Ci sono cognomi che non si limitano ad accompagnare una persona: la precedono, la interrogano, a volte la mettono alla prova. Bertoli e Casadei appartengono a questa categoria. Sono nomi che, in Emilia-Romagna, non evocano soltanto canzoni, palchi e repertori popolari; raccontano un modo di stare al mondo, una geografia emotiva, un’idea di musica come appartenenza, memoria e responsabilità. Alberto Bertoli e Mirko Casadei arrivano da storie diverse, ma da una stessa terra. Una terra che conosce la fatica e la festa, la malinconia e il sorriso, il lavoro silenzioso e l’esplosione collettiva di una piazza che canta. Da una parte l’anima più ruvida, riflessiva e cantautorale dell’Emilia; dall’altra la vitalità solare, popolare e contagiosa della Romagna. In mezzo, quel trattino che nel titolo del loro nuovo singolo, L’amore in E.R., non separa ma unisce. Il brano, disponibile in digitale dal 12 giugno e in radio dal 19 giugno 2026, nasce proprio da questa intuizione: trasformare un segno grafico in un ponte. Un ponte tra due territori, due eredità, due modi di intendere la musica e la vita. Alberto Bertoli porta con sé una scrittura attraversata dall’inquietudine, dal rock e dal bisogno di dare voce a ciò che spesso resta sospeso. Mirko Casadei porta la forza della tradizione che non si lascia imbalsamare, ma continua a camminare, a contaminarsi, a ballare dentro il presente. Incontrarli insieme significa entrare in una conversazione che va oltre la promozione di una canzone. Significa ascoltare due uomini che hanno imparato a convivere con il peso e il privilegio della memoria, senza restarne prigionieri. Due artisti che non rinnegano l’essere “figli di”, ma cercano ogni giorno un modo personale per trasformare quell’eredità in voce, gesto, direzione. In questa doppia intervista esclusiva per Virgilio Notizie, Alberto Bertoli e Mirko Casadei parlano di padri, radici, musica, nostalgia, pregiudizi, sacrifici e successo. Ma soprattutto raccontano l’amore: per una terra, per il pubblico, per il palco, per le canzoni che resistono al tempo e per quelle che devono ancora trovare la propria strada. Perché, in fondo, L’amore in E.R. non è soltanto un singolo. È una dichiarazione di appartenenza. E anche un invito a guardare l’Emilia-Romagna non come una mappa, ma come un sentimento.
Siete cresciuti portando due cognomi che hanno un peso importante non solo in Emilia-Romagna, ma in tutta Italia, perché legati a una grande storia musicale. Quando avete smesso di sentirvi ì ‘figli di’ e avete iniziato a considerarvi semplicemente Alberto Bertoli e Mirko Casadei?
Alberto Bertoli: “Ho una risposta molto personale. Forse l’unica persona che può comprenderla fino in fondo è Mirko, perché conosciamo molti colleghi che hanno avuto con i propri genitori un rapporto diverso da quello che noi abbiamo avuto la fortuna di vivere. Sono felice di essere figlio di Pierangelo Bertoli e mi sento tale. Allo stesso tempo, mi sento Alberto Bertoli. Non credo che questo comporti qualcosa di particolarmente positivo o negativo: è semplicemente la mia vita. Come ognuno ha un padre e una madre, noi abbiamo la particolarità di svolgere una professione molto particolare”.
Mirko Casadei: “Per me è sempre stato molto bello essere il figlio di Raoul. È stato tutto naturale e non mi ha mai creato particolari difficoltà. Al contrario, quando è arrivato il momento, mi è stato di grande aiuto. Naturalmente esiste sempre il confronto, ma ha poco senso perché siamo persone diverse. Non l’ho mai vissuto come un peso. Ho avuto la fortuna, come Alberto, di avere un padre straordinario non solo dal punto di vista musicale, ma anche umano. Sono orgoglioso di essere il figlio di Raoul e lo affermo sempre con grande convinzione”.
Quando avete capito che la musica era una scelta personale e non semplicemente una tradizione di famiglia?
