Tic tac, tic tac. Il passare del tempo rende sempre più improbabile il raggiungimento dell’obiettivo per la guerra in Ucraina, mai dichiarato esplicitamente da Vladimir Putin, se non si considera tale l’espressione enigmatica della “eliminazione delle radici profonde della guerra”, che costituisce in realtà il segreto di Pulcinella, perché è chiaro come il sole che il Cremlino si è messo in testa di conquistare l’Ucraina, come prima (e più prestigiosa) tappa di ricostituzione dell’Urss. Obiettivo ribadito anche in questi ultimi giorni, caratterizzati dall’apparente riallineamento di Donald Trump alla posizione europea nei confronti della Russia, che ha avuto luogo al G7 di Evian, e dall’incremento degli attacchi ucraini anche a infrastrutture energetiche di Mosca e San Pietroburgo, finora città-vetrina incolumi, che però ora stanno avendo i primi assaggi di cosa vuol dire vivere in guerra.
La crescente improbabilità che le aspettative dello zar Vladimir I si avverino è dovuta ai segnali di degenerazione della situazione economica e sociale di Mosca e dintorni, che si accavallano, come le onde di un’incipiente tempesta, che sono sempre più grandi, tanto da far presagire un possibile nubifragio, che distrugge tutto.
L’attesa spasmodica, evidente nei media russi, per la riunione della Banca centrale russa, tenutasi il 19 giugno, dovuta alla speranza di una riduzione sensibile del tasso di interesse di base (le previsioni erano di almeno 0,5-1 punti), poi svanita con un taglio del tasso di appena un quarto di punto, ossia dal 14,5% al 14,25%, la dice lunga sulla sofferenza, ormai insostenibile, del sistema economico russo, i cui dati sono sempre più inquietanti.
A cominciare da quelli dell’economia reale, che nel primo trimestre 2026 si è contratta dello 0,2%, che costituisce un fenomeno tanto raro, quanto grave, per un’economia emergente, quale è quella russa, dove il reddito pro capite nel 2025, secondo i dati del Fmi, è di poco più di 14mila dollari, un terzo di quello italiano, pari a oltre i 43mila dollari.
Non solo, ma non sembra che i dati di aprile siano di molto migliori, come informa il Ministero dello Sviluppo economico della Federazione russa, visto che le stime si limitano a ribaltare il trend di poco, portando la crescita economica a un misero +0,2%.
Ma quello che sembra essere il buco nero dell’economia russa, che pone dubbi sulla capacità di continuare la guerra, sono proprio i conti pubblici. Come ricorda un articolo di Kommersant del 15 giugno, a firma di Timur Batyrov, il deficit della finanza pubblica russa sta diventando travolgente, come conferma la circostanza che nei primi 5 mesi del 2026 (gennaio-maggio) si è arrivati alla cifra record di 6 trilioni di rubli (circa 20 miliardi di euro), quasi il doppio del deficit previsto per tutto il 2026, pari a 3,8 trilioni di rubli.
A certificare che le cose non vanno come previsto (o meglio sperato) da Putin e dai suoi seguaci nel governo, è stata la stessa Elvira Nabiullina, governatrice della Banca centrale russa, in occasione della riunione del 19 giugno. Va subito rilevato che un tasso del 14,25%, a fronte di un’inflazione di poco superiore al 5%, è spropositato, e infatti Nabiullina giustifica il mantenimento di tassi così alti, palesemente dannosi per l’economia reale, e quella pubblica, sempre più indebitata, non tanto per la crescita dei prezzi, quanto invece per “l’instabilità del calo dell’inflazione, l’accelerazione della crescita dei prestiti e le preoccupazioni per l’elevata spesa pubblica”. Insomma, chi segue da più vicino l’economia russa, non si fida di essa, con buona pace del grande capo, e di tutti gli altri che ritengono che non possa esserci la Federazione russa senza Putin.
Che la governatrice non segua i desiderata del Cremlino è noto, ma che smentisca anche la sua propaganda è forse un fatto inedito, come dimostra l’ammissione che “per la prima volta si registra un calo temporaneo della produzione di carburanti”, che è frutto degli attacchi ucraini, e che esso spinge l’inflazione. Insomma, la guerra sta costando all’economia russa, nonostante le boutade putiniane, secondo cui “le sanzioni fanno bene all’economia russa”, e “la popolazione russa è protetta dalla guerra”. Ridurre di un quarto di punto i tassi (elevatissimi), invece di qualche punto, come d’altronde l’ortodossia economica richiederebbe, vista la mancata crescita del Pil, sta a dimostrare che chi gestisce i numeri dell’economia è ben consapevole degli squilibri economici attualmente vissuti nelle 11 zone orarie in cui si estende il territorio della Federazione russa.
Fra gli elementi di debolezza dell’attuale mondo economico in cirillico vi è anche il sistema bancario, alle prese con debiti insoluti e difficoltà patrimoniali, come si legge in un articolo di Kommersant del 19 giugno, curato da Vadim Visloguzov: “Sberbank è stata l’unica banca a trainare la crescita dei prestiti al dettaglio in Russia: il suo portafoglio è cresciuto di 145 miliardi di rubli, a fronte di un aumento complessivo di 116 miliardi di rubli per tutte le banche. Ciò significa che, escludendo Sberbank, i volumi sono diminuiti. Gli esperti attribuiscono questo calo alla lenta riduzione del tasso di interesse di riferimento, agli elevati livelli di indebitamento delle famiglie, alla cartolarizzazione e all’inasprimento dei requisiti normativi, motivo per cui i prestiti crescono solo presso le banche con un solido capitale”. Ergo, se questo non c’è, ecco spiegata la diminuzione dei prestiti in tutte le banche russe, con l’eccezione di Sberbank.
