Resilienza militare, successione presidenziale e controllo territoriale tra Chocó e Catatumbo
Abstract
Questa analisi ricostruisce il significato strategico della disponibilità espressa dall’Esercito di Liberazione Nazionale a dialogare con il presidente che emergerà dal ballottaggio colombiano, pur rivendicando la capacità di sostenere un nuovo ciclo di confronto militare. La dichiarazione, raccolta da Reuters nel Chocó, viene letta non come un gesto isolato, ma come parte di una strategia di preservazione organizzativa che combina apertura politica, controllo territoriale, rendite coercitive e adattamento tecnologico. Il dossier distingue tra fatti verificati, dati fortemente supportati, segnali open source ed inferenze analitiche; collega la successione presidenziale alle crisi di Catatumbo e Chocó, alle lacune dell’implementazione dell’accordo del 2016 e alla frammentazione del mercato della violenza. L’obiettivo è valutare quali condizioni potrebbero trasformare un’offerta tattica in un processo negoziale credibile e quali, al contrario, renderebbero più probabile una nuova escalation.
Nota metodologica iniziale
Il documento adotta un approccio evidence-led basato su una triangolazione di agenzie internazionali, fonti governative colombiane, Defensoría del Pueblo, organizzazioni per i diritti umani, monitoraggi dell’implementazione della pace e materiali cartografici open source. Un fatto verificato è un evento attestato da una fonte primaria o da più fonti indipendenti convergenti. Un dato fortemente supportato è una misura ufficiale o una stima riportata con attribuzione e perimetro temporale esplicito. Un segnale OSINT è un elemento osservabile ma non sufficiente, da solo, a dimostrare una dinamica. Un elemento da monitorare è una variabile che può modificare la traiettoria degli scenari. Un’inferenza analitica collega evidenze diverse e viene formulata con linguaggio prudenziale. La ricostruzione è aggiornata al 17 giugno 2026, ore 18:00 CEST, e non presume l’esito del ballottaggio presidenziale.
| Categoria | Valutazione | Che cosa significa |
| Fatto verificato | Alto | Reuters ha raccolto nel Chocó la disponibilità dell’ELN a parlare con il prossimo presidente e la contestuale rivendicazione di resilienza militare. |
| Dato fortemente supportato | Alto | La Defensoría del Pueblo registra 105.203 vittime nel Catatumbo tra il 16 gennaio e il 7 dicembre 2025; le categorie possono sovrapporsi. |
| Segnale OSINT | Medio | La modernizzazione con droni e la persistenza di coercizione economica indicano adattamento, ma non quantificano l’intera capacità operativa. |
| Elemento da monitorare | Critico | Disciplina dei fronti, sequestri, violenza contro civili e riduzione verificabile delle ostilità. |
| Inferenza analitica | Prudenziale | L’apertura al dialogo può servire anche a preservare centralità politica e libertà operativa durante la transizione presidenziale. |
Figura 1 – Dashboard dei principali indicatori del dossier. La funzione è separare scala organizzativa, durata del conflitto e impatto umanitario, evitando di confondere capacità militare e consenso politico. Fonti: Reuters e Defensoría del Pueblo; elaborazione IARI.
Introduzione
Dalla rivoluzione rurale alla negoziazione permanente
La Colombia entra nella fase decisiva della successione presidenziale con un conflitto che non è più quello bipolare del Novecento, ma una costellazione di organizzazioni armate, reti criminali, dissidenze, economie illegali e vuoti istituzionali che si sovrappongono nelle periferie. L’ELN è l’attore storicamente più longevo di questo sistema. Nato nel 1964, ha attraversato la Guerra fredda, l’espansione del narcotraffico, la stagione paramilitare, la smobilitazione delle FARC e il progetto di “Paz Total” del governo di Gustavo Petro. La sua continuità non deriva da una superiorità convenzionale sullo Stato, bensì dalla capacità di sopravvivere in spazi periferici, distribuire il comando, estrarre risorse da economie locali e adattarsi ai cambiamenti politici senza rinunciare alla coercizione.