Alberto Bertoli: “Credo che ciascuno nasca con una strada ben definita dentro di sé, nei geni e nell’animo. Si può decidere di seguirla oppure no, ma prima o poi emerge. Ho svolto molti lavori diversi. Mi sono laureato e stavo studiando Medicina quando è morto mio padre. Successivamente ho conseguito la laurea in Logopedia e, per anni, ho portato avanti contemporaneamente l’attività di logopedista, quella di cantautore e il ruolo di direttore artistico. In Emilia-Romagna, come sa bene Mirko, il lavoro non ci spaventa. Per circa quindici anni ho svolto, oggettivamente, troppe attività insieme. A un certo punto mia moglie mi disse: «Hai due figli e tre lavori, devi scegliere e trovare un equilibrio senza trascurare la famiglia». Non ci pensai molto. In quel momento compresi che la musica era ciò che mi completava. Esistono pochi momenti emozionanti quanto stare sul palco con la propria band e suonare brani che si eseguono da anni ma che continuano a regalare felicità. È una sensazione impareggiabile. La nostra professione è, sotto molti aspetti, molto impegnativa e fatta di continui spostamenti. C’è una bellissima canzone di Fabio Concato che recita: «Un po’ artisti, un po’ camionisti». Probabilmente descrive perfettamente la realtà. Abbiamo percorso migliaia di chilometri e molti altri ci attendono, soprattutto durante la stagione estiva. La fatica esiste: si dorme poco, si viaggia molto, bisogna gestire la voce e affrontare numerosi impegni. Tuttavia, le soddisfazioni che questo mestiere regala sono incomparabili”.
Mirko Casadei: “Anch’io, prima di scegliere questa professione, ho svolto attività diverse, pur avendo sempre avuto la musica accanto. Anzi, all’inizio attraversai una fase di ribellione giovanile e non volevo saperne nulla. Ho lavorato come marinaio sulla motonave di mio padre, un’attività completamente diversa. In seguito ho fatto il dj e, successivamente, ho iniziato ad avvicinarmi a questo repertorio, approfondendone la storia e comprendendone il valore. Nel nostro caso non si parla soltanto di liscio, musica da festa o da ballo. Dietro tutto questo ci sono valori importanti. Mi è sempre piaciuto il contatto con le persone. Quando ho preso il posto di Raoul, ho cercato di portare avanti anche questo aspetto che lo caratterizzava profondamente: la capacità di trasmettere storie, emozioni e valori. A un certo punto della mia vita, quando ero già adulto e dopo circa dieci anni trascorsi in altri lavori, ho deciso di intraprendere questa strada. All’inizio seguivo l’orchestra dietro le quinte. Poi mi resi conto di un aspetto che pochi conoscono: Raoul aveva smesso di esibirsi dal vivo già negli anni Ottanta, nel pieno del successo, affidando le tournée all’orchestra senza la presenza di un Casadei sul palco. Inizialmente sembrava una scelta problematica, ma in realtà il pubblico, incuriosito, aumentò addirittura. Io, però, percepivo l’assenza di un Casadei sul palco e vedevo che parte di ciò che Raoul trasmetteva ai musicisti non arrivava al pubblico con la stessa efficacia. In quel momento mi sono sentito chiamato in causa. Dopo anni trascorsi come animatore, marinaio e direttore di una sala da ballo, ho cambiato completamente vita. Mi sono lanciato sul palco. Suonavo già la chitarra e avevo sempre coltivato la passione per la musica, ma trovai il coraggio di compiere questo passo. Da allora mi diverto enormemente. Comunicare con il pubblico, stare tra la gente e cantare queste canzoni è per me fondamentale. Nonostante i viaggi, la stanchezza e le difficoltà, è un lavoro che amo profondamente. Molti non immaginano che, per realizzare un concerto di due ore, spesso sia necessario percorrere settecento o ottocento chilometri tra andata e ritorno, effettuare le prove, mangiare rapidamente e poi salire sul palco. Che si abbia voce oppure no, bisogna essere presenti e portare a termine l’esibizione. E subito dopo occorre già pensare a quella successiva. È un mestiere molto impegnativo, ma anche ricco di soddisfazioni. E il contatto con il pubblico, l’affetto delle persone, rappresenta l’aspetto più gratificante”.
