L’estate italiana riflette l’immagine di un paese sempre più esposto agli effetti del cambiamento climatico. Le lunghe file davanti alla galleria degli Uffizi di Firenze, dove il caldo estremo ha messo in difficoltà l’impianto di climatizzazione facendo sospendere la vendita dei biglietti, sono solo uno degli esempi della morsa di caldo torrido che affligge le nostre città. Nel tempo della crisi climatica permanente, infatti, il peso più grande grava sulle spalle delle persone già esposte a fragilità socioeconomiche, colpite dall’ennesimo moltiplicatore di disuguaglianze.
Persone fragili e senza dimora
In Italia, a oggi, l’aumento complessivo delle chiamate al servizio d’emergenza 118 è solo del 15 per cento. «Da noi nel Pronto soccorso centrale la situazione al momento è stabile», dice a Domani il dottor Vito Cianci, direttore dell’Azienda Ospedale-Università di Padova. Ma il profilo delle persone che affluisce in Ps in queste settimane parla spesso di fragilità: «Pazienti con varie comorbidità che si esprimono con quadri clinici variabili». Negli ultimi giorni si sta assistendo anche ad un incremento di accessi di persone «con disagio psichico». Una delle manifestazioni delle tante problematiche sociali che trova nel Ps «un punto di approdo e a cui non sempre si riesce a dare le risposte adeguate, nonostante il dispiegamento di professionisti».
Un tema presente su tutto il territorio nazionale, in cui latita ancora «la declinazione operativa della progettualità chiamata “integrazione ospedale-territorio”». Proprio per questo ci sono grosse aspettative rispetto «all’applicazione del Pnrr per le Case di comunità».
Anche chi lavora con la medicina di bassa soglia, come l’Unità mobile di prossimità del Laboratorio di salute popolare (Lsp) di Bologna, nota che l’aumento delle temperature colpisce sempre più le fasce marginalizzate della popolazione.
«In estate la nostra attività è centrata sulla prevenzione dei danni causati dal caldo estremo – dice Valerio Grandis, medico responsabile dell’unità mobile – facciamo distribuzione di acqua, integratori e sali minerali per prevenire i colpi di calore delle persone senza dimora».
Allo stesso tempo «continuiamo con la nostra attività di supporto sociosanitario, anche informando sulle strutture del territorio a cui ci si può rivolgere, come ad esempio il rifugio climatico di Làbas dove è possibile riposare in luoghi climatizzati ed usufruire di docce e lavatrici».
Lavori a rischio
Il rischio legato alle ondate di caldo è alto anche per lavoratrici e lavoratori: «Tra le categorie maggiormente esposte ci sono gli operai stradali ed edili, i cantieristi, i lavoratori agricoli, i driver, i magazzinieri e i rider», spiega Marco Zanotto, sindacalista Adl-Cobas.
Migliaia di persone che «ogni giorno continuano a lavorare su piazzali, mezzi e capannoni che raggiungono temperature elevatissime». Governo e regioni hanno introdotto alcune misure, «come la possibilità di sospendere l’attività con accesso alla cassa integrazione, l’obbligo di valutare il rischio da stress termico e, in alcune regioni, il divieto di lavorare nelle ore più calde».
Ma sono misure a cui mancano regole nazionali vincolanti per tutti i settori, oltre a «controlli e tutele specifiche per chi lavora nella logistica e nelle consegne. Troppo spesso i ritmi produttivi continuano a prevalere sulla salute dei lavoratori».
Proprio in questi giorni il sindacato ha inoltrato comunicazioni «a tutte le aziende e a tutte le lavoratrici e i lavoratori, dando indicazioni precise su come comportarsi per evitare malori».
In alcune situazioni, come nel caso dei driver Sda, il sindacato è dovuto ricorrere allo sciopero, «interrompendo le consegne e riportando la merce in magazzino, perché il carico di lavoro richiesto è insostenibile. Non si può continuare a lavorare ignorando i rischi che il caldo comporta per la salute e la sicurezza dei lavoratori».
Con il Prime Day di Amazon la situazione rischiava di peggiorare ulteriormente, ma «grazie a questa azione si è riusciti ad ottenere un incremento del personale assunto», con la conseguente riduzione dei carichi di lavoro.
Ingiustizia termica per i reclusi
Ci sono poi le persone recluse. Le nuove rilevazioni di Antigone sulla detenzione, aggiornate al 15 giugno 2026, restituiscono un presente allarmante: a livello nazionale, il tasso di affollamento si aggira al 139,95 per cento (in aumento rispetto al 134,3 per cento del 2025).
«Le carceri vedono persone costrette in celle con sempre meno spazio, in molti casi meno di quello minimo previsto dalle normative», racconta Patrizio Gonnella, presidente Antigone. Un aggravio della pena che denunciano da tempo: «Durante tutto l’anno, ma soprattutto in estate, il fenomeno dei suicidi assume caratteri drammatici. Non solo per le condizioni di detenzione più severe, ma anche per l’assenza di tante attività che provano ad animare gli istituti tra settembre e giugno».
C’è dunque bisogno di «aprire le sezioni e far trascorrere tante ore all’aria alle persone. Ma anche di garantire telefonate quotidiane, ventilatori e frigoriferi nelle celle».
Anche all’interno dei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) dove sono rinchiuse le persone migranti, la situazione è al limite. «Camerate, moduli e sedicenti spazi aperti sono gabbie di cemento e ferro, strutturalmente privi di alberi o zone d’ombra – dice Nicola Cocco, medico infettivologo membro della Società italiana di medicina delle migrazioni e della rete No Cpr – In questi luoghi si consuma una profonda “ingiustizia termica”: mentre i locali della polizia e del personale medico sono perfettamente refrigerati, le aree destinate ai trattenuti diventano forni».
Un ambiente «che esaspera l’ansia, la dissociazione e il rischio di gesti autolesivi». Garantire luoghi dignitosi e non oppressivi «è essenziale per la presa in carico sanitaria delle persone nei contesti detentivi, come richiede l’Oms». L’omissione di misure per mitigare le temperature estreme in questi luoghi, invece, «si configura come un trattamento inumano e degradante».
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Federica Pennelli
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