di Marco Palombi
Il vertice di Davos non decide la storia; la espone, la mette in scena, la traduce nel linguaggio degli interessi, la rende accettabile alle élite prima che diventi visibile alle opinioni pubbliche.
Per questo, gli ultimi incontri del World Economic Forum non vanno letti come eventi separati, ma come una sequenza diagnostica. Nel 2024 Davos parlava ancora di ricostruzione della fiducia. Nel 2025 parlava già di fine delle vecchie comodità europee. Nel 2026 ha parlato apertamente di nuova architettura della sicurezza, di transatlantismo trasformato, di America più selettiva, di Europa più esposta, di NATO ancora indispensabile ma non più sufficiente a mascherare la debolezza industriale, fiscale e strategica del continente.
L’articolo di Foreign Policy del 15 giugno 2026, significativamente intitolato The End of Trans-Atlanticism, intercetta questo passaggio. Il punto non è che la NATO sia finita. Questa sarebbe una lettura giornalistica, non strategica. Il punto è altro: è finito il transatlantismo come abitudine, come cosa scontata.
È finito il sistema mentale nel quale l’Europa poteva crescere grazie al commercio globale, consumare energia russa a basso costo, finanziare welfare interni molto costosi, mantenere industrie della difesa frammentate e, nello stesso tempo, considerare la garanzia americana come una variabile permanente dell’ambiente naturale. Non era una strategia, questa del Vecchio Continente: era una storica rendita di posizione geopolitica.
Ursula von der Leyen a Davos 2025 lo ha detto con una chiarezza rara per il linguaggio comunitario. L’Europa aveva costruito parte della propria prosperità sulla globalizzazione commerciale, su energia russa a basso costo e su una sicurezza troppo spesso esternalizzata. “Those days are gone”, ha detto. Quella frase vale più di molte conclusioni del Consiglio europeo. Non perché sostituisca i documenti ufficiali, ma perché ne rivela la sostanza politica. L’Unione Europea non sta scegliendo se diventare autonoma. Sta scoprendo che l’eteronomia ha un costo crescente.
Il rapporto UE-NATO entra dunque in una fase nuova. Non di rottura, ma di riequilibrio forzato.
La NATO resta il telaio militare della difesa collettiva. Nessun documento ufficiale europeo o atlantico tra il 2024 e il giugno 2026 sostiene il contrario. La dichiarazione del vertice NATO di Washington del luglio 2024 definisce l’Unione Europea un partner unico ed essenziale. Le conclusioni del Consiglio europeo del 18 giugno 2026 riaffermano che una UE più forte nella difesa deve essere complementare alla NATO, la quale resta, per i suoi membri, il fondamento della difesa collettiva. L’undicesimo rapporto UE-NATO del 18 giugno 2026 registra progressi sostanziali e continui in materia di resilienza, mobilità militare, minacce ibride, cyber, infrastrutture critiche, capacità industriali e sostegno all’Ucraina.
Tuttavia, dietro questa continuità istituzionale, il contenuto materiale dell’alleanza cambia. La forma resta atlantica. Il peso diventa europeo. La retorica resta cooperativa. Il conto diventa nazionale, industriale, fiscale, elettorale.
Il dato simbolico è il passaggio dal 2% al 5% del PIL per la spesa collegata alla difesa. Per anni il 2% è stato il segno minimo della serietà atlantica. Oggi non basta più. Mark Rutte lo ha detto a Davos 2025: il 2% non è quasi sufficiente. Il vertice NATO dell’Aia del 25 giugno 2025 ha trasformato quella pressione politica in impegno: 5% del PIL entro il 2035, di cui almeno 3.5% per requisiti core di difesa e fino a 1.5% per resilienza, infrastrutture critiche, innovazione, protezione civile, cyber e base industriale. Questa è la vera trasformazione concettuale. La difesa non è più soltanto carri armati, missili, brigate, marina e aviazione. È rete elettrica, porti, ferrovie, satelliti, data centres, catene di fornitura, munizioni, semiconduttori, energia, società civile organizzata.
