Lontano dagli occhi e troppo spesso lontano dal cuore, il mare aperto del Mediterraneo sta affrontando una crisi senza precedenti che minaccia direttamente la sua straordinaria biodiversità e i servizi fondamentali che garantisce all’humanità. Secondo l’ultimo report di Wwf Italia intitolato Sos Mare fuori. Minacce e soluzioni per la tutela del mare aperto, il 73% dello spazio marittimo italiano e il 66,8% del mare aperto oltre le 12 miglia nautiche sono assediati da una quantità massiccia di attività umane insostenibili. La situazione appare drammatica soprattutto sul fronte delle risorse ittiche, con il 52% degli stock del bacino che risulta sfruttato ben oltre i limiti biologicamente sostenibili, ossia a un ritmo nettamente superiore rispetto alla naturale capacità di riproduzione delle specie. In questo scenario di fortissima pressione, l’entrata in vigore del Trattato sull’Alto Mare nel gennaio 2026 rappresenta un’opportunità strategica e un barlume di speranza fondamentale per riscrivere le regole della governance internazionale e proteggere le aree che si trovano al di là delle giurisdizioni nazionali.
L’appello urgente per un ecosistema sotto assedio
Il Mar Mediterraneo copre meno dell’1% della superficie oceanica globale, eppure si configura come uno dei più straordinari hotspot di biodiversità del Pianeta, arrivando a ospitare circa il 18% di tutte le specie marine conosciute, per un totale stimato di circa 17.000 specie diverse caratterizzate da un tasso altissimo di endemismo. Questo scrigno di vita si estende verticalmente lungo colonne d’acqua profonde che poggiano su una topografia sottomarina incredibilmente complessa, fatta di pianure abissali, montagne sommerse e profondissimi canyon.
La profondità media del bacino si attesta sui 1.460 metri, ma si registrano picchi di oltre 3.000 metri nel Tirreno centrale e una profondità massima assoluta di 5.257 metri nella Fossa di Calipso, situata nel Mar Ionio. Questo labirinto sommerso ospita circa 300 montagne sottomarine e ben 518 grandi canyon, che da soli rappresentano lo 0,82% di tutti i canyon del Pianeta. Si tratta di vere e proprie fucine di vita dove le correnti marine generano il fenomeno dell’upwelling, ossia la risalita di nutrienti profondi che triplicano la produttività primaria, creando hotspot biologici in cui la biomassa può superare dalle 2 alle 15 volte quella delle aree circostanti.
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I giganti del mare e le specie ombrello a rischio
Nelle acque pelagiche nuotano i grandi dominatori della catena trofica, definiti specie ombrello poiché la loro conservazione garantisce la tutela di aerei ecosistemi collegati. Il Mediterraneo ospita regolarmente 8 specie di cetacei, tra cui la maestosa balenottera comune e il capodoglio, entrambi classificati come in pericolo di estinzione, insieme allo zifio e al globicefalo. Anche la foca monaca, storicamente ritenuta una specie costiera, è oggi considerata a vocazione pelagica grazie alle analisi del Dna ambientale che ne testimoniano la presenza in mare aperto durante i periodi di alimentazione.
Accanto ai mammiferi marini, i grandi pesci ossei come il tonno rosso e il pesce spada compiono migrazioni transoceaniche stagionali per riprodursi proprio nel bacino mediterraneo. Non meno importanti sono le tartarughe marine, con la tartaruga comune che nidifica stabilmente sulle coste italiane e la gigantesca tartaruga liuto, capace di immergersi fino a 1.000 metri di profondità per nutrirsi di meduse.
Questa ricchezza è completata dall’avifauna pelagica, come la berta minore e la berta delle Baleari, che trascorrono la maggior parte della vita in alto mare fungendo da sentinelle ecologiche. Tuttavia, più della metà delle specie di squali e razze del Mediterraneo, come lo squalo bianco e la verdesca, rischia l’estinzione immediata a causa delle catture accidentali dovute ai metodi di pesca intensivi.
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Mediterraneo, autostrada blu soffocata da plastica e riscaldamento
Le minacce antropiche agiscono in modo cumulativo, amplificando gli impatti e alterando i cicli naturali come il sequestro del carbonio operato dal fitoplancton e dai grandi vertebrati marini. Il Mare Nostrum è a tutti gli effetti un’affollatissima autostrada commerciale che accoglie il 30% del traffico marittimo internazionale e il 17% del transito petrolifero mondiale, con una presenza costante di circa 2.000 navi mercantili in navigazione simultanea. Questo flusso ininterrotto espone la megafauna a costanti rischi di collisione mortale e genera un inquinamento acustico asfissiante che disorienta i cetacei.
Parallelamente, fiumi e coste scaricano in mare circa 229.000 tonnellate di plastica ogni anno, trasformando il Mediterraneo nella sesta zona al mondo per accumulo di detriti marini, dove si concentra il 7% di tutte le microplastiche globali. A coronare questa crisi interviene il cambiamento climatico, dato che questo bacino semichiuso si sta riscaldando a una velocità superiore del 20% rispetto alla media del Pianeta, scatenando preoccupanti fenomeni di acidificazione, deossigenazione e anossia dei fondali.
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La strategia di tutelare il 30% dello spazio marittimo entro il 2030
Per invertire la rotta, la Strategia Europea per la Biodiversità e la recente Nature Restoration Law impongono di proteggere efficacemente il 30% dello spazio marittimo entro il 2030, destinandone il 10% a una tutela rigorosa, e ripristinando almeno il 20% degli ecosistemi degradati entro la fine del decennio. L’Italia si trova dinanzi a un cammino tortuoso, dato che l’attuale copertura nazionale si ferma appena all’11,6% ed è confinata quasi interamente alle acque costiere, lasciando sguarnito il mare aperto. Il report mappa 10 aree prioritarie sulle quali concentrare l’istituzione di nuove riserve e il rafforzamento dei controlli.
Tra queste spiccano il Canale di Sicilia, per la sua impareggiabile concentrazione di biodiversità ed elasmobranchi, e il Sud Adriatico, scrigno di coralli bianchi profondi. Seguono il corridoio migratorio del Golfo di Taranto, i canyon dell’Arcipelago Pontino che ospitano la rarissima gorgonia bambù bianca, e i profondi tagli subacquei sardi dei canyon di Castelsardo e Caprera. Infine, gli arcipelaghi Campano ed Eoliano e il vasto bacino Corso-Ligure-Provenzale, che ospita il Santuario Pelagos, necessitano di una gestione integrata che superi la storica frammentazione politica tra i paesi confinanti.
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Il trattato internazionale e le sfide della governance
La gestione del mare aperto non può fermarsi ai confini amministrativi nazionali, poiché i processi ecologici ignorano le barriere politiche. Il trattato Bbnj mira a colmare questo vuoto normativo attraverso l’armonizzazione delle valutazioni di impatto ambientale e la creazione di aree protette in alto mare. Per l’Italia e gli altri paesi costieri, ratificare e implementare questo accordo significa partecipare attivamente alle decisioni della Prima Conferenza delle Parti prevista per gennaio 2027, assumendo un ruolo di leadership nella conservazione del bacino.
Solo un approccio ecosistemico coordinato e una pianificazione dello spazio marittimo realmente sostenibile permetteranno di coniugare un’economia del mare da oltre 390 miliardi di euro con la sopravvivenza biologica del Mediterraneo.
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