Il 17 giugno 2026 Reuters ha riportato le parole di un comandante del Fronte di Guerra Occidentale, identificato con il nome di battaglia Yerson. Il messaggio ha una costruzione deliberatamente duale: l’ELN sarebbe disposto a sedersi al tavolo con chiunque vinca il ballottaggio, ma sarebbe anche pronto a sostenere una nuova campagna militare qualora il prossimo governo privilegiasse la repressione. La dichiarazione interviene mentre i due candidati presentano orientamenti divergenti: Abelardo De La Espriella promette una linea più coercitiva; Iván Cepeda sostiene la continuità di una strategia negoziale. Il punto analitico non è stabilire quale approccio sia moralmente preferibile, ma comprendere perché l’ELN scelga di indirizzare un segnale simultaneamente conciliante e minaccioso alla vigilia della transizione.
La risposta si trova nella struttura del conflitto. Dalla prima apertura negoziale del 1991, diversi governi hanno tentato di trasformare l’ELN da organizzazione armata a soggetto politico disarmato. Nessuno è riuscito a chiudere il ciclo. L’assenza di un comando rigidamente verticale, le differenze tra fronti, l’insistenza su riforme strutturali e la riluttanza ad abbandonare fonti di finanziamento coercitive hanno reso ogni processo vulnerabile. Allo stesso tempo, la sola pressione militare non ha eliminato un’organizzazione che opera in territori dove lo Stato è spesso presente come forza intermittente, ma non come insieme permanente di giustizia, servizi, infrastrutture e opportunità economiche.
L’accordo del 2016 con le FARC ha modificato il campo di battaglia più di quanto lo abbia pacificato in modo uniforme. In alcune aree, la smobilitazione ha aperto spazi per l’espansione dell’ELN, di dissidenze e di organizzazioni criminali. Il monitoraggio del Kroc Institute pubblicato nel 2024 mostrava che, alla fine del settimo anno di implementazione, il 32 per cento delle disposizioni era completato, il 19 per cento aveva raggiunto un livello intermedio, il 39 per cento risultava minimale e il 10 per cento non era iniziato; la riforma rurale continuava a essere tra i capitoli più lenti. Il dato è antecedente al 2026 e non va trattato come fotografia attuale, ma spiega perché molte periferie abbiano mantenuto condizioni favorevoli al reclutamento, alle economie illecite e alla giustizia armata.

Figura 2 – Cronologia strategica dell’ELN e dei principali cicli negoziali. La sequenza evidenzia che l’apertura del 2026 si inserisce in una storia di dialoghi intermittenti, cessate il fuoco parziali e ritorni alla coercizione. Fonti: Reuters, governo colombiano, HRW e Kroc Institute.
Corpus
La dichiarazione di Chocó come messaggio strategico
La scelta del luogo e dell’interlocutore è significativa. Reuters ha raccolto la dichiarazione in un accampamento del Chocó, territorio nel quale il Fronte di Guerra Occidentale combina presenza armata, mobilità fluviale, pressione sulle comunità e competizione con il Clan del Golfo. Non si tratta quindi di una conferenza diplomatica proveniente da una delegazione isolata dal terreno, ma di un messaggio formulato da un comando operativo che vuole dimostrare di poter parlare di pace senza apparire indebolito. L’ELN presenta il dialogo come una scelta del futuro governo, mentre riserva a sé la facoltà di adattarsi all’esito: negoziare se convocato, combattere se attaccato.
Questa costruzione sposta implicitamente l’onere della de-escalation sullo Stato. È una tecnica negoziale coerente con un attore che non considera il disarmo un prerequisito, ma l’eventuale risultato di trasformazioni politiche più ampie. Reuters riferisce che l’organizzazione mantiene posizioni rigide sulla riforma agraria, sul ruolo delle imprese estrattive e sulle modalità di deposizione delle armi. La disponibilità a dialogare, pertanto, non equivale ad accettare l’agenda dello Stato né a interrompere immediatamente le fonti di coercizione. La stessa intervista conferma che i sequestri a fini economici continuano a essere considerati una risorsa finanziaria e che il gruppo ammette di tassare narcotrafficanti, attività minerarie, trasporti e allevamento, pur negando di produrre o trafficare direttamente droga.
