La democratizzazione degli attacchi di precisione rende necessario un adeguamento della proiezione strategica occidentale
Gli Stati Uniti e lo Stato di Israele non hanno raggiunto i loro obiettivi strategici nella guerra all’Iran. Il regime è ancora in piedi. La spettacolare decapitazione dei vertici della Repubblica Islamica non ne ha innescato il crollo. Le capacità missilistiche iraniane si sono dimostrate troppo resilienti per essere annientate. I danni al programma nucleare sono seri. Ma i 450 kg di uranio arricchito al 60% restano in territorio iraniano. Inoltre, Teheran mantiene il know-how per ricostituire il programma qualora lo ritenesse necessario.
A fronte di indubbi danni alle proprie infrastrutture e industrie militari, la Repubblica Islamica è uscita dalle ostilità rinvigorita. Indebolita sul piano materiale, ha mostrato di saper resistere all’assalto rivale e di essere più determinata degli USA nel sostenere i costi del conflitto. Inoltre, nel caso di definitivo cessate-il-fuoco, l’Iran beneficerebbe del rilascio dei fondi congelati e della rimozione delle sanzioni. Dunque, almeno sulla carta, potrebbe a breve disporre di quelle risorse per compensare gli ingenti danni provocati dalla campagna aerea israeliana e americana.
Resta effettivamente da vedere se Teheran sarà in grado di raggiungere il proprio obiettivo: imporre un nuovo status quo regionale in cui è in grado di dissuadere nuovi attacchi, prevenendo anche le offensive di Israele contro i suoi proxy. A tal fine, la leadership iraniana punta sulla sua dimostrata capacità – prevedibile già prima della guerra visti gli effetti della proliferazione missilistica, ma incredibilmente sottovalutata dall’amministrazione Trump – di bloccare lo Stretto di Hormuz, quindi il 20% del commercio globale di petrolio. Ciononostante, la Repubblica Islamica non sarebbe in grado difendersi da nuove offensive aeree, né di dissuadere Israele tramite i suoi attacchi missilistici.
In sostanza, anche in caso di definitivo accordo tra USA e Iran, le questioni strategiche regionali resterebbero irrisolte. Inoltre, l’ambiguità degli equilibri post-bellici, assieme alla diversa interpretazione che ne danno gli attori coinvolti, renderebbe probabile una nuova escalation in tempi non lunghi.
Eppure resta un dato di fatto che, ad oggi, l’Iran è più assertivo sia sul piano diplomatico, sia su quello militare, rispetto alla fase precedente al conflitto. Con un arsenale basato essenzialmente su droni poco costosi e missili è riuscito a resistere a operazioni condotte con piattaforme exquisite e sistemi d’arma estremamente sofisticati. Un drone kamikaze Shahed dal costo che oscilla tra i 20 mila e i 50 mila dollari doveva essere intercettato da un missile PAC-3 che costa tra i 4 e i 7 milioni dollari, la cui produzione è tra l’altro più complessa e necessita di tempi più lunghi.
Ma, anche se USA, Israele e paesi del Golfo risultavano essere nella parte sbagliata della curva dei costi, il conflitto non suggerisce l’inefficacia dei sistemi d’arma occidentali. Al contrario, le operazioni Epic Fury e Roaring Lion hanno raggiunto risultati impressionanti sul piano operativo. La caratteristica distintiva dell’offensiva israelo-americana è che i successi operativi non sono stati traslati sul piano strategico.
Sebbene l’epilogo si sia rivelato un insuccesso, la guerra mediorientale ha confermato l’assunto della dottrina occidentale sulla necessità di raggiungere rapidamente la superiorità aerea. Tuttavia ha confermato che ciò sarà possibile solo sostenendo costi maggiori che in passato, in un ambiente operativo congestionato dove le forze aeree occidentali dovranno affrontare un numero più alto di minacce sia cinetiche che cibernetiche e cognitive. Nello specifico, la guerra all’Iran ha confermato tre ambiti dove l’esercizio della potenza militare da parte occidentale deve essere adeguato: contromisure agli attacchi con i droni, il dispiegamento di forze marittime e, soprattutto per gli USA, l’attuale modello di proiezione di potenza basato sulle basi.
