Oltre il sesso: la rivoluzione culturale del piacere


MySecretCase nasce da una tua intuizione. C’è stato un momento in cui ti sei guardata intorno e hai detto: «Basta, la narrazione del piacere non può più essere questa, devo fare qualcosa»?

Il progetto non nasce da un singolo episodio legato alla sessualità, ma da un’intuizione profonda maturata nel tempo. Il mio background umanistico e l’esperienza nella fotografia sociale mi hanno portata ad appassionarmi alle storie delle persone, specialmente a quelle che non trovano spazio nel racconto dominante o che vengono distorte.
Entrando nel racconto della sessualità femminile, mi sono resa conto che il corpo delle donne è uno dei territori più esposti e più fraintesi della nostra cultura. Mancavano le parole per descrivere il desiderio, il piacere, i corpi reali, i dubbi. Mancava un’attenzione al piacere femminile come espansione del sé e come tematica legata all’autostima; le donne erano spesso raccontate attraverso lo sguardo degli altri e, nella sessualità, persino attraverso la posizione che occupavano, più che attraverso il proprio desiderio. C’è una profonda ipocrisia: la società usa continuamente il corpo delle donne per vendere qualsiasi cosa, ma quando una donna mette il proprio piacere al primo posto, ne parla in prima persona e ci fa un’azienda, allora diventa scomodo.
Questa è stata la spinta più intima: creare uno spazio di conversazione dove le persone, e all’inizio soprattutto le donne che sono state le grandi sostenitrici del progetto, potessero sentirsi meno sole con la propria identità e il proprio corpo. Perché il contrario della vergogna non è l’esibizione. È la possibilità di nominare la propria esperienza e sentirsi legittimati a viverla.
È una questione di legittimità legata alla libertà femminile: spesso è la libertà a essere percepita come eccessiva, come un superamento del confine tra pubblico e privato. Perché il sesso è solo una parte della sessualità. La sessualità attraversa il modo in cui costruiamo la nostra identità, le relazioni e il rapporto con il nostro corpo.

Immagino che all’inizio, soprattutto in un Paese come l’Italia, parlare apertamente di sessualità e piacere femminile ti abbia esposta a forti pregiudizi. C’è mai stato un giorno in cui hai temuto che il peso di questo stigma fosse troppo grande da portare?

A livello personale non ho mai sentito il peso dello stigma contro di me. Quando ti occupi di un tema così ambivalente e c’è la volontà di cambiare lo status quo, trovi sempre qualcuno che ti critica, ma trovi anche moltissime persone che alzano la mano per sostenerti. Su questo abbiamo costruito la nostra community.
Lo stigma l’ho sentito soprattutto a livello imprenditoriale. Abbiamo fatto una fatica enorme a entrare nel sistema impresa perché nessuno prima di noi aveva costruito un’azienda di questo tipo in Italia. Per anni siamo stati percepiti come qualcosa di provocatorio o scandaloso più che come un’impresa. Questo ha significato difficoltà concrete: assumere personale, affittare uffici, aprire conti correnti, accedere al credito.
Misuriamo il valore di un’azienda sulla sua dimensione economica: se mi fossi fermata a mezzo milione o a un milione di fatturato, non so se il sistema impresa e gli investitori ci avrebbero aperto le porte allo stesso modo. In un certo senso abbiamo dovuto dimostrare tre volte il nostro valore prima di essere considerati. Ci abbiamo messo moltissimo tempo, perché rispetto ad altre tematiche, come la salute mentale che post-Covid ha fatto passi da gigante, sulla sessualità c’è ancora enorme resistenza.
Ciò che mi ha protetta è stata la convinzione profonda nel progetto. Sapevo che non stavamo parlando solo di sessualità, ma di identità, relazioni, benessere e libertà. E sapevo che, prima o poi, questa conversazione avrebbe coinvolto molte più persone di quanto fosse immaginabile all’inizio.

Attraverso la tua realtà, entri quotidianamente nella sfera più intima delle persone. C’è una testimonianza che ti ha colpita?