Il messaggio ha anche una funzione interna. Rivendicare 62 anni di esperienza, un organico superiore a 6.000 tra combattenti e reti di supporto e la modernizzazione con droni serve a rassicurare i fronti che un nuovo tavolo non sarebbe una capitolazione. In una struttura diffusa, il vertice deve convincere simultaneamente lo Stato della propria capacità di consegnare risultati e le unità territoriali che il negoziato non cancellerà le loro leve. Questo doppio vincolo è uno dei motivi per cui la coesione della catena di comando deve essere considerata una variabile probatoria, non un assunto.

Figura 3 – Geografia della pressione armata. La mappa localizza i principali teatri richiamati dalle fonti, senza rappresentare un controllo territoriale continuo o aggiornato in tempo reale. Base: Natural Earth; fonti analitiche: Reuters, Defensoría del Pueblo e HRW.
Un’organizzazione federata, non un esercito monolitico
L’ELN è spesso descritto come una guerriglia nazionale, ma il suo comportamento operativo è meglio compreso come una federazione armata con livelli differenziati di autonomia territoriale. Il comando centrale definisce orientamenti politici e negoziali; i fronti conservano capacità di iniziativa, relazioni economiche e radicamento locale. Questa architettura aumenta la resilienza: la perdita di un comandante o di una struttura non implica automaticamente il collasso del sistema. Al tempo stesso, riduce la credibilità esecutiva di un accordo, perché una decisione centrale può essere interpretata, ritardata o aggirata nelle periferie.
Reuters sottolinea che il comando diffuso e le divergenze interne hanno complicato i negoziati precedenti. Il problema non è solo organizzativo. In un’economia di guerra, ogni fronte controlla flussi, tassazioni, sequestri, relazioni con comunità e reti di approvvigionamento che possono essere messi a rischio dalla pace. Un accordo credibile deve quindi riallineare incentivi materiali, sicurezza personale e rappresentanza politica. Se il tavolo offre soltanto un’agenda nazionale, ma non modifica il calcolo dei comandi locali, il risultato più probabile è una conformità selettiva: riduzione della violenza in alcune zone, prosecuzione o ridenominazione delle attività in altre.
La frammentazione non deve tuttavia essere confusa con assenza di strategia. La capacità di coordinare narrative, mantenere un’identità politica e adattare l’impiego di strumenti come droni, mine, intelligence locale e interdizione delle vie fluviali mostra che l’ELN può innovare senza trasformarsi in una forza convenzionale. Il vantaggio competitivo è la dispersione. Lo Stato, invece, deve proteggere simultaneamente popolazioni, infrastrutture, magistrati, amministrazioni e vie di comunicazione su un territorio vasto. La simmetria apparente tra due attori armati nasconde quindi una profonda asimmetria di obblighi: la guerriglia può scegliere dove agire; lo Stato deve garantire diritti ovunque.

Figura 4 – Matrice comparativa degli attori. Il visual distingue obiettivi, leve e vincoli senza equiparare natura giuridica o responsabilità. La funzione è mostrare che il conflitto è multipolare e che una trattativa bilaterale con l’ELN non esaurisce l’ecosistema armato.
Due teatri, due economie della coercizione
Catatumbo e Chocó sono i due laboratori più utili per comprendere l’ELN del 2026. Il Catatumbo, nel dipartimento di Norte de Santander e lungo la frontiera venezuelana, combina coltivazioni illecite, corridoi transfrontalieri, debolezza amministrativa e competizione con il Frente 33, formazione emersa dalla dissidenza post-FARC. Human Rights Watch ha ricostruito come, dal 16 gennaio 2025, l’ELN abbia condotto una campagna per recuperare ampie porzioni della regione, colpendo anche civili accusati di legami con la struttura rivale. La crisi ha prodotto una delle più grandi ondate di sfollamento degli ultimi decenni colombiani.
