TPNW, il trattato che sfida la logica dell’apocalisse nucleare (Laura Tussi)


L’adozione del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW) rappresenta una delle più significative conquiste del movimento internazionale per il disarmo degli ultimi decenni. Frutto di una mobilitazione globale che ha coinvolto organizzazioni della società civile, associazioni pacifiste, sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, scienziati, giuristi e numerosi Stati non nucleari, il trattato è stato approvato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 7 luglio 2017 ed è entrato in vigore il 22 gennaio 2021. Nello stesso anno della sua adozione, la coalizione internazionale ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons) ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace, quale riconoscimento per il ruolo svolto nel riportare al centro dell’agenda internazionale la minaccia atomica e le sue devastanti conseguenze umanitarie.

L’assegnazione del Nobel all’ICAN e la successiva entrata in vigore del TPNW hanno contribuito a squarciare il velo di assuefazione nel quale il mondo sembrava essere precipitato dalla fine della Guerra Fredda. Per molti anni la presenza di migliaia di testate nucleari è stata percepita come un dato inevitabile della realtà internazionale, mentre la dottrina della cosiddetta “distruzione mutua assicurata” veniva presentata come una garanzia di stabilità strategica. Il rischio di una catastrofe nucleare, pur continuando a incombere sull’umanità, era progressivamente scomparso dal dibattito pubblico.

Il merito storico del TPNW e della mobilitazione che lo ha reso possibile consiste proprio nell’aver ribaltato questa narrazione. La questione nucleare è stata sottratta alla sola dimensione militare e strategica per essere ricollocata nel campo dell’etica, del diritto internazionale umanitario e della tutela della vita umana. Il trattato nasce infatti dalla consapevolezza che nessun sistema sanitario, nessuna organizzazione internazionale e nessuno Stato sarebbero in grado di affrontare le conseguenze umanitarie di un’esplosione nucleare, tanto meno di una guerra atomica su larga scala.

Il nucleo più profondo del TPNW risiede nel rifiuto della deterrenza nucleare come principio morale e politico. La deterrenza si fonda sulla credibilità della minaccia e, nel caso delle armi atomiche, tale credibilità presuppone la disponibilità concreta a provocare la morte di milioni di persone, la distruzione di intere città e danni ambientali irreversibili. Significa accettare che la sicurezza di alcuni Stati possa poggiare sulla possibilità di annientare l’intera umanità.

Da questo punto di vista, il trattato colma un vuoto giuridico e morale che per decenni ha caratterizzato il sistema internazionale. Le armi chimiche e biologiche sono state proibite da convenzioni internazionali specifiche; le mine antiuomo e le bombe a grappolo sono state stigmatizzate e vietate da accordi multilaterali. Le armi nucleari, pur essendo le più distruttive mai concepite dall’essere umano, continuavano invece a occupare una posizione di eccezione. Il TPNW rompe questa anomalia, dichiarando illegali lo sviluppo, la produzione, il possesso, il trasferimento, il dispiegamento e la minaccia di utilizzo delle armi atomiche.

La storia del trattato è strettamente legata alla crescente attenzione verso le conseguenze umanitarie delle esplosioni nucleari. Negli anni precedenti alla sua approvazione, importanti conferenze internazionali svoltesi a Oslo, Nayarit e Vienna hanno evidenziato come gli effetti di una detonazione atomica non conoscano confini geografici né limiti temporali. Le ricadute radioattive, i danni agli ecosistemi, la distruzione delle infrastrutture essenziali e il possibile verificarsi di un “inverno nucleare” rendono l’arma atomica incompatibile con qualsiasi principio di proporzionalità e distinzione tra obiettivi militari e civili previsto dal diritto umanitario.

Eppure, nonostante la sua forza etica e giuridica, il trattato si scontra con una realtà geopolitica segnata da profonde contraddizioni. Nessuna delle principali potenze nucleari ha aderito al TPNW e molti Stati che fanno parte di alleanze militari basate sulla deterrenza atomica continuano a rifiutarne i principi. Tale opposizione rivela quanto sia ancora radicata l’idea che la sicurezza nazionale possa essere garantita attraverso la minaccia della distruzione reciproca.

Questa resistenza, tuttavia, non diminuisce il valore del trattato; al contrario, ne evidenzia la portata storica e profetica. Il diritto internazionale ha spesso anticipato i cambiamenti politici e culturali. Molte norme oggi considerate universalmente condivise sono nate come aspirazioni apparentemente irrealistiche. La proibizione della schiavitù, il riconoscimento dei diritti umani fondamentali, la messa al bando di determinate categorie di armamenti sono stati il risultato di lunghi percorsi di maturazione etica e giuridica.

Anche il TPNW si colloca in questa prospettiva. Esso non elimina automaticamente gli arsenali esistenti, ma costruisce un precedente normativo, rafforza una cultura della pace e contribuisce a creare uno stigma internazionale nei confronti delle armi nucleari. Ogni nuova adesione amplia la legittimità del trattato e rafforza la pressione morale sulle potenze che continuano a fare affidamento sulla deterrenza.

La sfida decisiva non si gioca soltanto nelle sedi diplomatiche o nei negoziati multilaterali. Essa riguarda la coscienza collettiva dell’umanità. Il TPNW invita infatti a compiere una trasformazione culturale profonda: passare da una concezione della sicurezza fondata sulla paura e sulla minaccia a una visione basata sulla cooperazione, sulla fiducia reciproca e sulla consapevolezza della comune vulnerabilità umana.

In un tempo segnato dal riarmo globale, dall’acuirsi delle tensioni internazionali e dal ritorno di inquietanti minacce atomiche nei conflitti contemporanei, il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari rappresenta non soltanto uno strumento giuridico, ma un richiamo alla responsabilità universale. Ricorda che la pace non può essere costruita sull’equilibrio del terrore e che nessun interesse strategico può giustificare il rischio della fine della civiltà. Proprio per questo il TPNW continua a indicare una direzione possibile: quella di un mondo in cui la sicurezza non coincida con la capacità di distruggere, ma con la capacità di custodire e difendere la vita.

 

 

Laura Tussi

 

Nella foto: il Palazzo di Vetro di New York, sede dell’ ONU


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