L’IMEC approfondisce la dipendenza sistemica dell’UE dal Golfo, a discapito di una necessaria diversificazione.
Nel settembre 2023, in occasione del Vertice G20 di Nuova Delhi, l’Unione Europea, la Francia, la Germania, l’Italia, l’India, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e gli Stati Uniti sottoscrivono il Memorandum d’Intesa che dà avvio formale all’India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC). Concepito nel quadro degli sforzi per rafforzare la Open Strategic Autonomy europea— messa a rischio dalle dipendenze strategiche emerse con l’invasione russa dell’Ucraina del 2022 — il corridoio multimodale mira a connettere il subcontinente indiano, il Golfo Persico e il Mediterraneo attraverso infrastrutture ferroviarie e portuali, reti di trasporto di energia verde e infrastrutture digitali. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti rivestono, in ragione della loro posizione geografica nel Golfo Persico, un ruolo centrale nell’implementazione del progetto. Sullo sfondo, la Belt and Road Initiative (BRI) cinese costituisce il termine di confronto geopolitico che conferisce all’IMEC la sua apparente valenza strategica.
Natura, Caratteristiche e Criticità dell’IMEC
La natura multimodale dell’IMEC potrebbe fare intendere che la dipendenza europea dal Golfo non rischi di concentrarsi su un singolo settore, ma si distribuisca simultaneamente su tre domini. Nelle parole della Commissione Europea, di fatti, il corridoio è concepito per collegare ferrovie e porti al fine di rendere il trasporto delle merci più veloce ed efficace, sostenere la produzione e il trasporto di energia sostenibile e migliorare le infrastrutture digitali. Tuttavia, al di là della grandiosità di una simile architettura multi-dominio, c’è la generazione di una dipendenza infrastrutturale sistemica: una forma di vulnerabilità in cui l’interruzione di un unico nodo fisico — ad esempio, il Golfo Persico — produce effetti a cascata su tutti e tre i flussi contemporaneamente, vale a dire ciò che l’IMEC avrebbe dovuto scongiurare, e che invece rischia di istituzionalizzare.
Il nodo critico, come le evidenze odierne mostrano, è lo Stretto di Hormuz. A differenza di itinerari alternativi che transitano per Bab el-Mandeb/Suez o il Trans-Caspian International Transport Route (TITR), il segmento marittimo orientale dell’IMEC — che collega il subcontinente indiano agli Emirati Arabi Uniti — attraversa necessariamente il Golfo Persico, rendendo Hormuz l’unico chokepoint strutturalmente rilevante per l’intera architettura del corridoio.
La fragilità di tale concentrazione geografica non è affatto teorica. Lo certifica il Global Trade Update dell’aprile 2026dell’UNCTAD (United Nations Conference on Trade and Development), do ve si segnala come le interruzioni al traffico nello Stretto di Hormuz – collegate al recente conflitto in Medio Oriente – siano destinate ad aggravare le pressioni inflazionistiche su un’economia globale già sotto stress. Il Crisis Group documenta con maggiore precisione la chiusura de facto dello Stretto, salvo nei casi in cui Teheran ne ha consentito il transito, e certifica che l’impatto è stato immediato e sistemico: tutti i Paesi del GCC hanno unanimemente richiesto la riapertura incondizionata dello Stretto come precondizione per qualsiasi accordo futuro. Ad oggi, con le supply chain bloccate – o gravemente rallentate – e il blocco navale statunitense ancora in corso emerge con chiarezza la natura strutturale, e non episodica, della minaccia al corridoio.
Rapporti di dipendenza fra UE e Paesi del Golfo
Per giunta, la dipendenza sistemica che l’IMEC tenderebbe a istituzionalizzare si innesta su un entanglement già strutturato tra l’Unione Europea e i principali partner del corridoio. I dati SIPRI relativi ai trasferimenti di armamenti nel periodo 2014-2025 mostrano che la Francia ha destinato il 6% del proprio export totale di sistemi d’arma (1.895 milioni di TIV) verso Riyadh e il 4,4% (1.391 milioni di TIV) verso gli Emirati; la Germania il 2,2% (429 milioni di TIV) e l’Italia il 2% (240 milioni di TIV) verso l’Arabia Saudita. A questi si aggiunge il dato del Regno Unito, che nello stesso arco temporale ha destinato a Riyadh il 23% del proprio export totale (2,925 milioni di TIV). Nel complesso, questi flussi rivelano come i principali Stati europei firmatari dell’IMEC intrattengano con i partner del Golfo relazioni difensivo-commerciali già profondamente asimmetriche – relazioni nelle quali l’UE non dispone di leva politica sufficiente a condizionare le eventuali scelte strategiche dei propri interlocutori.
Dunque, l’ambivalenza di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti si articola su più piani. Sul piano economico, ad esempio, Riyadh ha chiarito — in sede di dialogo EU-KSA sulle materie prime critiche — di voler costruire catene del valore integrate dall’estrazione alla produzione di beni finiti, configurandosi come attore industriale autonomo piuttosto che come fornitore subalterno. L’Observer Research Foundation sintetizza efficacemente questo quadro, osservando che l’efficacia della cooperazione EU-Golfo è contingente all’interesse e all’impegno reciproco delle parti all’interno di una dinamica simmetrica — una simmetria che i dati strutturali, però, smentiscono.