Alberto Bertoli: “C’è forse un elemento che viene considerato troppo poco. Fare il musicista significa vivere realtà molto diverse tra loro. Noi godiamo di una buona notorietà e per questo siamo fortunati, ma la nostra dimensione professionale è molto vicina a quella di un lavoratore che affronta quotidianamente sacrifici e impegno. Facciamo moltissimi concerti e trascorriamo un numero enorme di ore in viaggio. Se si parla di Vasco Rossi o di Olly, naturalmente si entra in un’altra dimensione. Esistono livelli differenti. La nostra è una realtà nella quale la fatica si percepisce chiaramente. Può sembrare strano, ma fare cento concerti all’anno significa trascorrere fuori casa circa duecento giorni”.
Siete ovviamente degli artisti. Mi viene in mente una frase di Nietzsche: «Bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella danzante». Se la stella danzante è l’artista, quale caos portavate dentro che vi ha spinto a dedicarvi alla musica? E come siete riusciti, eventualmente, a placarlo o a dargli una forma?
Alberto Bertoli: “È una domanda importante. Ho collaborato, anche per questo brano, con uno dei producer più bravi d’Italia, pur non essendo necessariamente tra i più conosciuti: Valerio Carboni. Valerio ha un modo molto emiliano di sintetizzare i concetti. Un giorno lo chiamai perché avevo alcuni dubbi sul mio percorso artistico. Avrei voluto realizzare un album completo anziché pubblicare singoli e stavamo ragionando su diverse possibilità. Ne parlammo per circa un’ora. Al termine della telefonata mi inviò un messaggio che diceva: «Vede, Alberto, lei ha il male di vivere dentro». In un certo senso, questa frase riassume bene il senso della sua domanda. Se dentro non esiste almeno una forma di inquietudine, probabilmente si ha poco da raccontare. Quando si è completamente in pace con tutto e con tutti, forse non si è portati per questo mestiere. La mia idea di artista è quella di un amplificatore di emozioni e di pensieri. Attraverso la musica si riesce a esprimerli e a mostrare la realtà agli altri attraverso il proprio sguardo. Credo che il senso sia proprio questo. E sono convinto che, anche se non avessi fatto il cantautore, quell’inquietudine sarebbe rimasta comunque”.
Mirko Casadei: “L’inquietudine è l’energia che portiamo dentro. È ciò che ci permette di affrontare le serate, che fa nascere nuove idee e che ci spinge a lavorare su un’intuizione fino a trasformarla in realtà. Lo facciamo con una certa ansia, ma anche con un grande entusiasmo. Sicuramente conviviamo con una dose di follia, irrequietezza e inquietudine che poi cerchiamo di incanalare nelle canzoni. Quando un brano prende forma e viene pubblicato, restituisce una sorta di serenità e ci riavvicina al contatto con il pubblico. Credo che faccia parte del gioco. Come diceva Alberto, l’artista può trasmettere un’idea, un valore, un’emozione o una riflessione. Prima, però, deve elaborarla dentro di sé. Per questo una certa agitazione è sempre presente, ed è del tutto naturale. Anzi, probabilmente rappresenta anche uno degli aspetti più affascinanti del nostro lavoro. Per noi la musica è una medicina. La nostra cura consiste nel fare questo mestiere, nel confrontarci con gli altri e nel metterci continuamente in discussione”.
Qual è il ponte che unisce Mirko ad Alberto e Alberto a Mirko?
Alberto Bertoli: “Ce ne sono moltissimi. Il primo è rappresentato dalle nostre radici, perché i nostri padri erano amici, si stimavano e partecipavano reciprocamente ai rispettivi concerti. Poi siamo entrambi emiliano-romagnoli. Si dice spesso che gli emiliani siano più emotivi e maggiormente inclini a chinare la testa e concentrarsi sul lavoro, mentre i romagnoli vengano descritti come più festosi. In realtà siamo molto simili. Non ho mai conosciuto un romagnolo che stesse con le mani in mano. Alla fine apparteniamo alla stessa realtà, con qualche sfumatura diversa. Anche il significato della canzone nasce da questa idea. Così come l’amore può assumere forme diverse, per una terra, per la musica, per una donna o per un uomo, allo stesso modo andrebbero considerate le persone: una varietà preziosa che arricchisce tutti”.