Di messaggi in DM ce ne arrivano tantissimi, ma ci sono due categorie che mi fanno capire che stiamo facendo la cosa giusta. La prima riguarda i ragazzi e le ragazze che, grazie ai nostri contenuti, trovano gli strumenti per fare il proprio percorso: fare coming out a casa, trovare la forza di allontanarsi da una famiglia o da una relazione violenta. La cosa straordinaria è che questo lavoro di consapevolezza spesso non si ferma ai giovani: arriva ai genitori, che iniziano a mettersi in discussione e a comprendere che forse i figli non erano sbagliati, ma stavano semplicemente chiedendo di essere ascoltati.
La seconda categoria è quella delle donne che smettono di sentirsi inadeguate. Quando il corpo non è più vissuto come un problema da correggere, capisci che il tema profondo non è solo il piacere, ma essere legittimate nella propria esperienza. È la conferma che il nostro è un lavoro culturale, prima ancora che di prodotto. Perché quando una persona trova le parole per raccontare ciò che vive, spesso trova anche la possibilità di trasformarlo.
Recentemente abbiamo condiviso su LinkedIn il rifiuto di una banca che non ci permetteva di aprire un conto perché la nostra attività non superava il loro “filtro etico”. È una cosa che mi succedeva nel 2014 e che può succedere ancora oggi. Pochi giorni dopo abbiamo pubblicato la lettera di una ragazza di 28 anni che ci ringraziava perché, grazie ai nostri contenuti, aveva scoperto il proprio corpo e capito che il piacere è un diritto. In mezzo a questi due episodi c’è tutto il paradosso del nostro lavoro.
Ci arrivano anche messaggi molto difficili legati alla violenza domestica o scolastica. Le persone, attraverso i contenuti sul consenso e sui confini personali, riescono a dare un nome a ciò che stanno vivendo e a distinguere ciò che è amore da ciò che è controllo, ciò che è conflitto da ciò che è abuso.
Il nostro lavoro è ramificato. Se il primo accesso dei giovani alla sessualità è spesso il porno, noi dobbiamo stare nel mezzo: usare i linguaggi dell’intrattenimento e dei social per parlare finalmente di sesso in modo divertente e leggero, ma anche di educazione, salute, relazioni e confini.

Spesso il mondo delle startup e dei finanziamenti è dominato da logiche fredde, metriche e, talvolta, da un forte maschilismo. Qual è la tua esperienza?

Credo ci sia un equivoco molto diffuso nel mondo del business: considerare la sensibilità e la fragilità come opposti della competenza o come debolezze. Per me sono sempre state uno strumento di lettura della realtà.
MySecretCase è nata proprio da lì. Se costruisci una community e un modello di business basato sull’ascolto, capisci che le persone non acquistano semplicemente un prodotto.
Cercano appartenenza, linguaggio, riconoscimento.
Ho partecipato a moltissimi tavoli di scambio. Più che il maschilismo esplicito, ho incontrato spesso una difficoltà a riconoscere valore economico a ciò che riguarda la sfera relazionale, emotiva e sessuale. Come se alcuni bisogni fossero considerati meno seri di altri.
Restiamo un’azienda profit, e i numeri ci hanno dato ragione. Le intuizioni migliori che abbiamo avuto non sono nate da un foglio Excel, ma dall’ascolto della community.
La vera sfida, man mano che cresci e devi confrontarti con investitori, governance e metriche, è riuscire a restare profondamente umani.
I numeri ti spiegano cosa sta accadendo. Le persone ti spiegano perché sta accadendo.

Hai un figlio: come trovi un equilibrio tra lavoro e tempo da dedicare a lui? Temi mai che a un certo punto qualcuno gli dica in modo dispregiativo che lavoro fa la madre?

Partiamo da una premessa: io parlo da una dimensione molto privilegiata, e so bene che le situazioni non privilegiate sono ben altre. La quantità, la presenza oraria, nella relazione con un figlio è fondamentale. Negli ultimi anni si è diffusa l’idea che conti solo la qualità del tempo. Io credo che servano entrambe. Come in ogni relazione, ci sono cose che accadono semplicemente stando insieme: la fiducia, l’intimità, la conoscenza reciproca. Non tutto può essere condensato in due ore perfette a fine giornata.
Scegliere che tipo di maternità vivere non dovrebbe essere un privilegio, ma un’opzione. Invece, nel nostro sistema economico un figlio viene visto dalle imprese, soprattutto medio-piccole o per le libere professioniste, come un “problema organizzativo” piuttosto che come un valore da integrare. Tutto l’ambito della cura – che sia un figlio o un genitore anziano o malato – viene delegato interamente allo spazio privato della famiglia.
Per evitare il burnout io ho smesso di cercare l’equilibrio perfetto, che è solo un concetto malsano che genera sensi di colpa. Viva i genitori imperfetti! Ho fatto una scelta radicale: ho accettato compromessi lavorativi ed economici e ho costruito un modello basato sulla mia disponibilità totale verso mio figlio Giorgio, soprattutto in questi primi anni di vita.
Ho costruito un’azienda per tanti anni e ne sono orgogliosa. Oggi però so che ci sono stagioni della vita che non tornano. L’infanzia di un figlio è una di queste e ho scelto di viverla nel modo che sento più vicino a me, pur consapevole dei compromessi che questa decisione comporta.
Però la conciliazione tra maternità e lavoro, specialmente a Milano da madre single e senza una rete familiare vicina, è complessa e totalizzante.
Riguardo al timore che qualcuno possa giudicare il mio lavoro davanti a lui, non mi pongo il problema. Vivo in un contesto di relazioni dove ciò che faccio non è visto come un problema. Ci sarà sempre chi riduce tutto a “vendi sex toys”, ma ho imparato che non tutte le persone sono interessate a comprendere la complessità delle cose, e non sento più il bisogno di convincerle. Mio fratello ha 17 anni meno di me; quando andava all’università a vent’anni i suoi amici gli dicevano: «Tua sorella è quella di MySecretCase? Ma sei un figo!». Raccoglieva consenso. Spero e penso che per mio figlio sarà lo stesso.

