, reso fruibile al quotidiano interesse pubblico, quanto all’organizzazione di eventi ed attività collaterali, finanziariamente produttive, si elevi a produzione di ricavi tali da rendere sostenibile anche la gestione del club che rappresenta la città. Il grido di allarme lanciato da Sebastiano Ladisa, guarda caso alla vigilia della gara più importante della stagione, la dice lunga sui loro programmi futuri.: “o ci date lo Iacovone, in esclusiva, o ce ne andiamo!” Tutto fin troppo di facile interpretazione.
Il ruolo della narrazione e l’appiattimento informativo locale.
In questo contesto pesa anche il ruolo della narrazione pubblica della vicenda. Una parte dell’informazione locale, infatti, è apparsa nel corso della stagione sostanzialmente allineata o poco incline a un’analisi critica delle difficoltà gestionali e societarie. In alcuni casi, il dibattito pubblico si è concentrato più sulle prospettive infrastrutturali e sul tema della concessione dello stadio che sulle evidenti fragilità sportive e organizzative del progetto. Questo appiattimento del confronto mediatico non ha aiutato a costruire una lettura completa della stagione, lasciando spesso in secondo piano errori tecnici, limiti di programmazione e contraddizioni evidenti nella costruzione del percorso sportivo.Un dibattito più plurale e meno condizionato avrebbe probabilmente consentito una comprensione più lucida dell’evoluzione della stagione del Taranto.
Una stagione tra contraddizioni e priorità spostate
Fin dall’inizio della gestione Ladisa, l’attenzione si è progressivamente concentrata più sul nodo stadio e sulla futura gestione dello Iacovone che sul consolidamento sportivo.
Il tema della concessione dell’impianto, in particolare l’ipotesi di una gestione esclusiva, ribadiamo esclusiva, del ristrutturato Iacovone, è diventato un elemento centrale del dibattito, fino a condizionare il clima generale attorno alla società.
Le dichiarazioni attribuite al presidente Sebastiano Ladisa, con il richiamo a un possibile disimpegno in assenza di certezze sulla gestione dell’impianto, hanno reso evidente una frattura tra progetto sportivo e progetto infrastrutturale: due piani che avrebbero dovuto viaggiare insieme, ma che invece hanno iniziato a divergere.
L’ingresso di nuovi scenari e l’incertezza gestionale
Nel frattempo, si è affacciato anche l’interesse del gruppo internazionale Legends Global, interessato alla gestione degli impianti cittadini, Iacovone compreso. Un elemento che ha ulteriormente aumentato la complessità dello scenario e che apre interrogativi sul futuro assetto gestionale degli impianti sportivi tarantini, in un equilibrio sempre più delicato tra pubblico e privato.
Un progetto sportivo mai davvero decollato
Sul campo, la stagione del Taranto FC 1927 è stata segnata da instabilità tecnica, risultati altalenanti e una costruzione della rosa che non ha mai dato l’idea di un progetto realmente orientato alla promozione. Il risultato finale dello spareggio con il Gladiator è quindi la naturale conseguenza di un percorso incoerente più che un episodio isolato. Occorre chiarezza prima ancora che si dia inizio ai Giochi del Mediterraneo. C’è da pensare all’iscrizione al prossimo campionato, alla sua programmazione e, visto il fallimento sportivo, la formazione di un management altamente qualitativo. Non fatto di pizze e fichi come quello attuale.
A tal proposito inaccettabili le dichiarazioni rese al termine della gara dal direttore sportivo Danilo Pagni. Un contenuto di una povertà assoluta nel dispregio professionale di quanto relazionatogli da chi lo stava intervistando. Negare l’impossibile è anche una mancanza di rispetto verso i suoi calciatori. Tutti, meno Pagni, avrebbero visto il deplorevole inseguimento, in mezzo al campo, al termine della partita, di quel gruppo di malintenzionati, si badi non di tifosi, che intendevano aggredire Loiodice e compagni. Immagini negative, un comportamento da biasimare, che hanno fatto immediatamente il giro del web. Ma quella, fortunatamente, non è la vera Taranto, quelli non sono i veri tifosi del Taranto. Il tutto, guarda caso, mentre la tribuna applaudiva sportivamente la squadra avversaria.
Ripescaggio in Serie D: come funziona davvero
In questo momento si torna, inevitabilmente, a parlare dell’ipotesi ripescaggio in Serie D. Perché la speranza è sempre l’ultima a morire, ma è fondamentale chiarire bene il meccanismo per evitare illusioni o semplificazioni. Soprattutto alla luce delle sanzioni comminate nella norma dal Giudice Sportivo, per quanto accaduto al termine della gara spareggio contro Gladiator.
La Lega Nazionale Dilettanti nella norma prevede il completamento degli organici nel caso in cui le società iscritte siano inferiori al numero previsto (162 squadre complessive).
I criteri non sono discrezionali, ma basati su parametri oggettivi:
- solidità economico-finanziaria del club
- assenza di criticità disciplinari o sanzioni
- struttura organizzativa (settore giovanile, calcio femminile, ecc.)
- posizione nelle graduatorie sportive
In questo contesto, le speranze di ripescaggio del Taranto, con il proprio campo squalificato sino al 15 novembre 2026, porte chiuse e campo neutro, più 2 punti di penalizzazione da scontare nel prossimo campionato, si riducono a semplice follia. Il fallimento sportivo dei Ladisa va quindi ben oltre anche della più benevola delle considerazioni.
Conclusione
Il problema, quindi, non è solo la mancata promozione. È la somma di fattori strutturali ed organizzativi: scelte iniziali, governance, infrastrutture, sostenibilità reale del sistema calcio e qualità del dibattito pubblico attorno alla vicenda.
Le decisioni dell’amministrazione, il ruolo della proprietà e la mancanza di un progetto sportivo lineare oggi si intrecciano con un dato più grande: il calcio italiano di terza fascia è un sistema economicamente fragile.Senza una lettura lucida di questo contesto, ogni progetto rischia di scoppiare: grandi aspettative, investimenti iniziali e inevitabile crisi di sostenibilità. E Taranto, ancora una volta, si ritrova esattamente dentro questo schema.
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Vittorio Galigani
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