In tutto questo la recente discesa dei prezzi del petrolio (ormai stabilmente sotto gli 80 dollari al barile, che vuol dire che l’Urals russo resta poco sopra i 60 dollari) ha fatto crollare le quotazioni delle aziende petrolifere russe nella Borsa di Mosca, il cui indice è stabilmente sotto i 2.500 punti, quando invece sfiorava i 4mila prima della guerra.
Se dunque a livello macroeconomico le cose vanno male, volgono perfino in peggio a livello microeconomico, ossia nella vita di tutti i giorni dei sudditi di Putin. L’apertura di un pezzo di Kommersant del 15 giugno, redatto da Angela Gaplevskaya, è illuminante di quanto sta accadendo dietro la cortina fumogena della propaganda putiniana: “La carenza di benzina si è estesa a quasi tutta la Russia europea. Le vendite di carburante sono ora limitate non solo in Crimea, ma anche nelle regioni di Mosca e San Pietroburgo”.
Difficilmente l’incipit dell’articolo poteva essere più esplicito, ma quanto si legge dopo non fa che confermare la situazione di difficoltà: “Gli automobilisti che entrano nelle stazioni di servizio Tatneft in tutto il paese vedono lo stesso cartello: ‘Gentili clienti, per motivi tecnici, la capacità massima di carburante per veicolo è di 20 litri di benzina e 40 litri di diesel’. Anche Rosneft e Lukoil hanno dei limiti, ma più alti: 90-100 litri. Nel frattempo, le stazioni Tatneft richiedono il pagamento in contanti, afferma Maxim Kadakov, caporedattore della rivista Za Ruliom [Al volante in Italiano, ndr], che non è riuscito a fare rifornimento a Mosca”.
Proprio per evitare notizie allarmanti, in particolare sulla sicurezza, si legge in un altro articolo di Kommersant, del 18 giugno, scritto da Polina Motyzlevskaya, che “nel maggio 2026, a Mosca e nella sua regione è entrato in vigore il divieto di pubblicare foto e video delle conseguenze degli attacchi con droni. Le violazioni sono punibili con multe [che possono arrivare] a 200.000 rubli [poco più di 2mila euro, ndr]”.
Ecco dunque spiegato l’atteggiamento di molti russi a negare l’evidenza, come si intuisce dall’articolo sopra citato, in cui si descrive la reazione degli abitanti di un edificio della periferia di Mosca (quartiere Zhukovsky) colpito da un drone ucraino, che ha distrutto anche diverse auto poste sotto alla parte dell’immobile danneggiato.
Ebbene, si legge che mentre uno dei residenti scattava foto, presumibilmente al fine di un rimborso da parte dell’assicurazione, “un anziano con un berretto gli tirò il braccio e gli chiese irritato: Perché scatti foto? Perché scatti foto? È per colpa di gente come te che tutto finisce così!”.
Insomma, l’idea dei russi più putiniani è che per vincere, occorre negare ogni sconfitta, così come dimostra la situazione (assurda) del numero di militari russi caduti, che ufficialmente si è fermato ai circa 5.000 soldati dei primi mesi di guerra.
Fatto sta che i danni di guerra sono a carico di chi li subisce, come chiaramente ammette l’autrice dell’articolo di Kommersant, riportando le parole di Alexey, un residente del palazzo danneggiato: “Magari ne verrà fuori qualcosa [in merito alla richiesta di risarcimento, ndr]. Ma più probabilmente ci diranno: presenta una denuncia all’Ucraina, giovanotto. Beh, in realtà, la cosa più importante è che tutti stiano bene e al sicuro”.
Dunque, se da una parte non sono previsti risarcimenti per i danneggiati dalla guerra dal punto di vista economico, dall’altra, i familiari dei caduti in guerra, che hanno diritto a tanti benefici economici, stabiliti da numerosi provvedimenti normativi, non riescono neppure loro a ottenere quanto invece è legalmente loro dovuto.
Questa deprecabile situazione è descritta in un articolo di Izvestia del 17 giugno, predisposto da Milana Gadzhieva, nel quale si citano casi di familiari dei caduti di guerra che si lamentano dei tentativi di riscossione dei debiti del defunto da parte della banca creditrice, del continuo accumulo di interessi sui prestiti sottoscritti dal caduto, e del rifiuto di cancellare i suoi debiti, tutti comportamenti vietati dalle leggi introdotte a beneficio dei militari impegnati in guerra.
Insomma, come ricorda il quotidiano moscovita, “nel 2026 il numero di denunce presentate dalle famiglie dei soldati contro le banche è aumentato significativamente”.
Nella maggior parte dei casi, le banche ignorano le richieste del notaio, e non forniscono informazioni sui conti del defunto, il che ritarda la procedura di successione, come spiega Yana Maleva, membro dell’Associazione degli avvocati della Russia, intervistata da Izvestia. La casistica è ampia, e nel giornale moscovita si citano alcuni esempi, come quello di una vedova di un militare volontario deceduto. Nonostante gli obblighi di legge, l’istituto di credito ha continuato a perseguire il recupero del credito ipotecario, e ha posto l’appartamento in vendita, nonostante la vedova e i suoi figli vi abitassero.
Certo è che nessuno ha pensato di risarcire le banche per il mancato recupero del credito nei confronti dei militari russi deceduti, con il rischio dunque di far saltare gambe in aria le banche russe.
Si stanno accumulando sempre di più le contraddizioni del regime putiniano nei confronti della guerra, e la sua durata è legata alla capacità del popolo russo di sopportare tutti questi problemi (e i molti altri non citati), e soprattutto all’incapacità di porsi la semplice domanda “ma perché stiamo accettando tutto questo?”.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
di Massimiliano Di Pace
Source link