Il passaggio è storico perché allarga il concetto di sicurezza al sistema economico. La NATO non chiede soltanto più soldati. Chiede società più dure. Chiede Stati più capaci. Chiede bilanci meno illusori. Chiede industria. Chiede produzione. Chiede logistica. Chiede tempo politico convertito in capacità materiale.
Qui l’Unione Europea entra in gioco non come alternativa alla NATO, ma come strumento necessario affinché la NATO possa continuare a funzionare. Senza mercato europeo della difesa, senza procurement congiunto, senza standardizzazione industriale, senza mobilità militare transfrontaliera, senza capacità finanziaria comune, il pilastro europeo della NATO resta una formula cerimoniale. La Commissione e il Consiglio lo hanno capito. Il White Paper for European Defence – Readiness 2030, presentato il 19 marzo 2025, e lo strumento SAFE, adottato nel maggio 2025 con una capacità fino a 150 miliardi di euro in prestiti per acquisti congiunti e capacità prioritarie, segnano il passaggio dalla sovranità come parola alla sovranità come bilancio.
La differenza è decisiva. Per vent’anni l’Europa ha parlato di autonomia strategica. Spesso lo ha fatto senza mezzi. Ora la formula muta. Non più autonomia come emancipazione verbale dagli Stati Uniti, ma autonomia come capacità di reggere un teatro convenzionale europeo in un contesto in cui Washington guarda sempre più all’Indo-Pacifico, alla Cina, alle filiere tecnologiche, alla protezione del proprio spazio industriale e commerciale.
Gli Stati Uniti non stanno necessariamente abbandonando la NATO. Stanno rinegoziando la convenienza del loro ruolo. È diverso e, per l’Europa, forse più difficile. Un abbandono sarebbe traumatico ma chiaro; una rinegoziazione permanente è più instabile, perché costringe ogni capitale europea a vivere dentro un calcolo continuo: quanto resta americano, quanto diventa europeo, quanto costa, chi produce, chi comanda, chi paga, chi vota contro.
La postura americana del 2026 va letta in questa chiave. La dottrina statunitense emersa nel 2026 indica che l’Europa deve assumere la responsabilità primaria della propria difesa convenzionale, con un supporto americano critico ma più limitato. Non è isolazionismo puro. È selettività strategica. Gli Stati Uniti restano potenza garante, ma vogliono cessare di essere assicuratore gratuito di un continente economicamente ricco e militarmente dipendente. La formula americana è brutalmente razionale: se l’Europa considera la Russia una minaccia esistenziale, allora deve produrre, spendere e organizzarsi come se quella minaccia fosse realmente esistenziale.
Qui emerge l’ipocrisia europea degli ultimi decenni. L’Europa ha spesso trasformato la protezione americana in pretesto per non diventare adulta. Ha confuso la pace con la propria virtù e la sicurezza con l’ambiente naturale. Ha creduto che l’interdipendenza economica fosse sufficiente a disciplinare gli avversari. Ha creduto che l’ordine liberale fosse un clima e non una costruzione armata, finanziata e difesa. La guerra in Ucraina ha distrutto questa illusione. Davos l’ha verbalizzata. La NATO la sta contabilizzando.
La relazione UE-NATO, perciò, non può più essere analizzata con la vecchia opposizione tra europeismo e atlantismo: quella contrapposizione appartiene a un mondo più semplice. Nel mondo attuale, più Europa nella difesa non significa meno NATO. Significa più possibilità che la NATO sopravviva come alleanza credibile. Il problema è che questa Europa più capace deve nascere dentro vincoli che la rendono lenta: bilanci pubblici già tesi, opinioni pubbliche non preparate, industrie nazionali gelose, duplicazioni produttive, divergenze tra Est e Ovest, tra Nord e Sud, tra Stati nucleari e Stati non nucleari, tra Paesi frontalieri e Paesi mediterranei, tra chi vede Mosca come minaccia diretta e chi continua a pensare la sicurezza attraverso migrazione, energia, Mediterraneo, Africa e Medio Oriente.
