#Finsubito news – Storia delle banche, una miniera che parla dell’Italia


C’è un pezzo d’Italia che si nasconde nella storia delle banche. Non solo numeri, azioni, capitali, ma persone, imprese, comunità, territori. Una storia di sviluppo e trasformazioni che il “Repertorio online delle banche italiane (1861-oggi)” rende accessibile (https://www.bancheitaliane.org/). 

Il progetto di ricerca prende avvio nel 2021 con una fase pilota dedicata a Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria, portando al censimento circa 1.200 realtà. La seconda fase, estesa a Lombardia, Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia, ha consentito di riportare alla luce oltre 2.600 enti. I risultati di questa nuova tappa sono stati presentati martedì 20 ottobre nel corso dell’incontro “Memoria bancaria. Dall’archivio di carta all’innovazione digitale”, promosso dalla Facoltà di Scienze bancarie, finanziarie e assicurative, dal Dipartimento di Storia moderna e contemporanea e dal Centro di ricerca sul Credito Cooperativo. Una presentazione che, oltre a mettere in luce le potenzialità di uno strumento digitale gratuito liberamente consultabile, si è rivelata un’occasione preziosa per riflettere sull’importanza della memoria storica per il sistema bancario. Perché ripercorrere le vicende delle banche significa comprendere a fondo quelle dell’Italia. Come è emerso con chiarezza negli interventi delle illustri personalità del mondo accademico e bancario raccolto attorno al tavolo della Sala Negri da Oleggio.

«La memoria è un ponte tra passato e futuro», ha esordito il preside della Facoltà di Scienze bancarie, finanziarie e assicurative Giovanni Petrella, introducendo l’evento. «La storia delle banche è parte di un processo di trasformazione continua, fatto di costituzioni, cessazioni e aggregazioni, oltre che di mutamenti dei modelli operativi, all’interno di una cornice regolamentare in forte evoluzione», ha detto il preside. «Il sistema bancario affronta oggi cambiamenti importanti. Sapere come abbia già affrontato, nel corso di oltre un secolo e mezzo, crisi, riforme e cambiamenti ci fornisce punti di riferimento e ci aiuta a distinguere ciò che è realmente nuovo da ciò che, in realtà, rappresenta il ritorno di fenomeni già visti», contribuendo in tal senso, «a individuare una direzione». E, ha aggiunto: «per i nostri studenti, che un domani lavoreranno in banche, spesso nate dall’unione di decine di istituti diversi, è utile capire da dove provengono le organizzazioni nelle quali opereranno e perché siano strutturate nel modo in cui le conosciamo oggi».

E proprio la memoria storica è stata il fil rouge degli interventi che si sono alternati sotto la guida di Enrico Berbenni, docente di Storia economica in Cattolica. A partire da Augusto dell’Erba, presidente della Federazione Italiana delle Banche di Credito Cooperativo – Casse Rurali ed Artigiane. «La banca non è soltanto un’istituzione finanziaria: è la proiezione di una società, di un contesto, di un bisogno. Se non esiste un bisogno reale, non nasce neppure una banca. E, nel nostro caso, quel bisogno era profondamente radicato nella realtà dei territori e delle comunità», ha spiegato Dell’Erba. «Da meridionale, ricordo bene come le narrazioni storiche raccontino un’epoca nella quale non esisteva un ente centrale e gli istituti che emettevano moneta erano molteplici. Siamo abituati oggi a dare per scontata l’esistenza di una banca centrale e la stabilità della circolazione monetaria, ma per lungo tempo non è stato così. Allo stesso modo, tendiamo a considerare naturale l’esistenza del risparmio e la sua disponibilità. Eppure, anche questa è una conquista storica. La possibilità di raccogliere, custodire e impiegare il risparmio è nata per rispondere a bisogni concreti delle persone e delle attività economiche. Per questo la storia delle banche non racconta soltanto l’evoluzione degli istituti di credito, ma riflette l’evoluzione stessa della società, dei suoi bisogni e della sua capacità di organizzare risorse per il futuro».

