La tassazione dei dividendi nel 2026 è del 26% per gli investitori privati, mentre per le società di capitali come le SRL si ha una tassazione effettiva dell’1,2%.
Tassazione dividendi per il 2026, di cosa si tratta?
Nel 2026 la tassazione dei dividendi cambia in modo significativo a seconda di chi li riceve. Gli investitori privati pagano il 26 per cento sull’intero importo, con un prelievo alla fonte e senza deduzioni. Per le società di capitali come le SRL vale invece il principio di esclusione: solo il 5% dell’utile concorre al reddito imponibile IRES al 24%, quindi si ha una tassazione effettiva dell’1,2 per cento.
I dividendi, si può ricordare, nascono dagli utili d’impresa e vengono distribuiti in proporzione alle quote possedute. Si danno:
- partecipazioni qualificate, con almeno il 20 per cento dei diritti di voto o il 25 per cento del capitale
- non qualificate per percentuali inferiori.
Chi investe in startup tramite equity crowdfunding acquisisce quote che danno diritto ai dividendi annuali secondo regole fiscali diverse per ogni profilo. Per gli imprenditori individuali e le società di persone i dividendi concorrono al reddito IRPEF per il 58,14 per cento dell’importo. Sui dividendi esteri si applica prima la ritenuta del paese d’origine, mediamente il 15 per cento, poi una ritenuta integrativa italiana fino al 26 per cento complessivo.
Come funziona la tassazione per SRL e per investitori privati nel 2026?
La differenza tra investire come persona fisica o tramite società sta nel carico fiscale finale:
- come privato, l’aliquota è del 26 per cento senza deduzioni possibili. Su 1.000 euro di dividendi, per un investimento in startup o PMI si versano 260 euro di tasse. La ritenuta viene applicata alla fonte dalla società erogante o dalla banca, l’investitore riceve l’importo netto senza dover inserire nulla nella dichiarazione dei redditi.
- con una SRL, il meccanismo cambia radicalmente. Su quei 1.000 euro, solo 50 euro (il 5 per cento) diventano reddito imponibile. Si applica l’IRES al 24 per cento con un versamento di 12 euro di tasse invece di 260. Questo sistema, chiamato participation exemption, evita la doppia imposizione: gli utili sono già stati tassati nella società che li ha prodotti.
Con investimenti importanti la differenza diventa enorme. Su 50.000 euro di dividendi annui, un privato paga 13.000 euro, una SRL solo 600 euro.
Come funziona la tassazione dei dividendi?
Il regime fiscale applicato ai dividendi dipende da tre fattori: il soggetto percipiente, ovvero che riceve i dividendi, il tipo di partecipazione e se la società che distribuisce gli utili è italiana o estera. La distinzione principale riguarda il soggetto percipiente: le regole cambiano per persone fisiche, imprenditori, società di persone o società di capitali.
Anche la natura della partecipazione conta: si parla di partecipazione qualificata quando si supera il 20 per cento dei diritti di voto in assemblea ordinaria o il 25 per cento del capitale sociale, mentre sotto queste soglie la partecipazione è non qualificata. Di seguito i dettagli per ogni categoria.
Persone fisiche
Scatta la ritenuta secca del 26 per cento su tutto l’importo, senza differenze tra partecipazioni qualificate e non qualificate. Dal 2018 il trattamento è stato unificato, eliminando il regime agevolato che esisteva in passato per alcune tipologie di dividendi. La società che distribuisce applica la ritenuta alla fonte, quindi l’investitore incassa già il netto.
Per gli investimenti tramite banca in azioni quotate, è l’intermediario che trattiene e versa il 26 per cento al fisco. Lo stesso vale per partecipazioni in SRL o società non quotate: la ritenuta viene applicata al momento dell’erogazione dell’utile. Non serve fare nulla in dichiarazione dei redditi perché il prelievo è definitivo, a titolo d’imposta. Sistema automatico e semplice, ma senza margini di ottimizzazione fiscale per ridurre il peso di questo prelievo.
Società di persone
Per soci di società di persone come SNC o SAS, oppure per imprenditori individuali, i dividendi concorrono al reddito IRPEF per il 58,14 per cento dell’importo percepito. Su 10.000 euro di dividendi, solo 5.814 euro vengono sommati agli altri redditi e tassati con le aliquote progressive IRPEF che vanno dal 23 al 43 per cento. Il restante 41,86 per cento è esente da imposizione. Questi dividendi vanno inseriti nella dichiarazione dei redditi per calcolare l’imposta sul totale del reddito imponibile.
Questa parziale esclusione riduce il carico rispetto alla persona fisica pura, riconoscendo che gli utili hanno già subito tassazione nella società che li ha generati. Però con un reddito complessivo alto, l’aliquota IRPEF marginale può comunque superare il 26 per cento, rendendo meno vantaggioso questo regime rispetto alla ritenuta secca.
Società di capitali
Quando una SRL o SPA incassa dividendi da un’altra società, solo il 5 per cento concorre al reddito imponibile. Il restante 95 per cento è esente. Su questo 5 per cento si applica l’IRES al 24 per cento. Esempio: su 100.000 euro di dividendi, solo 5.000 euro sono imponibili, quindi si versano 1.200 euro di tasse (aliquota effettiva 1,2 per cento).
Questo regime vale per partecipazioni qualificate e non qualificate, purché la società partecipata sia italiana o in Paese con accordo contro doppie imposizioni. La partecipazione deve rispettare requisiti formali e la società percipiente deve essere commerciale. Per chi opera con capitali rilevanti conviene strutturare investimenti societari.
Come evitare il 26% sui dividendi?
Costituire una holding. È la strada più battuta per ridurre il prelievo fiscale. Una holding è una società che gestisce partecipazioni in altre società, può essere una SRL costituita per detenere quote in startup, PMI o società quotate.
Invece di investire come persona fisica, si investe tramite holding. I dividendi distribuiti dalle società arrivano alla holding e vengono tassati all’1,2 per cento invece che al 26 per cento. Su 100.000 euro annui, una persona fisica paga 26.000 euro, la holding solo 1.200: risparmio di 24.800 euro.
La holding comporta costi: costituzione, bilancio annuale, commercialista, spese notarili. Ma con dividendi sopra i 20.000-30.000 euro annui, il risparmio compensa le spese. Oltre i 50.000 euro diventa quasi indispensabile.
Altri vantaggi della holding sono:
- possibilità di reinvestire i dividendi senza ulteriore tassazione
- pianificazione del passaggio generazionale
- deduzione dei costi di gestione
- ottimizzazione della tassazione sulle plusvalenze.
La holding, bisogna sottolineare, deve avere sostanza economica reale, deve produrre utili effettivi, non può essere una scatola vuota. L’Agenzia delle Entrate controlla che ci sia attività concreta e che la struttura non sia elusiva. Serve pianificazione seria con un commercialista esperto.
Per investimenti effettuati con capitali contenuti, il 26 per cento rimane un costo da mettere in conto. Ma con investimenti strutturati in equity crowdfunding, venture capital o partecipazioni dirette, una holding può far risparmiare migliaia di euro da reinvestire per far crescere il patrimonio.
L’investimento di progetti di crowdfunding può comportare il rischio di perdita del capitale investito. Per ogni informazione, consulta la sezione Termini e Condizioni sul nostro sito.
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