“La remigrazione non è uno slogan, ma una categoria politica della sopravvivenza”


Milano, 15 giu – Penna de La Verità, autore, saggista, giornalista, filosofo, aforista e polemista è lunga la lista di aggettivi che possiamo attribuire a Boni Castellane. Tra le varie sfaccettature del suo lavoro intellettuale, ora, si è affacciata la battaglia sul tema della remigrazione. All’indomani della manifestazione romana del Comitato Remigrazione e Riconquista, che ha portato in piazza oltre 10mila persone tutte (o quasi) con un tricolore, lo abbiamo intervistato per riflettere sulla parola politica del momento, o meglio su una visione che tiene sveglia tutta l’Europa. Chi la avversa e chi la brandisce, ma soprattutto ci interessano quali sono le regioni di uno scontro epocale che risponde al richiamo dell’identità. In tal senso, per ragionare con Boni Castellane sul tema, abbiamo attraversato gli argomenti del saggio che ha scritto nel libro collettaneo (assieme ad autori come Jean-Yves Le Gallou, il nostro direttore Adriano Scianca, Progetto Razzia e tanti altri) Remigrazione. Il percorso verso la Riconquista. Le parole, quindi, sono importanti e per questo ci immergiamo in esse.

Negli ultimi anni il termine remigrazione è passato da concetto marginale a tema di dibattito pubblico europeo. Quali fattori hanno reso possibile questo cambiamento e perché ritiene che oggi sia diventato impossibile ignorarlo?

“Negli ultimi anni il termine remigrazione è emerso dal margine al centro del dibattito pubblico europeo perché la realtà ha finito per smentire, con una forza matematica e visibile, le narrazioni che per decenni avevano presentato le migrazioni di massa come fenomeni naturali, inevitabili o addirittura benefici. I flussi senza precedenti, le trasformazioni demografiche accelerate nelle grandi città, il collasso della coesione sociale in interi quartieri, l’impossibilità matematica dell’alternanza politica in diversi contesti metropolitani e la dipendenza strutturale della sinistra globalista da un bacino elettorale sostitutivo hanno reso evidente ciò che ho definito «strategia del cuculo»: un processo indotto, non spontaneo, finalizzato alla dissoluzione dell’ethnos europeo e alla costruzione di una società post-nazionale di consumatori atomizzati.  La rielezione di Donald Trump segna, a mio parere, la fine simbolica e pratica del globalismo mercantilista; da quel momento è tornato possibile affermare l’ovvio senza essere immediatamente espulsi dal discorso pubblico. La trasformazione della democrazia in dispositivo di dominio post-democratico – dove la maggioranza artificiale blocca ogni alternanza – non è più una profezia, ma un dato politico attuale.  Questo processo si manifesta in modo drammatico negli attuali fatti di Belfast. Il vedere riproposti i Troubles ma questa volta con l’alleanza di gruppi cattolici e protestanti si può spiegare soltanto considerando il fatto oggettivo della trasformazione dell’urbano in selvaggio: porzioni di città europee, risultato di oltre mille anni di civilizzazione, stanno regredendo a condizioni di conflitto etnico e tribale ad intensità costante. Le periferie delle città europee si stanno trasformando in spazi dove la legge del più forte e l’appartenenza di gruppo prevalgono sul diritto comune, segnando un regresso storico senza precedenti negli ultimi mille anni. La strategia del cuculo produce esattamente questo: non semplice «tensione sociale», ma la dissoluzione della forma urbana civilizzata stessa”.

Nel volume Remigrazione. Il percorso verso la riconquista il tema dell’immigrazione viene collegato a questioni come natalità, identità, sovranità e coesione sociale. Perché, a suo avviso, questi aspetti non possono essere affrontati separatamente?

“Natalità, identità, sovranità e coesione sociale non possono essere trattati come ambiti separati perché costituiscono un unico tessuto ontologico. L’immigrazione di massa, lungi dall’essere un fenomeno neutro, dissolve l’ethnos – sangue, lingua, cultura e terra – che è il fondamento storico della Nazione come «comunità di destino». Quando questo fondamento viene eroso, la natalità autoctona crolla non solo per ragioni economiche, ma perché viene meno il senso di continuità temporale e di fedeltà generazionale. La sovranità, intesa con Schmitt come «decisione sull’eccezione» e come nomos della terra, viene neutralizzata proprio da quei flussi che trasformano il demos in aggregato di individui intercambiabili.  La coesione sociale, infine, non è un semplice problema di «integrazione», ma la condizione stessa dell’esistenza autentica di un popolo. Separare questi aspetti significa ricadere nella logica illuminista e globalista che riduce tutto a contratto o a flusso economico, negando la dimensione spirituale e storica del Volksgeist di cui parlava Herder per giungere a quella «perdita della Patria» heideggeriana che si manifesta simultaneamente sul piano demografico, identitario, sovrano e sociale”.