La Defensoría del Pueblo, nel bilancio a un anno dall’escalation, ha riportato 105.203 vittime registrate tra il 16 gennaio e il 7 dicembre 2025: 101.587 associate allo sfollamento forzato, 7.777 a minacce, 3.772 al confinamento e 2.948 all’abbandono o spoglio di terre. Le categorie non sono additive, perché la stessa persona può essere registrata per più fatti. Il dato mostra comunque la scala del deterioramento e il costo di una competizione che non si esaurisce nel confronto tra guerriglieri. Nel marzo 2026 la Defensoría ha inoltre denunciato minacce diffuse mediante droni con altoparlanti e nuovi spostamenti di famiglie a Filo Gringo. Questo elemento rafforza l’indicazione Reuters sulla modernizzazione tecnologica, ma non consente da solo di misurare quantità, autonomia o sofisticazione dell’intera flotta di droni.
Il Chocó presenta una logica differente. Qui la geografia fluviale, la densità della foresta, la debolezza della rete stradale e la presenza di comunità afrocolombiane e indigene rendono la mobilità un bene politico. Vietare la navigazione, imporre un paro armado o controllare l’accesso a un fiume può produrre effetti simili a un blocco senza occupare stabilmente ogni villaggio. La Defensoría ha documentato ripetutamente confinamenti, sfollamenti e interruzioni dell’accesso a cibo, scuola e cure dovuti alla disputa tra ELN e Clan del Golfo. Nel marzo 2026, pur dopo la fine annunciata di un paro nel Bajo Baudó, le conseguenze sulla popolazione e le pressioni dei due gruppi risultavano ancora presenti.
Ne deriva una distinzione essenziale. Nel Catatumbo l’ELN cerca profondità territoriale e controllo di rendite in un ambiente di frontiera e competizione con una dissidenza. Nel Chocó esercita potere attraverso la gestione dei corridoi fluviali, l’interdizione e la competizione con una rete criminale nazionale. Un negoziato nazionale che non includa meccanismi territoriali differenziati rischia di applicare la stessa soluzione a problemi operativi diversi.

Figura 5 – Mappa operativa dei due teatri. Le frecce rappresentano relazioni geografiche e logiche di flusso, non rotte tattiche in tempo reale. Il visual chiarisce la differenza tra profondità di frontiera nel Catatumbo e controllo fluviale nel Chocó.

Figura 6 – Chocó e corridoi fluviali: ricostruzione geografica dell’asse del fiume Atrato, delle connessioni verso il Pacifico e dei principali vincoli di mobilità terrestre. Il visual ha funzione analitica e non rappresenta posizioni operative in tempo reale. Fonte: fonti aperte e reporting istituzionale; elaborazione editoriale IARI.
Il territorio come infrastruttura di potere
Nelle periferie colombiane il territorio non è soltanto spazio fisico: è un’infrastruttura di tassazione, informazione e legittimazione coercitiva. Il controllo di un fiume permette di conoscere chi si muove, imporre regole, selezionare merci e persone, riscuotere pagamenti e punire la disobbedienza. Il controllo di una strada rurale o di un passo di frontiera produce analoghi vantaggi. Le comunità diventano contemporaneamente fonte di intelligence, base logistica e popolazione da disciplinare. Questa dinamica spiega perché il conteggio dei combattenti non sia sufficiente a valutare la forza dell’ELN.
La fotografia aerea di La Gabarra mostra visivamente il problema: un insediamento circondato da fiume, foresta e distanze. In contesti simili, l’accesso istituzionale può essere costoso e intermittente, mentre una struttura armata radicata localmente può esercitare pressione con un numero relativamente ridotto di uomini. La vulnerabilità aumenta quando la risposta pubblica è quasi esclusivamente militare e non viene seguita da giustizia, trasporti, sanità, istruzione e mercati legali. La sicurezza ottenuta da un’operazione temporanea si dissolve se il territorio torna a dipendere da chi controlla la mobilità quotidiana.
Il prossimo governo erediterà quindi un dilemma di sequenza. Un approccio che negozi senza proteggere le comunità può consolidare il potere coercitivo dell’interlocutore. Un approccio che colpisca militarmente senza costruire presenza civile può frammentare l’organizzazione e disperdere la violenza verso nuove aree. La strategia efficace deve sincronizzare protezione, intelligence, giustizia, servizi e incentivi alla defezione, evitando di considerare il tavolo e la forza pubblica come alternative assolute.
