C’è un tavolino, piccolo, nello studio milanese di Money Vibez. Diego Cusumano ci appoggia i gomiti e sorride, perché quel tavolino gli ricorda qualcosa. “Il nostro primo stand al Vinitaly era grande quanto questo”, dice. Era il 2001. Da lì è partito tutto.
In più di settanta puntate, “Money Vibez”, il vodcast di Quotidiano Nazionale dedicato alla storia delle aziende e a chi le ha costruite, aveva incontrato produttori di ogni cosa. Mai, fino a oggi, un produttore di vino. Diego Cusumano è il primo, e non sembra dispiaciuto di inaugurare la categoria.
La storia comincia da una famiglia: lui, il fratello Alberto, il padre Francesco. Il padre coltivava uva e produceva vino sfuso, alla vecchia maniera. Poi Alberto studia enologia, Diego studia economia, e a un certo punto il figlio più piccolo, quello che lui stesso definisce con affetto “il rompiscatole”, inizia a coltivare un sogno preciso: imbottigliare con le proprie uve un vino che porti il nome di famiglia. Il padre, uomo di un’altra generazione ma di testa sorprendentemente moderna, non oppone resistenza. Delega. Mette un solo paletto, non negoziabile: la qualità. Arriva un giovane enologo piemontese, sei anni di lavoro prima in vigna e poi in cantina, e nel 2001 il progetto diventa bottiglia.
Era il momento giusto. La Sicilia, proprio in quegli anni, viene scoperta dalla critica internazionale come una delle regioni più promettenti d’Italia. I giornalisti scrivono dei rossi siciliani. Cusumano arriva esattamente quando l’onda sta montando. Fortuna? In parte. Ma la fortuna, si sa, premia chi era già in piedi sulla tavola da surf.
Un piccolo continente chiamato Sicilia
Cusumano ha una frase che ripete sempre, ed è quasi un manifesto: “La Sicilia è un piccolo continente vitivinicolo.” L’unico posto al mondo dove la vendemmia dura tre mesi: comincia ai primi di agosto nelle vigne vicine al mare e finisce a inizio novembre sull’Etna.
Cinque tenute, oltre cinquecento ettari, tre grandi anime. C’è la montagna sopra Corleone, a Ficuzza, settecento metri di altitudine accanto a un bosco di seimila ettari che funziona da serbatoio d’ossigeno: lì nascono i bianchi, con quella freschezza e quell’acidità che solo l’aria di montagna sa regalare. “La vigna è come l’uomo”, spiega Diego, “vive e respira. Se sta in un posto dove si respira bene, sta bene anche lei.” Poi c’è Butera, terreni bianchi e calcarei a quattrocento metri, dove la luce diretta e quella riflessa dal suolo accompagnano la maturazione dei rossi, a partire dal Nero d’Avola, il vitigno con cui la Sicilia si è fatta conoscere. E infine l’Etna, dove le vigne crescono sulle pendici di un vulcano attivo, su terreni neri, lava al cento per cento, e producono vini di un’eleganza che oggi il mondo intero riconosce.
Quel mosaico di differenze, dice Cusumano, non è un dettaglio folkloristico. È la vera ricchezza dell’isola.
La regola del terroir e l’elogio della follia
Molte cantine comprano l’uva più comoda, quella che arriva senza fatica. Cusumano ha scelto la strada opposta, e la spiega con una parola francese “molto chic”, il terroir, che però racchiude una filosofia precisa: suolo, microclima e uomo. L’esperienza umana del luogo, l’osservazione paziente, il dialogo con la natura. “Al centro c’è il vigneto, non il vino”, precisa. “Cominciano tutti e due con la V, ma sono due cose diverse.”
E poi c’è la seconda regola del viticoltore, quella che Diego chiama senza mezzi termini “la pazzia”. Solo se la vigna è tua puoi permetterti la follia di aspettare fino all’ultimo secondo il momento ideale della raccolta, anche a costo di scelte antieconomiche. È la visione di un obiettivo che ancora non esiste. Il caso limite porta un nome: Arrigo, il Grand Cru appena uscito, dedicato a una contrada dell’Etna. Meno di un ettaro, quattromila bottiglie numerate, dodici anni di lavoro prima di vedere la prima goccia in commercio. Un terrazzo sul vulcano da cui si scorge il mare, la brezza marina che sale, la terra lavica sotto i piedi. “Tutta questa alchimia”, dice, “è come se finisse dentro la bottiglia.”
