Dal pentito De Castro alla lupara bianca di Cantarella, così è nata l’inchiesta contro il “Consorzio mafioso lombardo”


MILANO «Non ci nascondiamo dietro un dito: sarà un’istruttoria imponente, perché imponente è stata l’attività di indagine del Pubblico ministero». È con queste parole che la pm della Dda di Milano, Alessandra Cerreti, ha introdotto nell’udienza del processo “Hydra” le richieste di prova dell’accusa. Un intervento che ha dato subito la misura del procedimento: numeri enormi, un impianto investigativo costruito nel tempo e un mosaico composto da intercettazioni, collaboratori di giustizia, persone offese, attività di polizia giudiziaria e acquisizioni provenienti da diverse procure distrettuali.

La rappresentante dell’accusa ha parlato di 270 indagati, 203 obiettivi aperti e 2.584 attività di intercettazione, tra ambientali, telefoniche e telematiche. Numeri che, secondo la Procura, spiegano l’ampiezza dell’istruttoria che si apre davanti al Tribunale. «Perché vi do i numeri, Presidente? Per far capire che si è trattato di uno sforzo investigativo enorme, di cui dobbiamo essere grati al Nucleo investigativo dei Carabinieri di Milano», ha detto Cerreti. La lista testi depositata dall’accusa è altrettanto imponente: 484 testimoni complessivi, di cui 291 appartenenti alla Polizia giudiziaria. Solo i militari impegnati nei servizi di osservazione sono 218. Una mole che la Procura ha scelto di organizzare in tre blocchi, per rendere più leggibile il percorso istruttorio: da un lato gli investigatori, dall’altro collaboratori di giustizia, persone informate sui fatti e persone offese, infine i testi chiamati a riferire su attività compiute in altri procedimenti e poi confluite in “Hydra”.

Il primo nome richiamato dalla pm è quello di Emanuele De Castro, arrestato nell’ambito del procedimento “Krimisa” il 4 luglio 2019 e divenuto collaboratore di giustizia il 7 agosto dello stesso anno. Cerreti lo definisce la longa manus di Vincenzo Rispoli, storico capolocale della locale di Legnano-Lonate Pozzolo. È dalle sue dichiarazioni, secondo l’accusa, che prende avvio una parte decisiva dell’indagine.
Grazie al contributo di De Castro, ha spiegato la pm, la Dda di Milano avrebbe riattivato le indagini sulla locale di Legnano-Lonate Pozzolo, monitorando uno dei suoi esponenti ritenuti apicali, Massimo Rosi, all’epoca in stato di libertà e, secondo l’impostazione accusatoria, impegnato nel tentativo di ricostituire quella struttura. «Da lì è iniziata l’attività di indagine che ci trova oggi qui impegnati», ha detto Cerreti, spiegando che proprio De Castro avrebbe indicato Tano Cantarella come referente dei Mazzei di Catania – il clan detto dei “Carcagnusi” – sul territorio milanese e come soggetto in collegamento con Rosi.

L’indagine, ha ricordato la pm, muove i primi passi tra dicembre 2019 e gennaio 2020. Ed è in quella fase che gli investigatori si imbattono nella lupara bianca di Tano Cantarella, scomparso il 3 febbraio 2020, proprio mentre era iniziato il monitoraggio nei suoi confronti. Un passaggio che l’accusa considera centrale non solo per la ricostruzione dei fatti, ma anche per la lettura complessiva della presenza mafiosa in Lombardia. «Ci tengo a sottolineare che la lupara bianca di Tano Cantarella, che sarà oggetto di innumerevole attività istruttoria davanti a voi, dimostra – ove ne avessimo bisogno – che non si tratta di mafia silente, come spesso erroneamente si sente dire su quella operativa nel territorio lombardo», ha scandito Cerreti. Per la pm, quella contestata nel processo Hydra «non è per nulla silente» perché «estrinseca la sua forza violenta e intimidatoria attraverso omicidi, lupare bianche, minacce, estorsioni, traffico di droga». È uno dei passaggi più significativi dell’intervento dell’accusa. La Dda di Milano punta così a ribaltare l’immagine di una mafia lombarda nascosta, sotterranea, incapace di manifestare violenza. Al contrario, nella ricostruzione della Procura, il procedimento Hydra racconterebbe una criminalità organizzata capace di muoversi in Lombardia con logiche associative, rapporti con clan calabresi e siciliani, capacità intimidatoria e collegamenti con traffici e attività estorsive.