La tua azienda è nota per avere una fortissima impronta di empowerment femminile. Cosa significa per te creare un ambiente di lavoro dove le donne possono parlare di desideri e di corpo senza filtri?

In azienda abbiamo una varietà bellissima di orientamenti sessuali, identità e vissuti sociali. È un’inclusività naturale. Le cose accadono e basta.
A volte mi criticano l’opposto, ovvero che manchi la narrazione eteronormativa. Di recente un ragazzo mi diceva che non si sentiva rappresentato e che voleva un “maschio alfa” che parlasse di sesso e facesse commenti sui corpi per strada. Lì ho dovuto spiegargli il problema del catcalling, ma ho capito che c’è ancora più bisogno di inclusione e di fare educazione proprio lì. Ora stiamo anche includendo molto di più la community nella creazione di contenuti video, cosa possibile oggi che le persone hanno acquisito più competenze e familiarità con i social rispetto a qualche anno fa.
Per me l’empowerment femminile non deve essere una gara a chi è più performante, forte o invincibile. Quel processo è stato necessario per conquistare spazi storicamente negati alle donne, dalla leadership all’indipendenza economica. Ma la sfida oggi è un’altra: poter scegliere chi essere senza che una scelta venga percepita come meno valida di un’altra.
Nella dimensione corporea significa normalizzare i corpi e creare le condizioni affinché possano raccontarsi. Per secoli le donne sono state descritte dalla religione, dalla medicina, dalla politica e dalla pornografia. Dobbiamo passare dall’essere oggetto del racconto a essere autrici del racconto.
Quando una donna parla in prima persona della propria esperienza compie un atto politico. Porta la sessualità dentro la cittadinanza culturale, rivendica il diritto di nominare ciò che vive e di esporsi senza il timore di essere ridicolizzata. È lì che, per me, inizia la vera parità di genere.

Se potessi incontrare la Norma di 10 o 15 anni fa, quella che stava per iniziare questo viaggio incredibile, e potessi guardarla negli occhi: cosa le diresti? E qual è l’augurio più grande che fai alla donna che stai diventando oggi?

Alla Norma di allora direi che per molto tempo ha confuso il coraggio con l’andare avanti a tutti i costi. Fare di più, resistere di più, controllare di più. Oggi penso che il vero coraggio sia un’altra cosa: permettersi di cambiare idea, rallentare, attraversare il vuoto senza riempirlo immediatamente, entrare in crisi e accettare che non tutto sia pianificabile.
Fare impresa ti dà feedback continui dal fare. La trasformazione interiore è diversa: è più lenta, più sottile e spesso invisibile. Faticosissima ma necessaria.
Alla donna che sto diventando oggi auguro di non perdere l’apertura alla vita. Di restare curiosa, fluida e disponibile a lasciarsi trasformare anche da ciò che non aveva previsto. Le cose più importanti che mi sono accadute non erano nei miei piani.

Credi che essere donna abbia fatto la differenza nel tuo percorso?

Sì, ma forse non nel modo in cui si pensa. Essere donna non è stato un vantaggio o uno svantaggio in termini assoluti. È stato il punto di osservazione necessario per fare quello che ho fatto.
Era necessario che qualcuno guardasse quel mondo da un’altra angolazione e decidesse di raccontarlo in modo diverso. Molte delle domande che ci siamo posti in MySecretCase semplicemente non erano considerate rilevanti: il piacere femminile, il consenso, il rapporto con il corpo, il peso della vergogna.
Non credo che serva essere donna per parlare di questi temi. Ma credo che viverli sulla propria pelle permetta di vedere dettagli che altrimenti rischiano di restare invisibili.
Per me non si trattava solo di una storia personale legata alla sessualità. Si trattava di riconoscere un’esperienza collettiva. In qualche modo sentivo dentro di me le domande, le paure, i silenzi e le contraddizioni di moltissime donne. E ho capito che non ero l’unica a cercare parole nuove per raccontarle.


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