Quanto conta il marketing in tutto questo? Cusumano, che pure ha studiato economia, non ha dubbi: “L’ottanta per cento del successo di un’azienda è il suo vino. E ancora oggi l’intelligenza artificiale non riesce a cambiare questa regola.” Una bottiglia bellissima con un’etichetta perfetta, se dentro c’è un vino mediocre, non la ricompri.
Il tappo di vetro e la lezione sulla tradizione
L’innovazione, da Cusumano, non è una posa. Il tappo a vite nasce da un viaggio negli Stati Uniti, da una degustazione con dei produttori austriaci e dalla curiosità di chi si domanda: “Ma questo cos’è?” Tornato in Italia, affida al fratello la ricerca tecnica, un anno di prove, e scopre che su certi bianchi la chiusura è perfetta e sostenibile, perché si può riaprire e richiudere quando si vuole. La mamma lo adora, perché poi ci mette dentro l’olio.
Eppure il mondo del vino resta conservatore, diviso tra la modernità anglosassone del tappo a vite e la ritualità tutta italiana e francese del sughero. La sintesi di Diego è quella di chi rispetta entrambe le anime: il viticoltore contemporaneo deve tenere radici profonde nella tradizione e, allo stesso tempo, saper parlare alle nuove generazioni. Anche con una piccola accortezza sul tappo. Salvo poi confessare, ridendo, che se porta una bottiglia a vite a suo padre, “ci rimane male, e allora per evitare problemi in famiglia…”.
La vendemmia, i figli, e una nascita nel pieno del caldo
Chi pensa alla vendemmia come a una cartolina si sbaglia di grosso. “È come stare sempre al pronto soccorso”, dice Cusumano. Ti giochi tutto in trenta giorni dopo dieci mesi di attesa, e basta una pioggia improvvisa per rovinare il lavoro di un anno. È proprio quell’aleatorietà a rendere magico il mestiere. Tanto che lui ripete spesso una battuta che è anche una verità: “Il socio di maggioranza di un’azienda vitivinicola è sempre il Padreterno.”
Il ricordo più vivido di questi anni? L’annata torrida del 2000, e il 28 agosto in cui nasce il figlio Francesco, lo stesso nome del nonno. Le quattro del mattino, la moglie che sta male, la corsa in ospedale e quel padre diviso tra la vigna da vendemmiare e il figlio da accogliere. Insieme a un’altra immagine che non lo abbandona: i compagni di università, scelti uno a uno, e la gioia nei loro occhi quel primo giorno di Vinitaly.
Italia e Francia, l’enoturismo e la verità del piacere
I francesi sono davvero più bravi? Cusumano risponde con onestà e orgoglio. Hanno duecento anni di vantaggio e vini ineguagliabili in Borgogna e a Bordeaux, e soprattutto hanno saputo comunicare che tutti i loro vini fossero a quel livello. Ma, tolta la punta della piramide, “nella fascia medio alta l’Italia è nettamente superiore”. Il problema è che noi italiani siamo i primi a parlare male di noi stessi, e per troppo tempo siamo stati autoreferenziali, anche nel turismo del vino.
Proprio l’enoturismo, dice, è la chiave del futuro: i consumi pro capite calano, ma i visitatori in cantina aumentano, perché non si cerca più una degustazione, si cerca un’esperienza. Ed è entrando in cantina, vedendo con i propri occhi la manualità e il tempo che servono, che il consumatore capisce davvero quanto vale una bottiglia.
C’è un’ultima cosa che Diego Cusumano, enologo mancato e per sua ammissione poco incline a inseguire “sentori di sottobosco e cinque pagine di ginepro”, tiene a dire. Il vino è piacere. Semplice. “Lo capisci come un piatto: se la bottiglia è finita o non è finita.” Lo chef può parlare per un’ora del suo piatto, ma alla fine conta solo la forchetta in bocca e quel “mamma mia che meraviglia” che ti scappa, oppure niente.
Forse è questa la lezione più profonda di una storia cominciata attorno a un tavolino piccolo come uno stand di vent’anni fa. Si può studiare economia, conquistare il mondo, passare duecento notti l’anno in albergo. Ma se all’inizio di tutto non c’è lo stupore, prima ancora del guadagno, è lì che comincia il declino. Cosa resta, allora, di un mestiere in cui il risultato non dipende mai del tutto da te? Resta la follia di aspettare, e la fede che la natura, ogni anno, ti conceda una nuova occasione di meravigliarti.
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