Finanziamento, sequestri e credibilità del negoziato
Il finanziamento è il nodo che collega la dimensione ideologica a quella operativa. Nell’intervista Reuters, l’ELN nega il coinvolgimento diretto nella produzione e nel traffico di droga, ma riconosce di tassare soggetti legati al narcotraffico e ad attività minerarie, di trasporto e allevamento. Ammette inoltre la prosecuzione dei sequestri economici, definiti dall’organizzazione “detenzioni”. Questa distinzione lessicale non cambia il problema strategico: finché il gruppo può finanziare la propria sopravvivenza attraverso coercizione e prelievo territoriale, il costo di abbandonare le armi resta elevato.
Per lo Stato, la cessazione dei sequestri è un test più informativo di una dichiarazione generale di buona volontà. È osservabile, verificabile e direttamente collegata agli incentivi dei fronti. Una riduzione reale richiede non soltanto un ordine centrale, ma una disciplina locale, un meccanismo di monitoraggio, canali per denunce sicure e risorse alternative per la transizione. Senza questi elementi, la coercizione può mutare forma: estorsioni affidate a intermediari, tassazioni mascherate, sequestri non rivendicati o attività condotte da scissioni formalmente estranee al tavolo.
La credibilità del negoziato dipenderà anche dalla gestione delle economie illegali che non sono monopolio dell’ELN. Nel Chocó e nel Bajo Cauca, il Clan del Golfo può occupare spazi lasciati da un eventuale ritiro. Nel Catatumbo, il Frente 33 e altre reti possono contestare rendite e corridoi. Un accordo bilaterale privo di una strategia di sostituzione territoriale rischia perciò di produrre un “effetto palloncino”: riduzione della presenza di un attore e immediata espansione di un altro.
La Paz Total dopo la rottura del 2025
Il governo Petro aveva impostato la “Paz Total” sull’idea che la pacificazione richiedesse canali paralleli con guerriglie, dissidenze e organizzazioni criminali. Con l’ELN, il processo aveva prodotto un cessate il fuoco e un’architettura negoziale, ma non aveva risolto la questione della violenza territoriale e delle economie coercitive. Il 17 gennaio 2025 la presidenza colombiana ha sospeso i colloqui dopo l’escalation nel Catatumbo, dichiarando che gli atti del gruppo rendevano incompatibile la prosecuzione immediata del tavolo.
La rottura ha esposto la debolezza centrale del modello: un processo nazionale può avanzare formalmente mentre sul terreno i fronti modificano equilibri, colpiscono rivali e producono costi umanitari. Questo non dimostra che il dialogo sia intrinsecamente inefficace; dimostra che il dialogo senza metriche territoriali può diventare disconnesso dalla sicurezza reale. Il prossimo governo dovrà decidere se riaprire il canale, ma soprattutto come evitare che la partecipazione al tavolo funzioni da copertura per il consolidamento armato.
Una nuova architettura dovrebbe separare chiaramente tre livelli. Il primo è umanitario: protezione dei civili, cessazione dei sequestri, accesso delle missioni, interdizione del reclutamento e degli attacchi indiscriminati. Il secondo è territoriale: verifiche per fronte, incident reporting, mappe di rischio e responsabilità dei comandanti. Il terzo è politico: riforme, partecipazione, reintegrazione e garanzie. L’errore dei processi precedenti è stato spesso pretendere che il livello politico compensasse l’assenza di esecuzione territoriale oppure, all’opposto, subordinare ogni apertura a una resa preventiva che l’ELN non aveva incentivo ad accettare.
La variabile presidenziale: due linee, lo stesso vincolo
La campagna elettorale tende a presentare una scelta binaria tra negoziato e repressione. Sul piano operativo, entrambi gli orientamenti incontrano lo stesso vincolo: la capacità dello Stato di sostenere nel tempo la propria presenza. Una linea di pressione militare può degradare comandi, depositi e mobilità, ma deve evitare di trasformare la popolazione in terreno di rappresaglia o di spingere i fronti verso maggiore autonomia. Una linea negoziale può ridurre ostilità e creare incentivi, ma deve impedire che il cessate il fuoco diventi una pausa per reclutamento, riarmo e consolidamento delle rendite.