Il nodo industriale è il centro del problema. La NATO può fissare obiettivi. L’UE può creare strumenti. Ma la deterrenza vive nella produzione. Missili, munizioni, droni, difesa aerea, artiglieria, cyber, satelliti, componentistica, semiconduttori, materiali critici, capacità navali e logistica non si improvvisano. La guerra in Ucraina ha mostrato una verità dimenticata: le guerre industriali consumano più di quanto le democrazie post-industriali siano abituate a produrre. La Russia ha trasformato parte della propria economia in economia di guerra. L’Europa ha trasformato parte del proprio linguaggio in linguaggio di guerra. Sono due cose diverse.
SAFE, il White Paper e la European Defence Industrial Strategy cercano di ridurre questa distanza. Ma il rischio resta: aumentare la spesa senza creare capacità europea proporzionale. Se l’aumento dei bilanci si traduce prevalentemente in acquisti dagli Stati Uniti, l’Europa rafforza la NATO ma non riduce la propria dipendenza. Se invece la preferenza europea diventa chiusura protezionistica inefficiente, l’Europa rischia di frammentare l’interoperabilità atlantica. La via stretta è costruire una base industriale europea più forte, ma tecnicamente compatibile con la NATO e politicamente accettabile per Washington.
Qui si colloca il vero conflitto nascosto. Gli Stati Uniti chiedono all’Europa di spendere di più. Ma non sono indifferenti a dove l’Europa spende. Bruxelles vuole che la spesa rafforzi la base tecnologica e industriale europea. Washington vuole che il burden-sharing non diventi esclusione dei produttori americani. La NATO vuole interoperabilità. Gli Stati nazionali vogliono ritorni industriali interni. Le imprese vogliono contratti lunghi. Gli elettori vogliono non perdere welfare. La Russia vuole tempo. La Cina vuole che l’America resti divisa tra Europa e Indo-Pacifico. Questa è la geometria reale.
Davos 2026 ha aggiunto un’altra dimensione: la crisi del transatlantismo come immaginario politico. Mark Carney, da primo ministro canadese, ha parlato a Davos dentro una cornice che non riguarda soltanto il Canada. Il suo messaggio, ripreso anche dal dibattito successivo, è che il vecchio ordine non torna. Per un Paese come il Canada, storicamente immerso nella garanzia americana ma anche istituzionalmente legato al Commonwealth, al G7, alla NATO e all’economia globale, questa affermazione pesa. Dice che il problema non è solo Trump. Il problema è che gli Stati Uniti, anche oltre Trump, sono entrati in una fase di nazionalizzazione della propria potenza. La politica americana non vuole più essere il gestore disinteressato dell’ordine liberale. Vuole essere il principale beneficiario selettivo dell’ordine che riesce ancora a controllare.
Questo punto è fondamentale per l’Europa. Molti europei continuano a ragionare come se il problema fosse una parentesi politica americana. È una lettura comoda e sbagliata. Il mutamento è più profondo. Riguarda la società americana, il rapporto tra industria e sicurezza, il debito, la competizione con la Cina, la frattura interna, la stanchezza verso gli alleati percepiti come free riders, la nuova centralità delle filiere critiche. Trump rende brutale il linguaggio. Non inventa da solo la tendenza.
Il transatlantismo non muore come alleanza. Muore come automatismo culturale. L’Europa non può più presumere che Washington consideri la stabilità europea un bene pubblico americano da finanziare quasi senza condizioni. Gli Stati Uniti continueranno a difendere l’Europa se ciò servirà alla loro strategia globale, se l’Europa farà la propria parte, se la NATO resterà uno strumento di proiezione ordinata della potenza occidentale e se il costo politico interno sarà sostenibile. Questa è la nuova realtà.