Mirko Casadei: “Le differenze tra me e Alberto sono davvero minime. In realtà Emilia e Romagna insieme formano una straordinaria forza, perché l’Emilia-Romagna è una regione meravigliosa. Naturalmente parliamo bene della nostra terra, come farebbe chiunque con la propria. Parafrasando Pino Daniele, «ogni scarafone è figlio ‘e mamma soja». Viviamo profondamente il nostro territorio e la nostra gente. Sentiamo forte il desiderio di rappresentarli. È una terra ricca di amore. E infatti L’amore in E.R. parla dell’amore in tutte le sue forme: quello tra due persone, quello per le proprie radici, quello per il territorio. Inoltre, molte persone si sono innamorate proprio qui, magari durante una vacanza in Riviera, ballando un valzer dei Casadei o cantando una canzone di Pierangelo Bertoli davanti a un falò. Qui sono nate tante storie d’amore, molte sono cresciute e altre continuano a nascere. È una terra ricca di valori autentici. La differenza tra noi è davvero minima. Adesso farò arrabbiare Alberto citando una frase che Guccini ripeteva spesso: quando una persona percorre la Via Emilia, si ferma perché ha sete e chiede da bere. In Emilia le offrono un bicchiere d’acqua; quando invece le servono un bicchiere di vino, significa che è arrivata in Romagna. Lo dico anche per provocarlo un po’, altrimenti non litighiamo mai”.
Alberto Bertoli: “E poi non è nemmeno vero. Quando avevo diciannove anni e frequentavo già l’università, per guadagnare qualcosa svolgevo anche lavori stagionali. Andai a fare la vendemmia. All’epoca ero ancora piuttosto distante dal mondo del vino. Ricordo che, mentre lavoravo, a un certo punto chiesi ai contadini se avessero qualcosa da bere. Mi risposero di sì e mi indicarono un secchio. Era organizzato come una sorta di frigorifero artigianale: conteneva una bottiglia d’acqua ghiacciata, una a temperatura ambiente e una di Lambrusco, con un bicchiere appoggiato sopra. Il contadino prese la bottiglia d’acqua, ne versò una piccola quantità nel bicchiere e la gettò via. Poi lo riempì di Lambrusco e me lo porse”.
US: Clarissa D’Avena
Se considerassimo la musica come un’amante, in che modo vi siete sentiti traditi da lei?
Alberto Bertoli: “Credo che ogni elemento abbia un ruolo ben preciso nella nostra vita. Prima parlavamo del confronto con i nostri cognomi, ma quello non è il nostro mestiere. Il nostro compito è fare musica. Una volta realizzata, spetta agli altri ascoltarla, interpretarla e giudicarla. Non è qualcosa che possiamo controllare. Per questo non credo che la musica possa tradire. La musica è sempre al tuo fianco. Può accadere di aspettarsi qualcosa in più da lei, come succede nei rapporti umani. Ma, in fondo, non dovremmo pretendere nulla dagli altri. Forse è una visione un po’ utopica, ma la penso così. È chiaro che si investono energie, tempo e passione in una canzone, nel testo, nell’immagine, nel videoclip e in tutto ciò che la accompagna. Poi magari il brano non ottiene il risultato sperato e si resta delusi. Ma non per colpa della musica. La delusione nasce dal fatto che quel lavoro non è riuscito a raggiungere il pubblico come avrebbe potuto. Se una canzone è bella, rimane tale”.
Mirko Casadei: “È difficile che la musica tradisca. Innanzitutto la si fa per sé stessi e, quando si è soddisfatti di ciò che si è creato, la musica non tradisce mai. Inoltre accompagna ogni momento dell’esistenza. Nei periodi felici e in quelli più difficili ha la capacità di diventare una colonna sonora. Può cambiare una giornata o modificare uno stato d’animo. Questo è il potere delle grandi canzoni: alcune restano nella memoria perché evocano festa e spensieratezza, altre perché riportano a momenti complessi o dolorosi. Eppure svolgono tutte la loro funzione”.
Alberto Bertoli: “A proposito di ciò che diceva Mirko, ne parlavo recentemente con un musicologo. Ci chiedevamo perché, quando una persona è triste, scelga di ascoltare o suonare una canzone triste. Verrebbe da pensare che dovrebbe cercare qualcosa che la aiuti a reagire. Poi siamo arrivati a una conclusione che trovo bellissima: una persona ascolta una canzone triste perché, in quel momento, non vuole sentirsi sola. Anche in questo la musica ci accompagna”.
