Mercoledì 17 giugno, nella sua casa di Bologna, è morto Carlo Ginzburg, uno degli storici italiani più famoso al mondo.
Di madre e di padre in figlio
Lo storico Carlo Ginzburg nasce a Torino il 15 aprile 1939, primogenito di Leone Ginzburg e di Natalia Levi, che qualche anno dopo, in piena guerra, nel 1942, sotto lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte pubblica «La strada che va in città».
Natalia nasce a Palermo il 14 luglio 1916 in via della Libertà. La data di nascita e l’indirizzo racchiudono la direzione e il senso della sua vita intera. Ultima figlia di Giuseppe Levi, professore di Anatomia umana – è stato l’insegnante di tre premi Nobel: Rita Levi Montalcini (Premio Nobel per la Medicina 1986), Renato Dulbecco (Premio Nobel per la Medicina 1975) e Salvatore Luria (Premio Nobel per la Medicina 1969) – è di Lidia Tanzi, figlia dell’avvocato milanese Carlo Tanzi, sorella di di Drusilla, la «mosca» di Eugenio Montale, chiamata a causa della forte miopia, alla quale Eugenio Montale dedica la celeberrima Ho sceso dandoti il braccio. Natalia è l’ultima di cinque figli: Paola (prima moglie di Adriano Olivetti), Alberto, Mario, Gino e Natalia.
I fratelli della Ginzburg vanno a scuola, ma Natalia, per motivi di salute, no. Fino agli undici anni, l’età del ginnasio inferiore, la piccola Natalia viene istruita a casa ove appena impara a leggere i libri, i più cari compagni delle sue giornate. Tra gli amici che frequentavano casa Levi ci sono Adriano Olivetti, Filippo Turati in fuga dall’Italia verso la Francia. A casa Natalia non vive una facile adolescenza. Il padre, la madre, i fratelli sono tutti strenui oppositori del regime fascista che più d’una volta finiscono in carcere per le loro idee. La polizia spesso mette a soqquadro la loro abitazione. Natalia vive gli anni del liceo con malinconia. Si sente “isolata” e “diversa” dal resto della classe per più di un motivo: la non appartenenza a una comunità religiosa (il padre ebreo e la madre cattolica non erano praticanti) e l’antifascismo della famiglia.
In terza liceo viene bocciata in Latino, Greco e Matematica e per consolarsi scrive il suo primo racconto per adulti, Un’assenza. Uno dei suoi fratelli, Mario, lo fa leggere ad un amico, Leone Ginzburg.
Leone Ginzburg, il papà del professore Ginzburg, è l’ultimo di tre figli, nato dalla relazione della mamma, Vera Griliches, con l’italiano Renzo Segrè, conosciuto in villeggiatura a Viareggio, ma Leone considererà sempre Fëdor Nikolaevič Ginzburg, un rappresentante commerciale di ditte estere, come il proprio padre.
Leone invia Un’assenza alla rivista “Solaria”. Leone frequenta il Liceo classico “M. D’Azeglio” assieme a Vittorio Foa, a Norberto Bobbio e ai fratelli (Alberto, Mario, Gino) di Natalia. Nel 1931 si laurea in Lettere con una tesi su Maupassant. Alla fine del 1932 ottiene la libera docenza di Letteratura russa presso l’ateneo torinese. A soli 24 anni, l’8 gennaio 1934 – le “leggi razziali” del 1938 sono ancora lontane – rifiuta di sottomettersi al giuramento di fedeltà al regime fascista perdendo la libera docenza. È arrestato e rinchiuso nel penitenziario di Civitavecchia. Ritorna a Torino nel 1936 e va a lavorare alla casa editrice Einaudi. Nel 1938 sposa Natalia. Nel 1938 in seguito alle leggi razziali a Natalia e a Leone viene ritirato il passaporto, tuttavia non vollero lasciare l’Italia. Nel 1939 nasce il loro primogenito Carlo, morto, appunto, qualche giorno fa. Dopo l’entrata in guerra dell’Italia (10 giugno 1940) Leone viene mandato in esilio in Abruzzo, a Pizzoli, ove Natalia lo segue insieme ai figlioletti. Le difficoltà economiche per la famiglia, anche se Leone lavorava ancora per l’Einaudi, erano notevoli, se la cavano solo grazie all’aiuto di Adriano Olivetti. Dopo la caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, Leone riprende l’attività politica collaborando a Roma con “Giustizia e Libertà”. Viene arrestato e condotto al carcere di Regina Coeli dove muore torturato il 5 febbraio 1944:
«Come ti voglio bene, cara. Se ti perdessi, morirei volentieri. Ma non voglio perderti, e non voglio che tu ti perda nemmeno se, per qualche caso, mi perderò io. (…) Ti amo con tutte le fibre dell’essere mio (…) Ti bacio ancora e ancora e ancora. Sii coraggiosa».