In effetti, l’impiego del potere aereo da parte di Washington e Tel Aviv è stato impressionante sia per intensità che per precisione. Nel primo giorno del conflitto, lo scorso 28 febbraio, l’Aeronautica israeliana ha sferrato un attacco con 200 caccia – F-35I Adir, F-16I Sufa e F-15I Ra’am – colpendo 500 obiettivi simultaneamente sia con attacchi stand-off che stand-in. Tra di essi vi erano i vertici della Repubblica Islamica, come la Guida Suprema Ali Khamenei e il comandante della guardie della Rivoluzione Hossein Salami.
Oltre a figure apicali del regime, e a target riconducibili alle milizie basij, responsabili della repressione interna, lo Stato ebraico ha preso di mira gli apparati industriale e militare iraniani. I danni sono strutturali: il 75% dell’industria petrolchimica iraniana è stata distrutta. Una simile devastazione diffusa delle infrastrutture potrebbe comportare effetti economici gravi sulla Repubblica Islamica nonostante gli investimenti promessi nell’intesa di cessate il fuoco. Un recente articolo uscito sulla rivista di geopolitica francese Le Grand Continent, in effetti, indicava nelle difficoltà economiche iraniane, aggravate dall’offensiva americana e israeliana, uno dei principali ostacoli alla ricostruzione della legittimità del regime che la nuova classe dirigente di Teheran cercherà di realizzare.
A differenza di Israele, lo USCENTCOM invece ha concentrato i propri sforzi su target più propriamente militari. Sintomo della latente divergenza nel modo di vedere la guerra tra Tel Aviv e Washington, assieme all’indecisione sugli obiettivi strategici da raggiungere nel caso della seconda.
In ogni caso, i successi tattici e operativi di Epic Fury e Roaring Lion sono stati possibili proprio implementando i dettami della dottrina occidentale, fondata sulla capacità di acquisire la superiorità nei cieli. I fallimenti sul piano strategico derivano dall’aver scelto obiettivi politici elusivi, non raggiungibili attraverso lo strumento militare e la cui ambizione superava la determinazione americana di perseguirli.
Ad esempio, la capacità di fuoco iraniana è stata nettamente ridotta, con un calo del 90% degli attacchi missilistici e del 50% di quelli con droni. Ma non azzerata: la resilienza militare di Teheran, raggiunta attraverso un’efficace ridondanza delle capacità di comando e controllo secondo i principi della difesa a mosaico, si è rivelata impossibile da piegare solo attraverso strike aerei. Allo stesso modo, l’assunto per cui la decapitazione della Repubblica Islamica potesse innescare il regime change, senza mettere in conto un impegno militare prolungato, si è rivelato infondato. Conseguentemente, Teheran ha mantenuto le capacità sufficienti per attaccare i paesi del Golfo e per minacciare il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, la vera leva usata contro Trump.
In altre parole, la chiave della resilienza dell’Iran non sono stati i droni. Ma il modo in cui ha sfruttato la sua posizione geografica e la tenacia del proprio regime. Elementi geopolitici, non militari. A parità di posture strategiche, se Teheran avesse avuto a disposizioni mezzi bellici comparabili ai suoi due nemici, per questi ultimi l’esito della guerra sarebbe stato molto più negativo. Al contrario, nonostante presupposti strategici sbagliati, USA e Israele hanno imposto danni estremamente rilevanti, benché al momento non decisivi, all’avversario proprio in forza della loro preponderanza militare.
Questo non significa che l’Iran non abbia inflitto danni rilevanti sul piano bellico. Prendendo in considerazione solo i target militari, la campagna asimmetrica di Teheran si è concentrata sulle infrastrutture di supporto del potere aereo americano: basi, sistemi radar, piattaforme che rendono possibili le comunicazioni satellitari e velivoli aerocisterna. I danni sono stati significativi non solo per le basi americane nella regione. Sono stati distrutti sei KC-135 Stratotanker, più altri due danneggiati. Ancora più rilevante è stata la distruzione di un E-3 SENTRY AWACS (Airborne Warning and Control System) dispiegato presso la base Prince Sultan in Arabia Saudita. Non si tratta di un semplice velivolo: è un’avanzata piattaforma di comando e controllo che supervisiona l’intero spettro delle operazioni aeree. Inoltre, la flotta americana di E-3 SENTRY è limitata: ammonta a 16 aerei di cui meno di 9 operativi. Essa si è infatti costantemente ridotta nei decenni passati, mentre la produzione del sostituto, lo E-7 Wedgetail, è ostacolata da ritardi.