Se la musica non tradisce, vi ha mai tradito il sistema musicale? L’industria discografica vi ha sempre compresi?
Alberto Bertoli: “Bisogna tenere presente che state parlando con due outsider. C’è un proverbio che dice che i figli dei gatti mangiano i topi. Credo che, in fondo, sia vero. Questa è una canzone pop, molto pop, che potrebbe tranquillamente trovare spazio nelle radio. Tuttavia immagino il programmatore radiofonico che riceve il brano e legge i cognomi Bertoli e Casadei. Probabilmente il primo pensiero va immediatamente in una certa direzione. In alcuni casi questo rende più difficile la diffusione del pezzo. Poi però, quando si tratta di affrontare temi importanti, come l’allegria, che considero una questione molto seria soprattutto oggi, oppure quando servono riflessioni approfondite su determinati argomenti, spesso vengono a cercare noi. E questo mi fa molto piacere. Resta il fatto che il sistema diventa ogni anno più veloce e più complesso. Non è un contesto costruito su misura per Bertoli e Casadei”.
Mirko Casadei: “Credo che sia sempre stato così. Forse ogni epoca rende il meccanismo ancora più difficile, perché per entrare in certi circuiti bisogna farne parte. Noi, evidentemente, percorriamo strade diverse. Abbiamo però una fortuna: facciamo molti concerti dal vivo, e questo ci permette di portare la nostra musica direttamente alle persone. Quando serve qualcuno che rappresenti la festa o un certo modo di intendere il cantautorato, spesso vengono a cercare noi. Da questo punto di vista siamo fortunati. Naturalmente, quando pubblichi una canzone e speri che venga trasmessa dalle radio, sai bene che un artista sostenuto da una major, indipendentemente dalla qualità del brano, il giorno dopo può trovarsi ovunque. Noi, indipendentemente dalla qualità del brano, il giorno dopo non siamo ovunque. Per questo non sapremo mai quale sarebbe stato il reale potenziale di certe canzoni. Alcuni brani, però, riescono a trovare la propria strada partendo dal basso e crescendo lentamente. Noi continueremo a percorrere questa via: quella della gente, delle piazze e del pubblico. Poi vedremo cosa accadrà. Magari qualcuno, accorgendosi del valore della canzone, deciderà di sostenerla in un secondo momento. Come diciamo in Romagna, «monta su dopo». Noi continuiamo a sperarlo. Sappiamo che non è semplice, ma non ci lasciamo scoraggiare. Facciamo musica perché ci piace farla. È stato bello incontrarsi e dare vita a questo progetto. L’altra sera eravamo insieme in un’osteria vicino a Via Paolo Fabbri 43, luogo simbolicamente legato a Guccini, Dalla e a tanti altri artisti emiliano-romagnoli. Parlavamo proprio di questo e dicevamo che non si tratta di una canzone da giudicare nell’arco di quindici giorni. È un progetto che va accompagnato almeno per un anno. Come racconta il testo, deve attraversare le piazze e i vicoli. La musica deve circolare, incontrare le persone e farsi ascoltare. Serve tempo. Non ci aspettiamo certo il tormentone immediato dell’estate. Anche se, in qualche intervista, io e Alberto l’abbiamo definita così, era soprattutto una provocazione”.
Collaborando e lavorando insieme state imparando a conoscervi meglio anche sul piano umano. Alberto, quale aspetto di Mirko l’ha sorpresa? E Mirko, quale aspetto di Alberto l’ha colpita maggiormente?
Alberto Bertoli: “Sicuramente la sua solarità e la sua serenità. Io sono una persona più ansiosa. Poco fa parlava proprio di questo e ha ragione: ho sempre la tendenza a voler ottenere il massimo, immediatamente. In realtà il modo di affrontare le situazioni di Mirko è probabilmente più equilibrato. La nostra carriera è sempre stata costruita passo dopo passo. È inutile immaginarla come qualcosa di esplosivo e improvviso, perché non è mai stata così. Di Mirko mi ha colpito anche la dimensione familiare che ho scoperto nei giorni trascorsi insieme durante le riprese del videoclip. Mi riferisco ad aspetti più personali che non conoscevo e che raramente emergono in pubblico. Mi ha colpito questo padre che ha desiderato avere una grande famiglia attorno a sé e che ha persino costruito le case dei figli vicino alla propria, per poterli avere accanto. Mi viene da pensare a una sorta di comunità familiare ideale, nella quale tutti convivono in armonia. E poi è bello vedere persone che affrontano la vita con il sorriso. Naturalmente nessuno può essere sempre sorridente, ma si tratta di un atteggiamento interiore. E il loro atteggiamento verso la vita mi sembra quello giusto”.
