Bioenergie e carburanti rinnovabili per la decarbonizzazione


La decarbonizzazione europea si trova a un bivio cruciale, sospinta dalla necessità di rispondere simultaneamente alla crisi climatica e alle crescenti turbolenze geopolitiche che minacciano la sicurezza degli approvvigionamenti. In questo scenario, le bioenergie e i carburanti rinnovabili si configurano come una vera e propria leva strategica per l’autonomia industriale e l’indipendenza energetica dell’Unione Europea. Le recenti indicazioni e i dati di settore confermano che, sebbene l’elettrificazione rappresenti un pilastro fondamentale per abbattere le emissioni, da sola non può bastare a coprire l’intero fabbisogno, in special modo nei comparti industriali pesanti e nei trasporti a lungo raggio.

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Foto di João Guimarães su Unsplash.

Per raggiungere gli ambiziosi obiettivi di neutralità carbonica fissati per la metà del secolo, diventa quindi urgente promuovere politiche coordinate in grado di strutturare nuove filiere produttive e industriali, capaci di valorizzare le biomasse e scalare la produzione di vettori energetici puliti.

Il nodo dei settori hard to abate

I dati storici sui consumi energetici europei evidenziano un forte squilibrio tra i vari comparti. Se nel settore della generazione elettrica le fonti rinnovabili sono riuscite a conquistare una quota significativa pari al 45% del totale, lo scenario muta drasticamente quando si analizzano i comparti del riscaldamento e raffrescamento, fermi al 26%, e dei trasporti, che registrano un esiguo 11% di energia pulita. Questi ultimi settori rimangono fortemente ancorati all’utilizzo e all’importazione di combustibili fossili tradizionali, esponendo l’economia a una forte volatilità dei mercati.

La resilienza del sistema energetico, verso la sua completa decarbonizzazione, non può prescindere da una diversificazione tecnologica. Le bioenergie offrono il vantaggio intrinseco di essere programmabili e stoccabili, fornendo una rete di sicurezza. Inoltre, l’utilizzo di tecnologie avanzate consente non solo di azzerare l’impatto sul clima, ma anche di generare emissioni negative e creare valore dai residui dell’agricoltura e della selvicoltura.

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La traiettoria del biometano verso il 2030

Il cambio di paradigma che ha investito il settore negli ultimi quindici anni ha spostato l’attenzione dal biogas tradizionale, impiegato per la produzione locale di elettricità e calore, verso il biometano, un gas purificato che può essere immesso direttamente nelle reti di trasporto esistenti. L’Unione Europea ha fissato un traguardo ambizioso nell’ambito del piano RepowerEU, puntando a una produzione di 35 miliardi di metri cubi di biometano all’anno entro il 2030. Attualmente, la produzione complessiva si attesta a circa 18 miliardi di metri cubi per il biogas e tra i 6 e i 7 miliardi per il biometano, evidenziando la necessità di accelerare con decisione i ritmi di installazione e sviluppo.

Le stime a lungo termine, per traguardare la decarbonizzazione, tracciano un potenziale di crescita straordinario. Entro il 2050, la produzione di gas rinnovabile potrebbe toccare i 150 miliardi di metri cubi, arrivando a coprire la quasi totalità del fabbisogno di gas continentale, che nel frattempo è destinato a contrarsi sensibilmente grazie alle misure di efficienza e alla progressiva elettrificazione dei consumi domestici. In questa prospettiva, l’Italia si colloca in una posizione di leadership grazie a una filiera agricola avanzata e a investimenti mirati. Gli scenari nazionali indicano che il biometano potrebbe soddisfare il 30% della domanda di gas interna entro il 2040, superando i 10 miliardi di metri cubi annui.

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Sviluppo e cooperazione internazionale per l’innovazione tecnologica

Per sbloccare l’enorme potenziale delle bioenergie è indispensabile un quadro normativo chiaro e il supporto a investimenti di lungo termine. Gli esperti sottolineano che, oltre alla digestione anaerobica classica, occorrerà sfruttare tutte le tecnologie disponibili, incluse la gassificazione delle biomasse legnose e la metanazione biologica, integrando gli sforzi della ricerca con quelli del tessuto industriale.

A questo proposito, Paolo Cotana, consigliere d’amministrazione di Rse (Ricerca sul Sistema Energetico), in una nota ha commentato l’importanza dei programmi europei di cooperazione scientifica e industriale, spiegando che il Set Plan, anche con il prezioso contributo di Rse, può svolgere un ruolo determinante nel collegare ricerca, industria e Istituzioni, favorendo la messa a sistema delle competenze e accelerando la commercializzazione delle tecnologie per i carburanti rinnovabili e la bioenergia su scala europea.

Secondo la visione espressa dai vertici della ricerca energetica, la cooperazione transnazionale rappresenta la chiave per standardizzare le soluzioni tecnologiche e abbattere i costi di produzione, consentendo alle aziende del continente di mantenere una leadership competitiva sui mercati globali.

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Decarbonizzazione e bioenergie: sfide infrastrutturali e ascesa dei Saf

Per la decarbonizzazione, un focus specifico deve essere riservato ai trasporti pesanti e all’aviazione, settori dove l’elettrificazione diretta risulta tecnologicamente complessa o impraticabile nel breve e medio termine. Nel comparto aeronautico, l’introduzione dei mandati previsti dall’iniziativa europea ReFuelEU impone un incremento graduale ma tassativo dell’uso dei carburanti sostenibili per l’aviazione, comunemente noti come Saf, soluzione matura e pronta per il mercato in grado di abbattere drasticamente le emissioni dei voli commerciali in questo decennio.

Tuttavia, il settore deve fare i conti con barriere economiche e infrastrutturali significative, dato che i carburanti sostenibili presentano attualmente costi di produzione da due a cinque volte superiori rispetto al cherosene fossile. Per traguardare l’obiettivo di un’aviazione a zero emissioni nette entro il 2050, le stime indicano la necessità di mobilitare investimenti globali imponenti, nell’ordine dei circa 2 mila miliardi di euro entro la metà del secolo.

La quasi totalità di questo capitale dovrà essere destinata non solo alla costruzione dei siti di raffinazione finale, ma all’intera infrastruttura a monte, che comprende la generazione di energia elettrica rinnovabile addizionale, la produzione di idrogeno verde, i sistemi di cattura della CO2 e la gestione logistica di forniture di biomassa che siano rigorosamente sostenibili e certificate.

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