È dunque tangibile lo stretto legame tra la storia del sistema bancario e lo sviluppo socioeconomico del Paese. Lo ha ben illustrato Antonio Patuelli, presidente dell’Associazione Bancaria Italiana, ripercorrendo alcune vicende storiche del credito. «La memoria è indispensabile per non ripetere gli errori già compiuti». Il Repertorio, infatti, offre alcuni punti fermi di «coerenza bancaria», prima sotto l’attenzione di una tecnica bancaria in evoluzione e poi con una normativa sempre più fitta. «Vi era molta più tecnica bancaria quando vi era meno legislazione bancaria, perché la tecnica colmava le lacune della regolamentazione. Con il passare dei decenni, invece, la legislazione bancaria è cresciuta in modo significativo. Ma, all’epoca dell’Unità d’Italia, non ne disponevamo quasi». Per Patuelli, inoltre, le banche nate nella seconda metà dell’Ottocento erano orientate soprattutto alla tutela del piccolo risparmio. Si trattava di quelle che oggi definiremmo del credito cooperativo, a cui si affiancavano banche popolari, casse di risparmio e monti di pietà. «Quando venivano istituite nei piccoli centri, spesso aprivano la domenica, proprio per offrire a chi lavorava la possibilità di effettuare un deposito o, eventualmente, un prelievo. L’attività bancaria era considerata un servizio rivolto ai lavoratori e alle loro esigenze», ha continuato Patuelli. Accanto alla tutela del risparmio e dei risparmiatori, altro elemento fondante della credibilità delle banche è la solidità patrimoniale e la capacità di garantire adeguata liquidità. D’altronde, «buona gestione del risparmio e liquidità sono aspetti inscindibili». Per questo motivo è importante «mantenere vivo il filo della memoria», per non smarrire «la consapevolezza delle grandi responsabilità e dei grandi doveri che ricadono su quanti, a ogni livello, operano nella gestione delle banche». Una consapevolezza che «deve appartenere anche a tutti coloro che, con funzioni e responsabilità diverse, si rapportano al sistema bancario».

Che è poi l’idea di fondo del Repertorio. «Alla base del progetto vi è una precisa chiave metodologica: l’integrazione scalare delle fonti. La ricerca mette infatti in dialogo i diversi livelli documentari, da quello locale a quello regionale e nazionale, in una sorta di “cucitura delle fonti” che consente di colmare lacune, superare opacità informative e restituire un quadro più completo delle vicende ricostruite», ha precisato Giuseppe De Luca, docente di Storia economica all’Università degli Studi di Milano e responsabile scientifico dell’archivio digitale. «Il portale è poi arricchito dalla documentazione relativa ai titoli azionari e offre numerose piste di ricerca scientifica, rendendo possibili sia analisi macroeconomiche sia approfondimenti microeconomici. Georeferenziato e articolato in 3.814 schede, consente di comprendere il ruolo delle banche di emissione e degli istituti di credito nei contesti locali, raccontando la storia di un sistema che, nonostante trasformazioni, crisi e scomparse, ha lasciato tracce profonde nei territori». 

D’altra parte, la storia del sistema bancario è profondamente intrecciata con la dimensione territoriale. A metterlo in evidenza è stato Pietro Cafaro, docente di Storia economica in Cattolica e autore di numerosi volumi sul tema. «Il Repertorio offre uno spaccato significativo del sistema bancario lombardo e delle sue dinamiche interne: dalle reti tra banche popolari, banchieri privati e casse di risparmio fino alla formazione di grandi circuiti creditizi». Così, ricostruirne la geografia, l’evoluzione «consente di capire se i principali centri propulsori siano stati Milano o, piuttosto, realtà minori come Brescia, Varese, Como e altri centri della regione». Tuttavia, ha raccontato Cafaro, «vi fu un’importante eccezione». Il riferimento è al progetto elaborato nel 1896 al congresso delle istituzioni cattoliche di Fiesole, dove, sotto l’impulso di Giuseppe Toniolo e Giuseppe Tovini, venne immaginata una vera e propria rete di banche cattoliche articolata su più livelli. Esperienze che ancora una volta nacquero per rispondere a bisogni concreti dei territori e delle comunità. 

Del resto, quello lombardo è un caso emblematico in virtù del suo marcato radicamento territoriale. Come ha testimoniato il presidente della Federazione lombarda delle BCC Alessandro Azzi. Si tratta di «un modello di sviluppo policentrico», fondato sulla presenza diffusa di piccole imprese e di un’agricoltura specializzata. Un contesto che ha favorito nel tempo una «straordinaria biodiversità bancaria», oggi da salvaguardare. «Di fronte al progressivo ridimensionamento della presenza fisica delle filiali, il rischio è perdere il legame antropologico che tradizionalmente unisce la banca alla propria comunità di riferimento. Il numero e la varietà degli operatori, infatti, non dovrebbero essere il solo risultato di meccanismi di mercato, ma anche l’esito di scelte regolamentari capaci di tutelare il pluralismo del sistema. In gioco vi è anche il rischio di una progressiva disumanizzazione del rapporto bancario». 


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