In questa realtà, l’Unione Europea assume una funzione paradossale. Per diventare più autonoma deve diventare più utile alla NATO. Per diventare più sovrana deve spendere di più in un quadro ancora atlantico. Per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti deve coordinarsi meglio con gli Stati Uniti. Per difendere il proprio mercato deve accettare che il mercato non è più separabile dalla sicurezza. Per proteggere il proprio modello sociale deve militarizzare una parte del proprio bilancio. La politica europea entra così nella sua fase adulta: quella in cui ogni principio ha un costo.
La guerra in Ucraina resta il catalizzatore. Senza Ucraina, molti di questi processi sarebbero rimasti lenti, burocratici, reversibili. Con l’Ucraina, diventano urgenti. Washington 2024 ha istituzionalizzato il sostegno NATO all’Ucraina attraverso meccanismi più strutturati. L’Aia 2025 ha reso computabili alcuni contributi diretti all’Ucraina dentro il nuovo sforzo di difesa. L’UE ha cercato di integrare l’industria ucraina nelle proprie iniziative. La guerra ha creato un laboratorio crudele: droni, guerra elettronica, munizioni, difesa aerea, intelligence, resilienza energetica, mobilità ferroviaria, riparazione industriale, produzione accelerata. L’Ucraina non è più solo un Paese assistito. È una scuola di guerra contemporanea.
Per questo il rapporto UE-NATO non si decide nei comunicati, ma nei tempi di produzione. Se l’Europa impiega dieci anni per costruire capacità che la Russia consuma in tre anni, la strategia fallisce. Se gli Stati Uniti riducono la propria postura europea più rapidamente di quanto l’Europa aumenti la propria capacità convenzionale, si apre un vuoto. Se la spesa al 5% resta promessa contabile e non trasformazione industriale, si produce solo inflazione militare. Se il procurement comune resta inferiore alle ambizioni, ogni Stato continuerà a comprare ciò che riesce, dove riesce, quando riesce, spesso fuori dall’Europa.
Il vero rischio non è una crisi formale UE-NATO. Il vero rischio è una NATO politicamente riaffermata ma materialmente sbilanciata. Una NATO che dichiara coesione, ma dentro la quale gli Stati Uniti chiedono di ridurre il proprio carico, l’Europa promette di aumentare il proprio, e la distanza temporale tra le due dinamiche crea vulnerabilità. La storia non punisce le dichiarazioni sbagliate. Punisce i calendari sbagliati.
Sul piano economico, il quadro è ancora più complesso. UE e Stati Uniti restano profondamente integrati. Nel 2025 il commercio bilaterale di beni tra UE e USA ha raggiunto circa 910.6 miliardi di euro. Nel 2024 il commercio bilaterale di servizi era pari a circa 865.2 miliardi. Gli stock reciproci di investimento valevano circa 4.8 trilioni di euro. Questi numeri escludono ogni lettura ingenua di separazione. Europa e America non si stanno separando economicamente. Stanno politicizzando la loro interdipendenza.
Il framework UE-USA del 2025 su commercio e investimenti mostra che tariffe, energia, standard, procurement militare, critical minerals, regolazione digitale e industria entrano nello stesso tavolo. L’economia transatlantica diventa sicurezza economica. Non è più la globalizzazione degli anni Novanta, fondata sull’idea che il commercio attenui naturalmente la politica. È una geoeconomia selettiva, nella quale il commercio continua, ma sotto condizione strategica. In questo nuovo ambiente, l’Europa non può difendere il proprio spazio economico senza difendere le proprie filiere. E non può difendere le proprie filiere senza una politica estera e militare più credibile.
Qui ritorna il tema già evidente in altre trasformazioni del potere contemporaneo: la sovranità non è più soltanto controllo del territorio. È controllo delle dipendenze. Energia, moneta, dati, standard, rotte, infrastrutture, materie prime, intelligenza artificiale, sistemi cognitivi, industria della difesa. Il potere moderno non conquista soltanto confini. Organizza necessità. L’Europa è stata a lungo una grande produttrice di norme e una debole produttrice di forza. Ora scopre che le norme senza forza diventano raccomandazioni eleganti.