La valutazione delle possibili evoluzioni del quadro regionale conferma la tenuta della tesi in entrambi gli scenari estremi.
Best Case Scenario
Nello scenario più favorevole, una de-escalation coordinata del conflitto in Medio Oriente e una pianificazione condivisa per la stabilizzazione post-bellica imprimerebbe nuovo slancio alla cooperazione EU-Golfo, aprendo spazi per un’architettura di sicurezza regionale rinnovata. In questo quadro, l’IMEC raggiungerebbe progressivamente la piena operatività: i flussi commerciali si intensificherebbero lungo il segmento ferroviario e portuale, le partnership sull’idrogeno verde e sulle materie prime critiche concordate si tradurrebbero in forniture concrete, e i negoziati per gli Strategic Partnership Agreements avviati con Qatar ed Emirati Arabi Uniti nel dicembre 2025 si concluderebbero con accordi vincolanti. Sul piano istituzionale, il prossimo Vertice EU-GCC previsto nel 2026 in Arabia Saudita consoliderebbe ulteriormente la relazione bilaterale, portando a compimento la realizzazione di un partenariato strutturato.
Ciò nonostante, gli effetti di questo scenario non sono rassicuranti né risolutivi per la tesi della diversificazione strategica. Anche nella sua versione più favorevole, l’IMEC non andrebbe a modificare la geometria della dipendenza: moltiplicherebbe sicuramente i flussi senza però aumentare i percorsi alternativi. L’energia verde, le merci e i dati transiterebbero per il corridoio convergendo comunque sullo Stretto di Hormuz come unico chokepoint strutturale; Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti assumerebbero il ruolo di attori centrali, ma la loro equidistanza strategica tra Washington, Bruxelles e Pechino — documentata dall’adesione alla piattaforma BRICS allargata— ci porta ad escludere che tale centralità si tradurrebbe in piena affidabilità politica per l’Unione Europea e che le asimmetrie riportate pocanzi dal SIPRI troverebbero una correzione, stando alla situazione odierna.
Pertanto, l’UE avrà guadagnato accesso a flussi diversificati, ma non autonomia strategica: la dipendenza infrastrutturale sistemica sarà approfondita e più istituzionalizzata. Su questo tema, è il Rapporto Draghi a fornire la misura esatta del paradosso. In esso si evidenzia un dato critico: già oggi metà delle importazioni europee difficilmente sostituibili proviene da Paesi con cui l’UE non è strategicamente allineata. La risposta necessaria proposta è lo sviluppo di una genuina foreign economic policy orientata a ridurre tali esposizioni — non a istituzionalizzarle attraverso nuove infrastrutture di dipendenza.
Worst Case Scenario
Nel caso del peggiore degli scenari, la sequenza di eventi già verificatasi tra febbraio e aprile 2026 ci ha fornito una prova empirica diretta della vulnerabilità sistemica che il Corridoio avrebbe una volta istituzionalizzato e fosse pienamente funzionante. Il Crisis Group documenta come, a seguito dell’escalation militare tra Israele, Stati Uniti, e Iran, il traffico commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz sia stato di fatto interrotto, mentre attacchi coordinati di Teheran hanno colpito simultaneamente le infrastrutture energetiche degli Emirati — il sito di Habshan, la raffineria di Fujairah — e dell’Arabia Saudita — la raffineria di Ras Tanura, il più grande complesso di raffinazione costiera di Aramco — costringendo a una temporanea interruzione delle operazioni commerciali. Contestualmente, la rivalità tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti — già in fase di deterioramento nei teatri yemenita, sudanese e del Corno d’Africa — si è ulteriormente acuita in seguito allo scoppio dell’ennesimo conflitto nella regione, con i due Paesi che hanno adottato posture strategiche divergenti nei confronti dell’Iran e il blocco USA-Israele.
Ciò che questi eventi prefigurano, tuttavia, va oltre la contingenza. Se il conflitto con l’Iran dovesse prolungarsi — come i segnali attuali suggeriscono — le due condizioni di rischio si sommano e si amplificano reciprocamente. Da un lato, la capacità di Teheran di condizionare il transito attraverso lo Stretto di Hormuz cesserebbe di essere un rischio episodico e diventerebbe una variabile strutturale permanente del calcolo strategico europeo. Dall’altro, l’UE potrebbe trovarsi vincolata ad un sistema di governance multilaterale non affidabile – perché i suoi gestori principali sono in conflitto latente, finendo in una vera e propria trappola strategica.
Conclusioni
Concludendo, possiamo dire che nel caso migliore previsto l’IMEC produrrebbe un esito non ottimale ma neanche catastrofico: la dipendenza infrastrutturale sistemica si approfondisce, ma il corridoio funziona — a condizione che l’UE si riappropri di una capacità negoziale che al momento fatica ad esercitare, riuscendo a rimodulare le sue relazioni bilaterali nel segno di un maggior equilibrio. Nel peggiore dei casi, invece, l’istituzionalizzazione della dipendenza europea attraverso l’IMEC non aumenta la vulnerabilità ma favorisce un isolamento strategico dell’Unione, nella misura in cui costi politici, economici e infrastrutturali di lock-in – oltre ai rischi già analizzati – rendono l’eventuale ritiro dal progetto insostenibile, lasciando Bruxelles vincolata a un sistema che non controlla e fatica a influenzare.
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Michele Fraternale
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