Il Cardinale Bagnasco festeggia 60 anni di sacerdozio – Lavocedigenova.it



Una solenne celebrazione in Cattedrale ha segnato la mattinata della Solennità di San Giovanni Battista, patrono di Genova. 
Oggi, 24 giugno 2026, la comunità diocesana si è stretta attorno al Cardinale Angelo Bagnasco per il 60° anniversario della sua ordinazione sacerdotale. Durante la S. Messa, l’Arcivescovo in carica, Padre Marco Tasca, ha consegnato al Cardinale l’Autografo Pontificio contenente la Benedizione Apostolica speciale inviata da Papa Leone XIV. alla cerimonia hanno preso parte anche i vescovi della Regione Ecclesiastica Ligure.

Il saluto di Padre Marco Tasca al Card. Angelo Bagnasco

Eminenza Reverendissima, caro Cardinale Angelo, cari confratelli nel sacerdozio e nell’episcopato, carissimi fratelli e sorelle, oggi la Chiesa di Genova si raccoglie attorno a Lei con gratitudine, con affetto e con quella discrezione che appartiene alle cose vere. 

Sessant’anni di ordinazione presbiterale non sono semplicemente una tappa biografica: sono una lunga fedeltà; sono una storia di grazia che attraversa persone, luoghi, incarichi, stagioni della Chiesa e della città; una storia nella quale il Signore ha continuato a chiamare e Lei, ogni volta, ha cercato di rispondere. 

Il 29 giugno 1966, per l’imposizione delle mani del cardinale Giuseppe Siri, Lei veniva ordinato presbitero. Da allora sono passati sessant’anni: anni nei quali la vita sacerdotale ha preso forme diverse, talvolta impreviste, ma sempre riconoscibili nella loro radice: l’amore a Cristo, l’amore alla Chiesa, l’amore al popolo che il Signore affida. 

Mi piace pensare che tutto sia cominciato molto prima, in modo semplice, quasi nascosto: un bambino di sei anni che serve Messa nella parrocchia del centro storico, a piazza Sarzano. Lei stesso ha raccontato che lì, da chierichetto, cominciò a nascere il desiderio del sacerdozio: un desiderio custodito in silenzio, senza clamore, come spesso accade alle cose di Dio. 

E forse oggi, dopo sessant’anni, possiamo dire che in quel silenzio c’era già una promessa. C’è anche un particolare che, permetta, fa sorridere e commuove insieme. In famiglia si pensava per Lei a un futuro da ragioniere: una prospettiva buona, concreta, rassicurante. I suoi genitori, con la saggezza e le preoccupazioni proprie di chi conosce la fatica della vita, immaginavano per il figlio una strada sicura; ma dopo le vacanze estive Lei trovò il coraggio di dire alla mamma che desiderava entrare in seminario. La sorpresa fu grande, le perplessità non mancarono; eppure, quella confidenza aprì una strada che oggi, guardandola da qui, appare come uno di quei sentieri nei quali la Provvidenza lavora con delicatezza: senza forzare, ma conducendo. 

Sono passati poi gli anni del seminario, “duri ma belli”, come Lei li ha ricordati: anni di allegria, entusiasmo, fiducia. E c’è un’immagine che appartiene alla memoria della Chiesa genovese: il cardinale Siri che ogni settimana andava in seminario per il cosiddetto “circolo”, sedendosi con i seminaristi e rispondendo alle loro domande, senza un tema prestabilito. È una scena di grande valore ecclesiale: un pastore che forma i futuri presbiteri non solo con l’insegnamento, ma con la presenza. Forse anche da lì viene quella Sua percezione alta, esigente e insieme paterna del ministero ordinato.

Ordinato sacerdote, Lei è stato mandato come viceparroco a San Pietro e Santa Teresa del Bambino Gesù. E da lì comincia una stagione lunga, generosa, quasi impossibile da riassumere: parrocchia, studio, insegnamento, giovani, catechesi, scuola, liturgia, seminario. Lei stesso, con una formula sobria e molto genovese, ha detto: “Ho fatto sempre l’uno, l’altro e l’altro ancora”. In quella frase c’è forse un piccolo ritratto del suo ministero: non la ricerca di un ruolo, ma la disponibilità a servire dove la Chiesa chiedeva. E la Chiesa Le ha chiesto molto. 

Le ha chiesto di accompagnare i ragazzi e i giovani: gli scout, la FUCI, gli studenti, i seminaristi. Le ha chiesto di insegnare italiano, metafisica, ateismo contemporaneo. Le ha chiesto di pensare la fede dentro le domande culturali del tempo. Le ha chiesto di formare insegnanti, catechisti, educatori. In tutto questo, Eminenza, riconosciamo un tratto profondo del Suo sacerdozio: la convinzione che la fede non cresce per automatismo, ma attraverso una cura paziente dell’intelligenza, del cuore, della coscienza. Poi sono venute le chiamate inattese: Pesaro, l’Ordinariato Militare, Genova, la Conferenza Episcopale Italiana, il servizio alla Chiesa in Europa. E ogni volta, come Lei ha ricordato, “quando il Papa chiama, si risponde”. 

