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Alcuni mesi fa abbiamo raccontato la storia di come l’uomo abbia trasformato la propria esistenza di cacciatore per dedicarsi alla coltivazione che gli ha poi permesso di diventare anche guerriero, artigiano e commerciante. Oggi qui troverai la seconda parte: come ha affrontato l’uomo le sfide poste dalla coltivazione del suolo e (soprattutto) dall’irrigazione?
Ruotare per mangiare
All’inizio della storia della coltivazione, i primi contadini notarono subito un problema: piantando lo stesso cereale (come il grano) nello stesso pezzo di terra anno dopo anno, il raccolto diventava sempre più misero. La terra perdeva le sue sostanze nutritive, si “svuotava”.
Per rimediare, presso varie popolazione si diffuse la rotazione biennale. Il concetto era semplicissimo: si divideva il campo in due metà: la prima veniva coltivata (di solito un cereale), la seconda veniva lasciata a riposo, a maggese. In realtà questo tipo di riposo prevedeva che il terreno venisse comunque lavorato, anche in profondità, quindi non significava meno lavoro, ma piuttosto meno cibo: ogni anno la metà del terreno non produceva nulla, restando inutilizzata.
Con l’arrivo del Medioevo le cose cambiarono grazie a una vera rivoluzione: la rotazione triennale. I contadini capirono che il terreno poteva essere sfruttato meglio dividendolo in tre parti: la prima veniva seminata in autunno con cereali invernali (frumento o segale), la seconda parte veniva seminata in primavera con legumi (fagioli, lenticchie, piselli) o cereali primaverili (orzo, avena) che venivano raccolti in estate, mentre la terza parte veniva lasciata a riposo.
Oltre a permettere che solamente un terzo del campo rimanesse incolto, piantare due colture con due cicli differenti permetteva una migliore distribuzione del lavoro agricolo, e nel caso uno dei raccolti andasse male si poteva sempre contare sull’altro.
L’introduzione dei legumi fu la vera svolta. Oggi sappiamo che i legumi, grazie a particolari batteri che vivono nelle loro radici, riescono a catturare l’azoto presente nell’aria e a “fissarlo” nel terreno, agendo come un vero e proprio fertilizzante naturale.
Senza e con troppa acqua
Nell’antica Mesopotamia, dove il clima era caldo e asciutto, nacque una delle sette meraviglie del mondo antico: i giardini pensili di Babilonia, costruiti attorno al VI secolo a.C.; non erano piantati nel terreno naturale, ma su enormi terrazze di pietra sovrapposte, sostenute da pilastri robusti.
Per l’epoca, la vera sfida fu l’irrigazione: gli ingegneri babilonesi progettarono complessi sistemi di ruote idrauliche collegate una con l’altra per sollevare l’acqua dal fiume Eufrate fino alla terrazza più alta grazie alla forza degli schiavi o degli animali. Da lì, l’acqua scendeva per gravità, creando una fitta oasi verde sospesa nel cielo del deserto.
Dall’altra parte dell’oceano, secoli dopo, il popolo azteco si trovò davanti al problema opposto: una valle ricca di paludi e laghi dove mancava la terra ferma coltivabile. La soluzione fu la creazione delle chinampas, conosciute anche come giardini galleggianti. Gli Aztechi intrecciavano canne e rami per formare grandi zattere rettangolari ancorate al fondo del lago, molto basso, con alberi di salice piantati lungo i bordi.
Sopra queste zattere stratificavano fango ricchissimo di sostanze organiche prelevato dal fondo del lago, vegetazione in decomposizione per creare delle vere e proprie isole “orto”. Il risultato? Un terreno costantemente umido e fertilissimo senza nessun utilizzo di complicati sistemi idraulici o di forza lavoro umana o animale.
Coltivare senza terra
Nell’agricoltura idroponica le piante non affondano le radici nel terreno, ma in un substrato inerte (come argilla espansa o fibra di cocco) che serve solo da supporto fisico. Le radici sono costantemente immerse o bagnate da una soluzione d’acqua arricchita con tutti i sali minerali e i nutrimenti di cui la pianta ha bisogno, dosati al milligrammo da computer.
L’acqua viene riciclata in un circuito chiuso, consumandone fino al 90 per cento in meno rispetto all’agricoltura tradizionale. Inoltre, non essendoci terra, spariscono i parassiti del suolo, azzerando quasi l’uso di pesticidi.
Ovviamente le strutture necessarie per iniziare hanno un costo molto alto e anche la fitta rete di diffusione dei nutrienti deve essere monitorata, rendendo questo metodo poco adatto a chi vuole coltivare da solo i propri vegetali e soprattutto poco accessibile a chi vive in paesi meno avanzati dal punto di vista tecnologico.
L’aeroponica è invece l’evoluzione estrema dell’idroponica: qui le piante crescono sospese in aria. Le radici sono completamente libere, fluttuanti nel vuoto all’interno di camere sigillate dove, a intervalli regolari, speciali ugelli spruzzano sulle radici una nebbia finissima carica di acqua e nutrienti.
Avendo le radici esposte all’aria, queste crescono molto di più e diventano quindi più ricettive, oltre ad assorbire una quantità enorme di ossigeno. Questo accelera incredibilmente la loro crescita (fino al 30 per cento più velocemente rispetto alla terra) e riduce ulteriormente il consumo idrico poiché anche la più minuscola radice riesce a impregnarsi di nutrienti.
In Italia, questa tecnologia non è solo per le coltivazioni intensive, ma è già una realtà presente in alcune esperienze specifiche: il concetto di “chilometro zero” viene superato dal “metro zero”. L’insalata nel piatto è stata raccolta pochi istanti prima a pochi passi di distanza.
Non ci sono camion che viaggiano, non ci sono imballaggi di plastica da buttare, non ci sono pesticidi, tutto arriva da pochi metri più in là: la vera sfida per il futuro potrebbe essere non solo quella di coltivare senza suolo, ma di rendere queste metodologie talmente accessibili da ridurre sia lo sfruttamento del lavoro nei campi, sia lo spostamento continuo di cibo e permettere a tutti di avere in casa la propria coltivazione di vegetali, occupando pochissimo spazio.
La rubrica Assaggini è destinata ai ragazzi dagli otto anni in su e alle loro curiosità sul mondo alimentare
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Giorgia Grisendi
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