Accanto a De Castro, la Procura chiede di sentire altri collaboratori di giustizia ritenuti rilevanti perché, in passato, hanno già reso dichiarazioni sull’esistenza di quello che veniva definito il “Consorzio mafioso lombardo”. Dichiarazioni che, secondo l’accusa, consentirebbero di trovare tracce dell’associazione mafiosa già in processi definiti nel distretto di Milano e in quello di Reggio Calabria. Nella lista testi compaiono poi i coimputati da sentire ai sensi dell’articolo 210 del codice di procedura penale: Saverio Pintaudi, William Alfonso Cerbo, Francesco Bellucci e Gioacchino Amico. I primi tre sono già stati giudicati dal gup del Tribunale di Milano che, con sentenza del 12 gennaio 2026, li ha condannati per l’appartenenza all’associazione mafiosa, riconoscendo loro l’attenuante della collaborazione con la giustizia. Amico, invece, ha iniziato la sua collaborazione con l’autorità giudiziaria il 3 febbraio di quest’anno, dopo il rinvio a giudizio. La pm ha poi richiamato anche il nome di Giuseppe Contartese, chiamato a riferire sulle presunte attività illecite poste in essere presso la società Ixel di Lainate, sulla base degli interrogatori resi davanti al Pubblico ministero. Nello stesso blocco della lista testi figurano le persone informate sui fatti, le persone offese dei reati di estorsione e l’unica parte civile costituita, Francesco Picone, insieme alla moglie Annunziata Parola.

Il terzo blocco della lista riguarda invece i testi chiamati a riferire su attività investigative compiute in altri procedimenti. Ed è qui che emerge un altro elemento rilevante del processo Hydra: la sua costruzione attraverso acquisizioni provenienti da diverse Dda. Cerreti ha citato espressamente la Dda di Catanzaro e la Dda di Roma, spiegando che il procedimento è il frutto di un «complesso, sofisticato ed efficace coordinamento investigativo» tra alcune delle principali procure distrettuali italiane, con il vaglio della Procura nazionale antimafia. Nel fascicolo milanese, dunque, sono confluite anche intercettazioni realizzate in altri procedimenti. Tra queste, ha spiegato la pm, vi sono conversazioni captate dalla Dda di Catanzaro e poi acquisite nell’inchiesta Hydra, così come atti provenienti dalla Dda di Roma.

Nel corso dell’udienza la Procura ha prodotto anche il dispositivo della sentenza del gup di Milano del 12 gennaio 2026. Una decisione che, per l’accusa, rappresenta un passaggio già significativo: il gup ha ritenuto l’esistenza dell’associazione mafiosa e ha condannato, per il reato associativo, 22 dei 24 imputati chiamati a risponderne in quel troncone processuale. L’assoluzione di Stefano Fidanzati, ha precisato Cerreti, era stata sollecitata dallo stesso Pubblico ministero, mentre per l’assoluzione di Ronald Antonio la Procura attende di leggere le motivazioni. Non solo. La Dda di Milano ha chiesto anche di integrare l’incarico peritale sulle intercettazioni con quattro nuove conversazioni acquisite successivamente. Si tratta di atti provenienti dal procedimento della Dda di Milano numero 13884/23: tre conversazioni ambientali e una conversazione WhatsApp intercettate sul dispositivo in uso a Pietro Pansera, soggetto legato a Santo Crea, boss di Melito Porto Salvo. Da qui la richiesta al Tribunale di riconvocare i periti per integrare l’incarico già conferito.

Il processo Hydra entra così nel vivo con una prospettiva istruttoria destinata a essere lunga e complessa. La Procura punta a portare davanti ai giudici non solo gli investigatori che hanno seguito l’indagine, ma anche collaboratori, coimputati, persone offese e testi provenienti da procedimenti collegati. L’obiettivo dell’accusa è ricostruire la struttura, le relazioni e la capacità operativa dell’associazione contestata, partendo dalle dichiarazioni dei pentiti e arrivando alle intercettazioni acquisite da più distretti antimafia.
Sul fondo resta la frase con cui Cerreti ha segnato la linea dell’accusa: quella emersa dall’indagine Hydra, per la Dda di Milano, non sarebbe una mafia “silente”. Ma una mafia capace di intimidire, minacciare, trafficare droga, commettere estorsioni e arrivare fino alla lupara bianca. (g.curcio@corrierecal.it)

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 Redazione Corriere

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