Mirko Casadei: “Alberto lo conoscevo già da tempo. Quello che ho percepito in lui è una straordinaria energia, una grande voglia di raggiungere obiettivi importanti. È sicuramente una questione caratteriale, ma anche anagrafica. Ho qualche anno in più e forse questo mi ha insegnato a essere meno impaziente. La sua è una carica molto intensa, quasi esplosiva. Credo che nasca proprio da quell’inquietudine di cui parlavamo prima. Io tendo a trattenerla maggiormente; lui invece la esprime e la mette in gioco con più naturalezza. Per il resto, le affinità sono moltissime. I nostri percorsi musicali sono differenti, ma appartengono allo stesso territorio. Le nostre famiglie e i nostri genitori condividevano, più o meno, gli stessi valori e la stessa visione della vita. Erano persone che attribuivano importanza a ciò che conta davvero e che, a mio avviso, hanno lasciato insegnamenti preziosi. Vedo molte somiglianze e numerosi punti di contatto. Le nostre vite sono diverse, così come l’età, ma gli elementi che ci accomunano sono davvero tanti”.
Viviamo in un’epoca fortemente caratterizzata dall’immagine. Guardandovi, avreste potuto scegliere di puntare molto anche su quell’aspetto. Eppure non avete mai costruito la vostra identità artistica su questa leva. Per quale motivo?
Alberto Bertoli: “Innanzitutto cerchiamo di presentarci in modo dignitoso. Detto questo, l’immagine fa parte del nostro lavoro, ma non rappresenta il centro della nostra ricerca artistica. Se una canzone ottenesse risultati soltanto perché realizziamo un videoclip a petto nudo, inizierei a preoccuparmi. Non vedrei alcun legame con ciò che sto cercando di esprimere. Ci sono molte artiste pop che apprezzo profondamente e che possiedono qualità vocali straordinarie. Penso, per esempio, ad Annalisa, che ha una delle voci più belle del panorama italiano e una capacità interpretativa fuori dal comune. Quando però noto che tutta l’attenzione viene concentrata prevalentemente sull’immagine, mi chiedo sempre se ci sia anche altro da raccontare. Non vorrei che il messaggio finisse per essere oscurato dall’apparenza”.
Mirko Casadei: “La penso esattamente allo stesso modo. L’immagine ha sempre avuto un ruolo importante nella musica. Credo però che la componente musicale debba restare centrale. Più che la bellezza in sé, conta l’immagine come estensione di ciò che si comunica attraverso le canzoni. Deve esserci coerenza tra ciò che si propone artisticamente e il modo in cui lo si presenta. Nel mio caso, avendo una band numerosa, lavoriamo molto anche sull’aspetto visivo, ma non certo in funzione dell’estetica personale. Non saliamo sul palco per metterci in mostra. L’immagine è importante, ma la sostanza viene prima. Mi sono sempre ispirato molto ai Kid Creole and the Coconuts. Avevano una musica straordinaria, arrangiata persino da Quincy Jones, ma curavano con grande attenzione anche l’impatto scenico. Non era una questione di bellezza fisica: era una questione di stile, coreografie, personaggi e costumi. L’immagine è parte integrante del nostro lavoro, ma senza contenuti solidi non basta”.
Qual è il pregiudizio che vi ha infastidito maggiormente, prima nei vostri confronti come musicisti e poi nei confronti dei vostri genitori?
Alberto Bertoli: “Torno a quanto dicevo prima. All’inizio certe osservazioni possono ferire, poi si comprende che non spetta a noi occuparci di quel tipo di giudizio. Probabilmente il pregiudizio più fastidioso è l’idea che un Bertoli debba necessariamente fare un determinato tipo di musica o che un Casadei debba restare entro confini prestabiliti. Come se non esistesse la possibilità di esplorare percorsi differenti. Poi c’è la frase che, immagino, anche Mirko abbia sentito innumerevoli volte: «Non sei come tuo padre». Grazie. A volte la trovo persino divertente”.