Davos, in questa prospettiva, non è il luogo della decisione. È il luogo della confessione. Nel 2024 si confessava la frattura del mondo. Nel 2025 si confessava la fine dell’innocenza europea. Nel 2026 si confessava la fine del transatlantismo automatico. Non c’è ancora un ordine nuovo. C’è una transizione in cui tutti cercano di conservare i vantaggi del vecchio ordine scaricandone i costi sugli altri.
Gli Stati Uniti vogliono un’Europa più forte, ma non autonoma al punto da diventare competitore industriale chiuso. L’Europa vuole più autonomia, ma non abbastanza rapidamente da pagare subito il prezzo politico della potenza. La NATO vuole più capacità europee, ma teme duplicazioni e fratture. Gli Stati dell’Est vogliono garanzie americane dure. La Francia vuole sovranità europea. La Germania, dopo anni di esitazione, promette più spesa ma deve trasformare cultura politica, industria e bilancio. L’Italia deve capire che Mediterraneo, Africa, energia, rotte e industria della difesa non sono capitoli separati dalla sicurezza europea, ma parte dello stesso teatro.
La conclusione è semplice e scomoda. L’Europa non deve scegliere tra UE e NATO. Deve smettere di usare questa falsa alternativa per evitare la domanda reale: quanta potenza vuole produrre, con quali soldi, con quale industria, con quale consenso, con quale catena di comando, con quale velocità.
La NATO resterà. Ma non basterà più come alibi. L’UE crescerà nella difesa. Ma non basterà chiamarla autonomia. Gli Stati Uniti resteranno in Europa. Ma non più come prima. Davos ha mostrato questo: l’Occidente non si sta dissolvendo; si sta facendo i conti in tasca. E quando una civiltà comincia a fare i conti sulla propria sicurezza, scopre sempre se era una potenza o soltanto un consumatore protetto della potenza altrui.
Il vecchio transatlantismo era una certezza. Il nuovo sarà un contratto. E nei contratti, a differenza che nei miti, le clausole contano più delle intenzioni. [i]
[i] Bibliografia
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- Carnegie Endowment for International Peace (2026) The Greenland Episode Must Be a Lesson for Europe and NATO. Washington, DC: Carnegie Endowment for International Peace.
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- Consiglio dell’Unione europea (2026) EU-NATO: 11th progress report highlights sustained cooperation in light of increasing security challenges. Brussels: Council of the European Union.
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- Foreign Policy (2026) The End of Trans-Atlanticism, 15 June 2026. Washington, DC: Foreign Policy.
- NATO (2024) Washington Summit Declaration, 10 July 2024. Brussels: NATO.
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- NATO (2025) NATO Secretary General at Davos: we have to change the trajectory of the war. Brussels: NATO.
- NATO (2026) Defence expenditures and NATO’s 5% commitment. Brussels: NATO.
- NATO (2026) Press conference following the meetings of NATO Ministers of Defence, 18 June 2026. Brussels: NATO.
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- The White House (2026) In Davos, President Trump Outlines Bold Vision for American Prosperity, Transatlantic Strength. Washington, DC: The White House.
- S. Bureau of Economic Analysis (2026) New Foreign Direct Investment in the United States, 2025. Washington, DC: BEA.
- S. Department of Defense (2026) National Defense Strategy 2026. Washington, DC: U.S. Department of Defense.
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- World Economic Forum (2024) World Economic Forum Annual Meeting 2024. Geneva: WEF.
- World Economic Forum (2025) Special Address by Ursula von der Leyen, 21 January 2025. Geneva: WEF.
- World Economic Forum (2025) Special Address by Volodymyr Zelenskyy, 21 January 2025. Geneva: WEF.
- World Economic Forum (2026) Special Address by Ursula von der Leyen, January 2026. Geneva: WEF.
- World Economic Forum (2026) Special Address by Friedrich Merz, 23 January 2026. Geneva: WEF.
- World Economic Forum (2026) World Economic Forum Annual Meeting 2026. Geneva: WEF.
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