Il candidato De La Espriella, secondo Reuters, ha promesso una stretta militare. L’ELN usa questa prospettiva per presentarsi come organizzazione pronta alla resistenza e per aumentare il costo politico anticipato di un’offensiva. Cepeda propone continuità nella strategia di pace; il gruppo può leggere questa apertura come opportunità, ma anche come segnale che la minaccia armata mantiene efficacia negoziale. Per entrambi, il rischio è lasciarsi definire dall’avversario: il governo duro come produttore di escalation, il governo dialogante come interlocutore permissivo.
La soluzione non è una media aritmetica, ma una dottrina di condizionalità. Ogni beneficio negoziale dovrebbe essere collegato a comportamenti verificabili; ogni operazione di sicurezza dovrebbe essere integrata con protezione civile e sostituzione istituzionale. In questo quadro, il tavolo non è una concessione e la forza non è una strategia autosufficiente. Sono strumenti subordinati a un obiettivo: ridurre la capacità di usare violenza e rendite coercitive come leva politica.
Dimensione regionale e internazionale
La geografia di frontiera rende il conflitto colombiano inevitabilmente regionale. Il Catatumbo è adiacente al Venezuela e le reti umane, commerciali e illecite attraversano una linea di confine difficile da controllare integralmente. Questo offre profondità logistica agli attori armati e complica la distinzione tra pressione interna e rifugio transfrontaliero. Qualsiasi strategia che aumenti le operazioni in Norte de Santander senza coordinamento diplomatico, gestione dei flussi civili e cooperazione di frontiera può spostare la violenza invece di ridurla.
Anche la qualificazione internazionale dell’ELN incide sul margine negoziale. Reuters ricorda che l’organizzazione è designata come terroristica dagli Stati Uniti e dall’Unione europea. Ciò non impedisce automaticamente mediazioni o canali di pace, ma condiziona transazioni, spostamenti, garanzie e legittimazione esterna. Un processo credibile deve quindi produrre evidenze sufficienti per giustificare eventuali deroghe, accompagnamento internazionale o modifiche graduali del regime di restrizioni.
Per Washington e per i partner europei, il problema combina sicurezza, narcotraffico, diritti umani e stabilità regionale. Un approccio esclusivamente antinarcotici tende a sottovalutare le economie locali e il controllo sociale; un approccio esclusivamente umanitario può non affrontare le capacità armate. L’interesse esterno più realistico è sostenere monitoraggio, giustizia, protezione comunitaria e sviluppo territoriale, mantenendo una soglia chiara contro la normalizzazione dei sequestri e degli attacchi ai civili.
Ipotesi speculativa
La disponibilità al dialogo come strategia di preservazione
L’ipotesi più plausibile è che l’ELN stia cercando di entrare nella transizione presidenziale come attore inevitabile, non come organizzazione in cerca di una via d’uscita immediata. La dichiarazione di Chocó offre al vincitore un canale, ma allo stesso tempo fissa un prezzo: ignorare o colpire il gruppo significherebbe affrontare un’organizzazione che rivendica espansione, modernizzazione e capacità di resistenza. L’apertura è quindi compatibile con una strategia di preservazione della libertà operativa.
Questa interpretazione non implica che l’offerta sia falsa. Un’organizzazione può avere un interesse reale al dialogo e, nello stesso momento, usare il dialogo per migliorare posizione, coesione e legittimità. L’ELN potrebbe voler evitare una campagna militare più intensa, ottenere garanzie per i propri quadri, influenzare l’agenda delle riforme e ridurre l’isolamento internazionale. Tuttavia, il mantenimento di sequestri, tassazioni e controllo territoriale suggerisce che l’obiettivo iniziale non sia il disarmo, ma una negoziazione da posizione armata.