Leone Ginzburg scrive le ultime parole alla moglie Natalia dal carcere di Regina Coeli, dove morì per mano delle SS, a trentacinque anni. Leone è “morto di cuore e di botte” dice Natalia Ginzburg all’amica Oriana Fallaci.
Lo storico Carlo Ginzburg
Studia all’Università degli Studi di Pisa dove si laurea in Storia Moderna con il suo «maestro» il professore Delio Cantimori. Nel 1957 si iscrive alla Scuola Normale ove completa il suo perfezionamento nel 1962. All’inizio è professore in alcuni licei a Bologna e a Lecce per poi passare ad insegnare, con passione e acume, in alcune delle più prestigiose università del mondo: Harvard, Yale, Princeton e alla Normale di Pisa.
Il professore Carlo Ginzburg con il celebre saggio storico Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del’ 500, pubblicato da Einaudi nel 1976, rivela il suo personale, famigliare, metodo, approccio storico e storiografico chiamato «microstoria». Un metodo che pone i “piccoli”, non per forza gli “ultimi” ma la storia «vera» vera dei singoli al centro della narrazione del mondo. Un approccio storiografico che lo lega alla “rivoluzione storiografica” della scuola francese delle Annales, allo storico Marc Bloch, assassinato dai nazisti il 16 giugno 1944 e che dallo scorso 23 giugno riposa assieme alla moglie nel Panthéon di Parigi.
Il primo grande saggio di Carlo Ginzburg è I benandanti del 1966. In questo volume ricostruisce la storia degli sciamani contadini che nel Friuli del Seicento e Settecento mescolano incantesimi pagani e giaculatorie cristiane.
Nel 1981 pubblica Indagini su Piero. Il Battesimo. Il ciclo di Arezzo. La flagellazione di Urbino con l’aggiunta di quattro appendici. Piero è Piero della Francesca e i suoi dipinti sono un «sistema di pensiero» espresso per immagini. Un libro che cerca di decifrare i committenti e l’iconografia di alcune delle opere più famose di Piero. Una lettura acuta, profonda combinata e intrecciata da indizi apparentemente minimi, ad esempio due mani che si stringono, un cappello a punta, ecc., con le loro implicazioni politico-religiose ignorate anche da tanti critici e storici dell’arte.
Nel 2025 pubblica per Adelphi il volume Il vincolo della vergogna. Letture obblique. Nella Prefazione scrive che «nella fitta schiera dei miei maestri ideali (accanto a quelli in carne e ossa) ci sono due grandi filologi: Leo Spitzer e Erich Auerbach». Nella parte quarta del saggio c’è un saggio, il numero quarto dal titolo “Leggere tra le righe, scrivere tra le righe” ove il professore Carlo Ginzburg incastona la sua ricerca storica (Begriffsgeschichte): «Sono nato in una famiglia di ebrei secolarizza (non assimilati) da entrambi i lati, paterno e materno – anche se, dato che la madre di mia madre non era ebrea, neanch’io, tecnicamente, lo sono, anche se certamente lo ero per i nazisti. Nella persecuzione che ha fatto di me un bambino ebreo ho ricordi vivissimi. Ma né la religione né (cosa di cui mi rammarico) la lingua ebraica hanno fatto parte della mia educazione».
Foto/c-Claude Truong-Ngoc
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Pietro Salvatore Reina
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