È una frase semplice, ma racchiude una teologia concreta dell’obbedienza: non l’obbedienza come rinuncia sterile, ma come libertà consegnata; non come passività, ma come atto di fiducia. Vorrei ricordare, con rispetto, anche gli anni dell’Ordinariato Militare. Lei li ha vissuti entrando in un mondo che inizialmente Le era sconosciuto, e proprio lì, accanto a situazioni drammatiche, funerali, missioni delicate, ha potuto scoprire – sono parole Sue – una realtà di grande umanità, bontà, generosità e spirito di sacrificio. Ma ha raccontato anche un aspetto luminoso: le cresime celebrate a Nassiriya, Kabul, Sarajevo, in Kosovo, in Albania; e persino quarantacinque battesimi di giovani adulti tra i venti e i trent’anni. 

Dentro luoghi segnati dalla fragilità della storia, il Vangelo continuava a generare figli. Anche questo è sacerdozio: stare dove la vita è esposta, e lì annunciare che Cristo è speranza. Nel 2006 Lei è tornato a Genova come Arcivescovo. Tornava nella città che L’aveva visto crescere, nella Chiesa che L’aveva generato sacerdote e vescovo. E Genova, con il suo mare, le sue ferite, il suo carattere sobrio, la sua fede antica e talvolta pudica, ha ritrovato in Lei un pastore figlio di questa terra. 

Un pastore che ha conosciuto il centro storico, la parrocchia, il seminario, la scuola, i giovani; un pastore che poteva parlare a Genova non da estraneo, ma da figlio. E permetta che oggi sia io, Suo successore su questa cattedra, a dirLe grazie in modo particolare, perché il legame tra noi non è solo cronologico o istituzionale: il giorno della mia ordinazione episcopale e del mio ingresso in diocesi, Lei ha imposto le mani su di me, consegnandomi non soltanto una successione, ma un vincolo ecclesiale. Quel giorno Lei disse che Genova accoglieva il suo nuovo pastore, e volle esprimere la gioia della Chiesa per quel passaggio. 

Oggi sono io a raccogliere quella parola e a restituirla a Lei in forma di gratitudine: grazie per aver servito questa Chiesa; grazie per averla amata; grazie per averla accompagnata con fermezza, con intelligenza, con fede. 

Sessant’anni di sacerdozio non cancellano la fatica, anzi: la trasfigurano. In una vita sacerdotale ci sono gioie e incomprensioni, consolazioni e solitudini, riconoscimenti e pesi portati in silenzio. Ma quando si arriva a una data come questa, ciò che rimane non è il bilancio degli incarichi: rimane il mistero di una fedeltà; rimane l’Eucaristia celebrata giorno dopo giorno; rimangono le assoluzioni donate, le parole dette al momento giusto, le mani imposte, le lacrime raccolte, i giovani custoditi. 

E allora, Eminenza carissima, oggi non celebriamo anzitutto ciò che Lei ha fatto: celebriamo ciò che il Signore ha fatto nella Sua vita e, attraverso la Sua vita, nella nostra Chiesa. Celebriamo la grazia di un presbitero che, diventato vescovo e cardinale, non ha mai cessato di essere prete. Perché questo è il dono più grande: rimanere preti dentro ogni incarico, ogni dignità, ogni responsabilità. 

La Chiesa di Genova oggi Le dice grazie e lo dice con affetto filiale, con rispetto sincero, con memoria grata. Lo dice affidando al Signore gli anni trascorsi e quelli che ancora verranno. E lo dice invocando su di Lei l’intercessione di San Giovanni Battista, patrono di questa città e di questa arcidiocesi: lui, voce che indica l’Agnello; lui, testimone fedele; lui, uomo che ha saputo diminuire perché Cristo crescesse. Eminenza, caro Cardinale Angelo: grazie per questi sessant’anni. 

Grazie per il Suo sì. Grazie per averci ricordato, con la vita, che la Chiesa cammina davvero quando i suoi ministri non cercano se stessi, ma il Signore. Ad multos annos! E che Cristo, Sua speranza, continui a essere la Sua gioia.

“Sessant’anni di ordinazione non sono semplicemente una tappa biografica: sono una lunga fedeltà”, ha dichiarato Padre Marco Tasca nel suo indirizzo di omaggio. L’attuale Arcivescovo ha espresso profonda gratitudine per il servizio reso alla diocesi, sottolineando il forte legame ecclesiale e personale che lo unisce al suo predecessore, il quale gli impose le mani nel giorno del suo ingresso a Genova. 




#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Redazione

Source link

Di