La pace umiliante – Il Corriere Nazionale


Trump, Netanyahu e l’ottantesimo compleanno che sapeva di sconfitta – Come il presidente americano, dopo 108 giorni di guerra fallita, ha dovuto mendicare un accordo con l’Iran proprio nel giorno dei suoi 80 anni, rivivendo la tragica parabola di Severino Citaristi

Il 14 giugno 2026, giorno del suo ottantesimo genetliaco, Donald Trump ha annunciato su Truth Social un memorandum con Teheran per porre fine a una guerra che lui stesso aveva scatenato il 28 febbraio, spinto da Benjamin Netanyahu. Ma il premier israeliano, che aveva voluto quel conflitto, si è trasformato nel suo peggior nemico: con un raid su Beirut ha fatto quasi deragliare l’accordo, ha dichiarato che Israele non si sentirà vincolato e ha lasciato Trump solo a incassare l’umiliazione di una pace che sa di resa. Come Severino Citaristi, il tesoriere della Dc sommerso da 74 avvisi di garanzia, Trump ha scoperto che il potere, quando ti si ritorce contro, non fa sconti a nessuno.


Il 14 giugno 2026 non è una data speculativa. È un dato di fatto, registrato dalle agenzie di tutto il mondo. Quel giorno, Donald Trump ha spento ottanta candeline. E quel giorno, a poche ore dai festeggiamenti con il torneo di UFC alla Casa Bianca, ha annunciato al mondo di aver firmato un accordo di pace con la Repubblica Islamica dell’Iran.

Non era il trionfo che aveva promesso. Era l’atto finale di una guerra cominciata 108 giorni prima, il 28 febbraio 2026, con quasi 900 raid coordinati tra Stati Uniti e Israele che avevano ucciso la guida suprema Ali Khamenei e decine di alti ufficiali iraniani. Una guerra che Trump aveva voluto, spinto da Benjamin Netanyahu, convinto che sarebbe stata “breve, rapida e vittoriosa”. E che invece si era rivelata un disastro: migliaia di morti, il regime di Teheran non solo non era caduto ma ne era uscito rafforzato, il mercato energetico globale sconvolto con un balzo del 46% del prezzo del petrolio, e l’America sull’orlo di una crisi politica interna con i senatori che invocavano la violazione del War Powers Act.

L’ottantesimo compleanno della resa

Proprio il giorno del suo compleanno, Trump ha dovuto fare ciò che nessun presidente americano avrebbe mai voluto: mendicare la pace con un nemico che aveva giurato di annientare. Il memorandum, definito da un funzionario Usa “un foglio e mezzo”, prevedeva la riapertura dello Stretto di Hormuz e una tregua di 60 giorni, rimandando le questioni più spinose – il programma nucleare iraniano, le sanzioni, i 24 miliardi di dollari di asset congelati – a negoziati futuri.

I cronisti del New York Times hanno scritto che la guerra “non ha prodotto i risultati che il presidente Trump aveva giurato di ottenere: distruggere le capacità militari di Teheran, eliminare i suoi proxy regionali, abolire le sue ambizioni nucleari e rovesciare la sua leadership teocratica”. La BBC, con il corrispondente Jeremy Bowen, l’ha definita “il peggior errore di politica estera di Trump finora”. L’accordo, nelle parole degli stessi negoziatori, riportava la situazione esattamente al punto in cui si trovava il 27 febbraio, il giorno prima dell’attacco.

Netanyahu, l’alleato che ha tradito il presidente

Ma il vero colpo di scena è stato Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano, che aveva spinto Trump alla guerra, nelle ore decisive si è trasformato in un sabotatore. Il 14 giugno, mentre i negoziati erano in dirittura d’arrivo, Israele ha lanciato un raid su Beirut, colpendo un quartiere di Hezbollah. Trump, furioso, ha dichiarato ad Axios che l’attacco “non sarebbe dovuto accadere”, che “ha scosso tutto” e “ha ritardato la firma di qualche ora”. “Non potevo crederci. Un’ora prima che dovessimo firmare l’accordo”, ha detto il presidente, che sperava di annunciare l’intesa proprio il giorno del suo compleanno.