Un secondo livello riguarda la coesione interna. La dichiarazione di unità e adattamento può essere letta come risposta preventiva al dubbio che il comando centrale sia in grado di vincolare i fronti. Mostrare un fronte occidentale pronto a parlare consente di presentare l’organizzazione come interlocutore nazionale; ma la prova decisiva sarà la risposta dei comandi in Catatumbo, Arauca e altri teatri. Se la violenza prosegue o aumenta mentre il canale politico si riapre, ciò indicherà o una strategia di pressione coordinata o una frammentazione che riduce la capacità negoziale del centro.
Un terzo livello riguarda lo status quo territoriale. L’ELN può calcolare che il tempo lavori a suo favore nelle aree dove lo Stato non riesce a trasformare operazioni militari in governo permanente. In questo scenario, negoziare senza scadenze protegge le rendite; combattere in modo selettivo mantiene la reputazione; attendere il cambio di amministrazione consente di adattare il discorso. La strategia pubblica del prossimo governo dovrebbe quindi evitare sia l’urgenza simbolica di annunciare rapidamente un tavolo sia la tentazione di promettere una vittoria militare totale senza una base territoriale sostenibile.
So What
Best Case Scenario
Il migliore esito realistico non è una pace immediata, ma l’avvio di un processo condizionato che riduca rapidamente la violenza contro i civili e produca prove di comando verificabile. Il nuovo governo apre un canale esplorativo limitato, sostenuto da garanti internazionali e da un meccanismo territoriale, senza riconoscere automaticamente benefici politici o giudiziari. L’ELN ordina e dimostra una riduzione dei sequestri, consente accesso umanitario e accetta metriche differenziate per fronte. La pressione della forza pubblica viene mantenuta contro violazioni e attori esterni al processo, ma è accompagnata da servizi, giustizia e protezione locale.
| Ipotesi chiave | Il comando centrale può vincolare una massa critica di fronti; il nuovo governo combina condizionalità e incentivi; attori rivali non riescono a sabotare sistematicamente il processo. |
| Impatti | Diminuzione di sequestri, confinamenti e sfollamenti; maggiore accesso umanitario; riduzione della pressione su Chocó e Catatumbo; riapertura graduale di spazi politici. |
| Strategia | Tavolo in fasi, cessazione umanitaria prima del cessate il fuoco generale, verifica per territorio, risposta rapida alle violazioni e investimenti istituzionali nei comuni prioritari. |
| Tappe da seguire | Canale esplorativo; protocollo sui civili; liberazione degli ostaggi; mappa dei fronti aderenti; monitoraggio indipendente; agenda politica e percorsi individuali di transizione. |
| Consigli operativi | Usare indicatori mensili pubblici; proteggere leader comunitari; impedire il subentro di altri gruppi; mantenere capacità di intelligence e giustizia finanziaria. |
Stability Case Scenario
Lo scenario di stabilità relativa prevede una coesistenza armata controllata. Il governo e l’ELN mantengono contatti intermittenti, ottengono pause localizzate e limitano alcune forme di violenza, ma non raggiungono un accordo sul disarmo o sulle economie coercitive. I fronti rispettano selettivamente le direttive; il conflitto si riduce in alcune zone e si sposta in altre. La popolazione beneficia di finestre umanitarie, ma resta esposta a paros armados, estorsioni e competizione tra gruppi.
| Ipotesi chiave | Nessuna delle parti dispone della capacità o della volontà di imporre un esito; i costi dell’escalation spingono a mantenere canali minimi. |
| Impatti | Violenza intermittente, riduzione parziale dei picchi, persistente controllo sociale e consolidamento di economie illegali in aree periferiche. |
| Strategia | Accordi umanitari territoriali, deterrenza selettiva, protezione dei corridoi civili e separazione tra dialogo politico e contrasto finanziario. |
| Tappe da seguire | Meccanismi locali di prevenzione; hotline; mappatura degli incidenti; protezione delle comunità; revisione trimestrale degli impegni. |
| Consigli operativi | Non presentare le pause come pace; evitare concessioni irreversibili; investire in capacità municipale e preparare piani contro il subentro di attori rivali. |
Worst Case Scenario
Nel peggiore scenario il nuovo governo adotta una campagna generalizzata o il dialogo collassa rapidamente. L’ELN risponde con attacchi distribuiti, sequestri, sabotaggi e maggiore uso di droni; i fronti guadagnano autonomia, mentre dissidenze e Clan del Golfo sfruttano il vuoto. Catatumbo e Chocó registrano nuove ondate di sfollamento e confinamento. La pressione transfrontaliera aumenta e il conflitto si frammenta in unità più piccole, difficili da ricondurre a un negoziato nazionale.
