C’è una cosa che il digitale ha fatto al corpo umano che nessuno ha previsto davvero. Non lo ha sostituito, non lo ha reso obsoleto.
Lo ha semplicemente trasformato in un problema. Da due direzioni opposte, con due nomi diversi, e con conseguenze che stiamo ancora cercando di capire.
Da una parte c’è il tunnel carpale, quella compressione del nervo mediano al polso che una volta colpiva chi lavorava con macchinari, chi stendeva pasta, chi cuciva ore e ore.
Oggi colpisce chi digita, chi scrolla, chi tiene lo smartphone con quella presa innaturale che abbiamo imparato tutti senza che nessuno ce lo abbia insegnato. È una malattia del lavoro. Seria, dolorosa, riconosciuta.
Dall’altra parte c’è la dismorfia da Snapchat. Un disturbo che ha un nome solo da pochi anni, che i chirurghi estetici hanno cominciato a osservare nelle loro sale d’attesa, e che descrive qualcosa di inquietante: persone – spesso giovanissime – che entrano e chiedono di assomigliare a se stesse. A se stesse con il filtro.
A quella versione liscia, simmetrica, con il naso giusto e gli zigomi alti che l’applicazione produce in mezzo secondo e che la chirurgia non potrà mai davvero replicare.
Due patologie. Due origini. Una sola radice.
Il polso che lavora troppo
Il tunnel carpale non è una malattia nuova. Esiste da sempre, nei lavori ripetitivi, nei gesti meccanici che si accumulano per ore, per anni, fino a quando il nervo cede e il dolore arriva, insieme al formicolio, alla debolezza nella presa, alla mano che di notte si sveglia prima del resto del corpo.
Quello che è cambiato è chi ne soffre. Non più solo operai e artigiani. Oggi è una malattia da ufficio, da smart working, da smartphone. I chirurghi della mano segnalano un aumento costante nei pazienti giovani, nei professionisti, in chi non ha mai lavorato con le mani nel senso tradizionale del termine, ma che le usa comunque senza sosta, in modo diverso e altrettanto logorante.
Il gesto di tenere il telefono – quella presa con il mignolo come supporto, il pollice che scorre, il polso piegato – comprime le strutture del canale carpale in modo continuativo. Non è uno sforzo intenso. È uno sforzo leggero, costante, quotidiano, che dura anni. E il corpo, alla fine, presenta il conto.
C’è anche il collo del testo, o tech neck, che i fisiatri descrivono come la conseguenza di guardare in basso verso lo schermo per ore: ogni grado di inclinazione del capo aggiunge chili di pressione sulle vertebre cervicali.
A sessanta gradi di inclinazione – la postura tipica di chi scrolla con lo smartphone in mano – il peso percepito dalla colonna vertebrale equivale a portare un bambino di sei anni sulla nuca.
Nessuno ha scelto di rovinarsi il corpo. L’ha fatto in modo inconsapevole, come fanno tutti, come si fa con ogni abitudine che sembra innocua finché non smette di esserlo.
Lo specchio che mente bene
La dismorfia da Snapchat ha una storia più recente e più inquietante. Il termine è comparso per la prima volta in letteratura medica nel 2018, su JAMA Facial Plastic Surgery, quando alcuni chirurghi americani hanno cominciato a descrivere un fenomeno che stava emergendo nelle loro sale d’attesa: pazienti che mostravano come modello non una fotografia di un attore o di un modello, ma una foto di se stessi modificata da un filtro.
Non è vanità nel senso classico del termine. È qualcosa di più sottile e più destabilizzante. È la convinzione che quella versione filtrata sia quella reale e che la versione non filtrata sia il difetto da correggere. Il filtro non viene percepito come una finzione. Viene percepito come una possibilità. Come ci si potrebbe vedere. Come si dovrebbe essere.
I filtri di Snapchat, di Instagram, di TikTok e di tutte le altre piattaforme non sono semplici effetti grafici. Sono algoritmi costruiti per migliorare – nel senso che la piattaforma dà a questa parola – l’aspetto di chi li usa.
Lisciano la pelle, allargano gli occhi, assottigliano il naso, alzano gli zigomi, chiariscono la carnagione. Lo fanno in tempo reale, mentre ci si guarda nella fotocamera anteriore. Lo fanno talmente bene che il volto filtrato comincia a sembrare più familiare di quello reale.
Per un adolescente che trascorre ore al giorno a vedersi in questa versione alternativa di sé, lo specchio del bagno diventa un nemico. Non mostra come si è. Mostra come non si è.
La dismorfia da Snapchat è una forma di dismorfismo corporeo, un disturbo già noto in psichiatria, che si manifesta come ossessione per presunti difetti fisici spesso invisibili agli altri.
La novità, la variante digitale, è che il punto di riferimento non è più un ideale astratto di bellezza costruito dalla pubblicità o dal cinema. È un’immagine di sé. Tecnicamente raggiungibile. Apparentemente a portata di mano.
Due danni, una sola logica
Il tunnel carpale e la dismorfia da Snapchat sembrano non avere nulla in comune. Uno è un problema fisico, documentato, misurabile con esami strumentali, trattabile con la chirurgia se necessario. L’altra è un disturbo psicologico, ancora in corso di studio, che si muove nella zona grigia tra l’insicurezza adolescenziale e la patologia clinica.
Eppure, nascono dallo stesso luogo. Nascono da un utilizzo del digitale che non è stato progettato pensando al benessere di chi lo usa.
Le piattaforme non si sono chieste cosa fa al polso di un essere umano tenere uno smartphone sei ore al giorno. Non si sono chieste cosa fa alla mente di un quindicenne vedere la propria immagine filtrata migliaia di volte prima di aver finito il liceo.
Si sono chieste altro. Come tenere l’utente connesso più a lungo. Come renderlo dipendente dal feedback. Come farlo tornare.
Il corpo è stato un effetto collaterale. Nessuno lo ha messo a bilancio.
Quello che resta
C’è una cosa che vale la pena tenere presente. Il corpo non mente. Può essere modificato, filtrato, nascosto, ignorato. Ma, alla fine, manda segnali che non si possono silenziare con una notifica.
Il formicolio al polso che arriva di notte è un segnale. Il disagio davanti allo specchio del bagno è un segnale. Entrambi dicono la stessa cosa: qualcosa nel modo in cui stiamo usando questi strumenti non va. Non perché gli strumenti siano il diavolo. Ma perché li abbiamo adottati tutti, in massa, senza chiederci cosa ci stavamo facendo.
La tecnologia ha cambiato il modo in cui lavoriamo, comunichiamo, ci vediamo. Ha cambiato anche il corpo. Più in silenzio, più lentamente. Ma lo ha cambiato.
E il corpo, a differenza di un’applicazione, non si aggiorna. Non torna alla versione precedente. Non ha un pulsante per il ripristino.
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Gianni Dell’Aiuto
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