E non è finita. Dopo la firma del memorandum, Netanyahu ha tenuto una conferenza stampa in cui ha dichiarato che Israele non conosce i termini dell’accordo, che le sue forze rimarranno nelle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza “finché necessario”, e che “con o senza accordo, l’Iran non avrà mai armi nucleari”. I ministri del suo governo hanno già detto che Israele non si sentirà vincolato. Il New York Times ha titolato: “Israele conta i modi in cui la strategia iraniana di Netanyahu è fallita”. La BBC ha parlato di un “incubo politico” per il premier.

Trump, accusato dai democratici di aver lanciato una guerra incostituzionale e criticato persino dai suoi stessi senatori, si è ritrovato ostaggio del suo stesso alleato.

Severino Citaristi, il tesoriere che pagò per tutti

E qui il parallelismo con Severino Citaristi diventa impressionante. Il tesoriere della Democrazia Cristiana, sindaco di Villongo, presidente della Provincia di Bergamo, fu scelto da Ciriaco De Mita per maneggiare i soldi di un partito che era un intero sistema di potere. Quando Mani Pulite travolse la Prima Repubblica, Citaristi fu sommerso da 74 avvisi di garanzia – un primato assoluto. Condannato a sedici anni di carcere e a otto miliardi di lire di ammende, non andò mai in prigione per le sue gravi condizioni di salute. Ma la sua vita fu distrutta. Lui, che aveva solo amministrato un sistema che tutti alimentavano, divenne il capro espiatorio.

Come Citaristi, Trump ha pagato per un sistema che lui stesso aveva contribuito a creare. Aveva armato Netanyahu, gli aveva dato carta bianca, aveva scelto la guerra per ragioni di consenso interno. E quando la guerra si è rivelata un fallimento, quando i sondaggi sono crollati e l’economia globale ha cominciato a soffocare per il blocco dello Stretto di Hormuz – da cui passa il 20% del petrolio mondiale – Trump ha dovuto fare marcia indietro. Ma i suoi stessi alleati, come i corrotti della Prima Repubblica con Citaristi, lo hanno abbandonato. Netanyahu ha continuato a colpire, ha dichiarato che Israele non si sarebbe fermato, ha umiliato pubblicamente il presidente che lo aveva sostenuto.

La ragionevolezza di un parallelismo che la storia ha reso reale

Un anno fa, questo articolo sarebbe sembrato fantapolitica. Oggi è cronaca. La guerra USA-Iran del febbraio 2026 è realmente avvenuta. L’accordo di pace del giugno 2026 è realmente stato firmato. Il ruolo di Netanyahu come alleato insubordinato è documentato da fonti autorevoli. Il fatto che Trump abbia cercato disperatamente di chiudere l’accordo proprio il giorno del suo ottantesimo compleanno è stato raccontato dall’AP e dal New York Times.

E Citaristi? La sua storia è la prova che il potere, quando si trasforma in trappola, non guarda in faccia nessuno. Che i sistemi di potere – sia un partito di tangenti che un’alleanza militare – finiscono per divorare chi li ha alimentati. Che gli alleati, quando i loro interessi divergono, diventano nemici. Che la sopravvivenza politica, a volte, è peggiore della sconfitta.

Trump ha festeggiato gli 80 anni con un torneo di UFC alla Casa Bianca e un accordo di pace che sapeva di resa. Citaristi ha passato gli ultimi anni della sua vita agli arresti domiciliari, distrutto da un sistema che aveva servito per decenni. Due storie, apparentemente lontanissime. Ma identiche nella loro geometria: il potere che si ritorce contro chi lo ha esercitato, e la solitudine di chi, alla fine, si ritrova a pagare da solo.

Come scrisse qualcuno, la storia non si ripete ma fa rima. E la rima, nel giugno 2026, ha il nome di Donald Trump e Severino Citaristi.


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 Antonio Rossello

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