Era dicembre 2024 quando una settantina di persone sono entrate dentro la sede dell’azienda. Dai racconti si capisce che la protesta è stata pacifica. Ma quasi un anno dopo a Riccardo e Simona è arrivata la denuncia per «turbativa violenta del possesso di cose immobili». Il 23 giugno ci sarà la prima udienza: «Le sanzioni pecuniarie fanno più paura perché colpiscono le persone che non sarebbero andate in carcere»
Era il 18 dicembre 2024 quando una settantina di attivisti, secondo le cronache di quel giorno, sono entrati dentro la sede di Leonardo, la più importante azienda italiana nel settore della difesa, a Roma, per chiedere lo stop della fornitura di armi e tecnologie belliche a Israele e alla Turchia, «per evitare che vengano impiegate nei bombardamenti a Gaza, nella crisi siriana e nel massacro del popolo curdo».
Gli attivisti, durante la mobilitazione durata «in tutto, al massimo, una mezzoretta», sono entrati dentro il perimetro dell’azienda, hanno attraversato più volte l’area che circonda le palazzine che compongono lo stabilimento, tenendo tra le mani uno striscione con scritto «Dal Rojava alla Palestina, Leonardo assassina», mentre intonavano cori di protesta contro «la complicità dell’azienda nel genocidio a Gaza e nei conflitti che dilagano in tutto il mondo».
Gli attivisti, si capisce dai video della manifestazione diffusi via social e dai loro racconti, sono anche entrati nella sala mensa dell’azienda, «che in quel momento era vuota. Siamo rimasti solo pochi minuti. Poi, finita la passeggiata rumorosa – durante la quale si sono affacciati i dipendenti e il personale di sicurezza che ci intimavano di andar via – siamo usciti da soli dall’azienda e siamo tornati a casa. Non abbiamo arrecato nessun danno, tutto si è svolto pacificamente. Mentre ci allontanavamo abbiamo visto arrivare le prime volanti delle forze dell’ordine», racconta Riccardo, uno dei due manifestanti che preferisce che la sua identità resti tutelata.
Il racconto degli attivisti
Solo mesi dopo ha saputo di essere stato denunciato da Leonardo. Il reato di cui lui e un’altra attivista, Simona – gli unici due identificati – sono accusati è il 634 del codice penale, cioè “turbativa violenta del possesso di cose immobili”. Per essere considerato «violento» serve che il fatto sia stato commesso da più di dieci persone, non che ci sia un’aggressione fisica. La pena prevista è la reclusione fino a due anni e una multa da 103 a 309 euro. Ma nel processo, la cui prima udienza si terrà martedì 23 giugno, Leonardo si è costituita parte civile e ha chiesto 150mila euro come risarcimento per danni patrimoniali e non patrimoniali.
«Non ero preoccupata all’inizio. Ma quando ho saputo che Leonardo ci chiede 150mila euro, da un lato l’ho trovato grottesco: stavamo manifestando pacificamente il nostro dissenso nei confronti di un’azienda che è partecipata anche dallo Stato. In un momento in cui della situazione a Gaza ancora non si parlava molto, mentre le persone continuavano a morire. Dall’altro lato la richiesta di risarcimento non mi ha lasciata indifferente: siamo due normali cittadini», dice Simona che spera che l’iter legale che stanno affrontando possa almeno servire, oltre che a mantenere alta l’attenzione sulla situazione in Palestina, a focalizzare il dibattito pubblico su un altro problema: «Il tentativo in corso di reprimere il dissenso e di conseguenza lo spazio democratico. Perché chiedere a due semplici lavoratori così tanti soldi per aver protestato contro un’azienda che – sono in tanti a dirlo – agisce contro il diritto internazionale facendo, invece, passare noi come “nemici da punire”, è un esempio del clima di repressione che stiamo vivendo», aggiunge Riccardo.
Come spiega anche Francesco Romeo, l’avvocato che difende i due attivisti, applicare l’articolo 634 del codice penale è una cosa rara: «È un’imputazione residua, nel senso che non hanno trovato una cosa più grave da attribuire. Gli strumenti tecnici che hanno utilizzato sono legittimi. Ma, certo, questo procedimento ha una ricaduta politica perché è chiaro che Leonardo vuole distanziare la sua immagine da quella di una società che collabora con il regime israeliano». Leonardo contattata da Domani ha preferito non rilasciare commenti sulla vicenda, visto il procedimento penale in corso.
La repressione del dissenso
A testimoniare che in atto c’è un tentativo da parte del governo di inibire il diritto a manifestare il proprio pensiero quando non in linea con quello della maggioranza – Leonardo è un’azienda partecipata dallo Stato, il ministero dell’Economia e delle Finanze è il maggiore azionista – sia con pene più rigide sia attraverso l’innalzamento delle sanzioni pecuniarie che pesano sulle spalle di comuni cittadini, è anche l’analisi del penalista Luigi Dell’Aquila che negli anni ha seguito diversi procedimenti legati ad azioni di protesta, tra cui quelli di attivisti di Ultima Generazione.
Secondo l’avvocato viviamo una stagione politica sui generis, in cui il legislatore per realizzare il suo programma usa il diritto penale: «Dall’inasprimento delle pene, rendendole draconiane, all’introduzione di nuovi reati. Andando in controtendenza con quanto fanno gli Stati più evoluti, cioè sanzionare penalmente i crimini che violano i diritti fondamentali depenalizzando quello che, invece, è di meno conto».
Per Dell’Aquila nel limitare il diritto di manifestare il governo ha puntato il dito contro i più deboli: le persone comuni, che, infatti, sono quelli che scendono in piazza. «Ecco perché la minaccia della sanzione pecuniaria risulta ancora più efficace della reclusione visto che le persone che non sono avvezze al crimine hanno dalla loro parte i benefici della legge che, nella pratica, gli impedirebbero di andare in carcere.
Il riferimento è alle leggi degli ultimi anni, come quella “anti-imbrattamento” del 2024 o l’ultimo decreto sicurezza approvato nel 2026 che oltre a introdurre reati nuovi o pene più severe hanno alzato le sanzioni pecuniarie amministrative: «Mascherandolo da interesse pubblico in realtà si colpisce il diritto del singolo», conclude l’avvocato convinto che il clima di criminalizzazione del dissenso che si respira faccia sentire anche i «presunti danneggiati (i privati ndr)» legittimati a rifarsi sui cittadini per i danni che dicono di aver subito: «Come i biglietti che il museo degli Uffizi di Firenze ha calcolato di non aver venduto nel momento in cui c’erano dentro gli attivisti di Ultima Generazione per la loro azione di protesta».
© Riproduzione riservata
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Chiara Sgreccia
Source link