Ugualmente rilevanti sul piano operativo sono stati gli attacchi contro i radar. Ad esempio, la distruzione in una base giordana del radar AN/TPY-2 del sistema di difesa THAAD. Le contraeree moderne sono infatti costituite da una rete integrata di sensori, sistemi di comando e controllo e intercettori: i radar sono un nodo critico, il cui danneggiamento rende più complicato rilevare vettori nemici. Inoltre, l’evento ha confermato la vulnerabilità dei sistemi di difesa agli attacchi con droni, come dimostrato pure dalla operazione “Spider Web” degli ucraini in Russia e dalle azioni del Mossad in Iran. Essi sono infatti stati progettati per minacce diverse e, sebbene siano efficaci nel rilevare vettori che viaggiano a velocità elevate, non sono adatti a contrastare i droni.
Tra l’altro, a proposito di sistemi unmanned, la guerra mediorientale ha segnalato i loro crescente impiego da parte americana. Durante l’attacco iniziale, gli USA hanno usato per la prima volta i droni LUCAS (Low-Cost Uncrewed Combat Attack System), prodotti tramite un’operazione di reverse engineering degli shahed iraniani. Parallelamente, Israele si è distinto con il dispiegamento di droni stealth segreti, definiti RA-01 in un documento classificato della U.S. Geospatial Intelligence.
In conclusione, la guerra in Iran ha confermato la crescente utilità dei droni. Ma per massimizzare l’efficacia dell’uso della forza essi devono essere integrati con piattaforme legacy. L’Iran non è stato salvato dai suoi droni e dai suoi missili. Pur infliggendo danni, con simili mezzi Teheran non è stata in grado di porre fine agli attacchi nemici. Sul piano strettamente bellico, la campagna militare americana e israeliana ha confermato la superiorità del potere aereo occidentale. Ma con limiti. La democratizzazione degli attacchi di precisione e la proliferazione dei droni rendono necessario un adeguamento della proiezione strategica occidentale, soprattutto se si considera che contro un nemico di pari livello tali sfide sarebbero di un ordine di magnitudine superiore.
In breve, le sfide principali per le forze armate occidentali riguardano la proiezione strategica basata su basi in schieramento avanzato e piattaforme navali tradizionali, oltre all’esigenza di introdurre misure anti-drone. Su quest’ultimo punto l’avvertimento più importante c’era già stato due anni fa: il 28 gennaio 2024, una delle date più sottovalutate degli ultimi tempi. Quel giorno, un drone lanciato da una milizia filo-iraniana provocò la morte di tre soldati americani in una base in Giordania. Era la prima volta in settant’anni che l’esercito statunitense aveva subito perdite da un attacco aereo nemico. Tradotto: la superiorità nei cieli non mette più completamente al sicuro le forze terrestri, che restano esposte agli attacchi di droni che avvengono nel litorale aereo.
IL SESTO DOMINIO
La guerra all’Iran ha confermato l’assoluta necessità di introdurre contro-misure ai droni economiche ed efficaci. Qualcosa si stava già muovendo prima del conflitto in Medio Oriente. E un’accelerazione appare probabile. Un caso è di particolare interesse: la start up americana Epirus, fondata da un ex ufficiale di Marina, Andy Lowery. Due sono le ragioni principali. In primo luogo, ha progettato la piattaforma difensiva a microonde ad alta potenza (High-Power Microwave, HPM) Leonidas per contrastare gli attacchi di veicoli a pilotaggio remoto. Inoltre, ed è l’elemento più interessante, ha concettualizzato con maggiore originalità la minaccia degli attacchi di sciami di droni in quella che Lowery e i suoi definiscono la dottrina del sesto dominio.
Secondo tale lettura, gli attacchi di droni poco costosi interconnessi a rete vanno pensati come un nuovo dominio della guerra. Esso riprende la logica degli attacchi cibernetici DDoS (Distributed Denial of Service), in cui i malware inondano di richieste di accesso un server che alla lunga finisce per bloccarsi, non essendo in grado di gestire una simile mole di accessi. In breve: il server viene saturato. Nella visione di Epirus, gli attacchi di sciami di droni seguono lo stesso schema basato sulla saturazione delle difese nemiche. Tuttavia, a differenza del dominio cyber, in questo caso gli effetti sono cinetici. La soluzione che Lowery vuole realizzare sono sistemi di difesa “one-to-many” stratificati, basati sull’uso di armi microonde e abilitati da modelli di human–machine teaming. Per rispondere così a una delle minacce asimmetriche più gravi che l’Occidente sta affrontando.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Federico Massa
Source link