Una delle critiche più frequenti rivolte alla remigrazione è quella di essere uno slogan provocatorio più che una proposta politica concreta. Quali sono, invece, gli strumenti e le politiche che possono trasformarla in un progetto praticabile?

“La remigrazione non è uno slogan, ma una categoria politica della sopravvivenza che si declina in una pluralità di strumenti e strategie attuative. Il suo carattere praticabile deriva innanzitutto dal riconoscimento che non esiste un «diritto cosmopolitico a migrare», mentre esiste un dovere di fedeltà alla Patria.  Concretamente, a mio parere le linee guida principali possono essere le seguenti:  accordi bilaterali di rimpatrio e incentivazione al ritorno volontario, soprattutto per coloro che non hanno conseguito un’effettiva integrazione; rimozione progressiva degli incentivi assistenziali che trasformano l’immigrazione in «materiale da assistere» necessario al mantenimento del Parastato gramsciano e ridefinizione rigorosa del diritto di cittadinanza, sottratta alla logica del contratto per ricondurla alla fedeltà gerarchica alla Tradizione incarnata nella Nazione. La remigrazione, in questa prospettiva, non è crudeltà né rivincita, ma atto riparatorio e restaurativo di un equilibrio vitale. È l’inversione del «processo di allagamento» di cui ho parlato nel mio saggio”.

Il libro riunisce autori provenienti da esperienze e percorsi diversi, ma accomunati da una medesima preoccupazione per il futuro dell’Europa. Quale contributo specifico ha voluto portare all’interno di questa opera collettiva e quale messaggio ritiene emerga con maggiore forza dal volume?

“Il percorso verso la riconquista è l’analisi della «strategia del cuculo» come dispositivo geopolitico ed economico di dissoluzione dell’ethnos europeo. Ho cercato di mostrare come l’immigrazione di massa non sia né naturale né neutra, ma il risultato di una convergenza tra dinamiche del Capitale (esercito industriale di riserva per la deflazione salariale) e progetto politico della sinistra globalista, che necessita di un flusso continuo di «materiale da assistere» per mantenere il controllo sui servizi sociali e sui nuovi assetti post-democratici. In questa cornice assume particolare rilievo, a mio parere, prendere coscienza dell’esistenza del Parastato gramsciano: la struttura parallela di potere che, attraverso l’egemonia culturale e istituzionale gramsciana, si è insediata nelle reti dei servizi sociali, nella burocrazia assistenziale, nelle organizzazioni non governative e negli apparati di gestione del consenso. Questo Parastato non si limita a erogare servizi, ma li trasforma in strumenti di riproduzione del proprio dominio, legando le masse immigrate a una condizione di dipendenza circolare e creando un clientelato strutturale che sopravvive anche a eventuali mutamenti elettorali. La mia analisi evidenzia come tale Parastato gramsciano renda la remigrazione non solo una risposta politica, ma l’unico atto capace di smantellare questa architettura parallela di potere. Il messaggio che, a mio avviso, emerge con maggiore forza dal volume è che la remigrazione non è una tecnica da contrapporre a un’altra tecnica, ma l’incarnazione filosofica di una politica dell’essere. È il rifiuto dell’«empatia suicida» e della neutralizzazione schmittiana del politico, è il ritorno all’ordo amoris che pone l’amore preferenziale per il vicino al di sopra dell’universalismo astratto”.

Se dovesse indicare ai lettori la questione fondamentale che il dibattito sulla remigrazione pone all’Europa contemporanea, quale sarebbe? E quale ruolo possono avere cultura e metapolitica nel preparare le risposte politiche di domani?

“La questione fondamentale che il dibattito sulla remigrazione pone all’Europa contemporanea è se un popolo abbia ancora il diritto – e il dovere – alla propria continuità temporale, analogamente alla memoria individuale. Senza questa continuità, l’esistenza si dissolve e con essa svanisce anche il soggetto politico. Cultura e metapolitica hanno un ruolo decisivo nel preparare le risposte politiche di domani. Esse sole possono «infilare il cuneo dell’insostituibile nella società dell’intercambiabile», per usare le parole di Régis Debray. Solo attraverso un lavoro rigoroso di chiarificazione concettuale – che riprenda e attualizzi Schmitt, Heidegger, Evola, Baudrillard tra gli altri – è possibile restituire al discorso pubblico la distinzione amico-nemico, il senso del nomos della terra e l’idea che la Nazione non è una costruzione amministrativa, ma una comunità spirituale. La metapolitica non sostituisce la politica, ma la rende possibile, risvegliando la capacità di affermare che i confini esistono e sono sacri. Senza questo lavoro preliminare, ogni proposta tecnica resterà fragile e reversibile. Con esso, la remigrazione può diventare ciò che già è nel profondo: l’atto attraverso il quale un popolo sceglie di non scomparire”.

Giorgio Palma




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