| Ipotesi chiave | Assenza di canali credibili; operazioni militari non seguite da controllo territoriale; rappresaglie contro civili; divisioni interne all’ELN. |
| Impatti | Crescita delle vittime, dispersione geografica della violenza, attacchi a infrastrutture, crisi umanitaria e minore capacità del comando centrale di negoziare. |
| Strategia | Protezione prioritaria dei civili, intelligence su reti finanziarie e logistiche, operazioni mirate, cooperazione di frontiera e canali umanitari separati dal tavolo politico. |
| Tappe da seguire | Piani di contingenza per sfollamenti; protezione di città e fiumi; contrasto ai droni; sanzioni individuali; offerta di defezione e reintegrazione per unità locali. |
| Consigli operativi | Evitare retorica di vittoria rapida; misurare il controllo statale dopo ogni operazione; mantenere una porta umanitaria per prevenire escalation incontrollata. |

Figura 7 – Traiettorie Colombia–ELN 2026–2027. La matrice combina tenuta del processo negoziale, pressione armata, competizione territoriale e variabili di monitoraggio, evidenziando possibili punti di svolta. Elaborazione IARI su fonti aperte, reporting Reuters e fonti istituzionali colombiane.
Conclusioni
Il negoziato credibile richiede Stato territoriale
La dichiarazione dell’ELN non deve essere letta né come prova di imminente pacificazione né come semplice propaganda. È un segnale strategico rivolto al futuro presidente, ai fronti interni e agli interlocutori internazionali. Il gruppo vuole dimostrare di poter negoziare senza rinunciare alla propria capacità di coercizione. La forza del messaggio deriva proprio dalla sovrapposizione di due registri: disponibilità politica e resilienza militare.
Il significato geopolitico più ampio è che la Colombia non affronta un residuo lineare della Guerra fredda, ma una competizione per territori periferici connessi a frontiere, fiumi, miniere, coltivazioni illecite e corridoi verso il Pacifico. L’ELN resta rilevante perché occupa l’intersezione tra ideologia, economia armata e governo locale coercitivo. Il problema non può essere risolto soltanto a Bogotá, né soltanto sul campo di battaglia.
Nel breve periodo, la variabile decisiva sarà la linea del nuovo presidente e la capacità di definire condizioni misurabili. La cessazione dei sequestri, la protezione dei civili, l’accesso umanitario e la disciplina dei fronti offrono test più robusti delle dichiarazioni pubbliche. Nel medio periodo, occorrerà osservare se la riduzione della violenza in un teatro produce spostamento verso un altro, se il Clan del Golfo o le dissidenze occupano spazi e se lo Stato mantiene presenza dopo le operazioni. Nel lungo periodo, il successo dipenderà dall’implementazione della riforma rurale, dalla giustizia territoriale, dalle economie legali e da percorsi di reintegrazione credibili.
Il segnale di svolta positivo non sarà la fotografia di un nuovo tavolo, ma la convergenza tra comportamento nazionale e locale: ordini centrali eseguiti dai fronti, riduzione verificabile della coercizione e capacità dello Stato di sostituire il potere armato con istituzioni permanenti. Il segnale negativo sarà l’opposto: negoziato al centro, espansione o frammentazione nelle periferie. In definitiva, il prossimo governo dovrà evitare una falsa alternativa. Senza pressione credibile, il dialogo rischia di premiare la coercizione; senza costruzione statale, la pressione rischia di spostare il conflitto. La strategia sostenibile consiste nel rendere il territorio meno utile alla guerra e il negoziato più costoso da violare.
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Filippo Sardella
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