Mirko Casadei: “Quella è probabilmente la frase che sentiamo da sempre. Faccio questo mestiere da venticinque anni e continuo a sentirla regolarmente. Con il tempo, però, ho capito che non si tratta davvero di una critica. Le persone sono profondamente legate alla propria epoca e ai propri ricordi. Sono legate all’affetto che hanno provato per Pierangelo Bertoli o per Raoul Casadei. E lo stesso accadeva già a Raoul. Mi raccontava che molti gli ripetevano continuamente che non era Secondo Casadei. Eppure aveva ottenuto un successo completamente diverso. Chi cresce con una figura di riferimento tende inevitabilmente a rimanervi legato. Spesso non si tratta nemmeno di un giudizio razionale. Entrano in gioco la giovinezza, i ricordi, gli amori e i momenti felici della propria vita. Magari qualcuno ha conosciuto la persona amata ascoltando quelle canzoni o associa quel periodo a una stagione particolarmente felice della propria esistenza. Per questo ciò che arriva dopo viene quasi sempre confrontato con il passato e giudicato con maggiore severità. Esistono però anche persone nuove che si avvicinano alla tua musica, comprendono ciò che stai cercando di trasmettere e sviluppano un legame personale con il tuo percorso. Ed è assolutamente naturale. Noi ci confrontiamo inevitabilmente con due figure straordinarie. Pierangelo Bertoli è stato uno dei più grandi cantautori italiani. Raoul Casadei, nel suo ambito, ha rappresentato un punto di riferimento altrettanto importante. È un confronto impossibile. Anzi, a ben vedere, non è nemmeno un vero confronto. Le persone restano legate alla propria memoria e alla propria storia personale. All’inizio anch’io mi arrabbiavo. Poi ho capito che è una reazione del tutto normale”.
Alberto Bertoli: “Più che arrabbiarsi, bisogna avere rispetto per quella nostalgia. Altrimenti si rischia di dimenticare che dietro certe parole c’è anche il cuore delle persone. Molti sono cresciuti con quelle canzoni. Davanti a loro c’erano Raoul Casadei e Pierangelo Bertoli, non Mirko e Alberto. Bisogna comprenderlo”.
Mirko Casadei: “Io, per esempio, ho reinterpretato in modo significativo molte canzoni storiche del repertorio Casadei. Ho avuto la fortuna di incontrare numerosi artisti e di contaminare la mia musica con esperienze differenti. Ho suonato con Goran Bregović, Gloria Gaynor e molti altri. Da questi incontri è nata anche una parte della mia identità artistica. Quando però si interviene sulla tradizione, qualcuno lo vive quasi come un tradimento. Ho fatto cantare Romagna Mia a Gloria Gaynor in una versione blues. Ascoltandola sembra quasi un brano internazionale. Eppure sono stato criticato anche per questo. La mia risposta è sempre la stessa: l’originale resta lì, intatto. Queste contaminazioni, però, possono avvicinare nuovi artisti e nuovi pubblici a quel repertorio, portando indirettamente un pezzo della nostra storia anche all’estero. In fondo è ciò che ha fatto anche Laura Pausini interpretando quella canzone. Questa è la strada che ho scelto. Se anche una sola persona, grazie a una nuova versione, scopre il repertorio originale, allora il risultato è già stato raggiunto. Anche il lavoro che stiamo facendo io e Alberto va in questa direzione: portare nelle piazze non soltanto le nostre canzoni, ma anche quelle dei nostri padri. In questo modo quella musica continua a vivere. Con Balamondo e con il Premio Bertoli abbiamo avuto la fortuna di far interpretare questi repertori ad artisti come Paolo Fresu, Gloria Gaynor, Max Gazzè e molti altri. Questo è il bello della musica: l’incontro, la contaminazione e l’evoluzione. L’originale rimane sempre lì, intoccabile. Ma esistono modi nuovi per raccontarlo. In questi venticinque anni ho assistito a un cambiamento significativo. All’inizio le contestazioni erano molte. Oggi propongo Romagna Mia o Romagna Sangiovese in chiave balcanica e ska, mantenendo comunque gli strumenti della tradizione Casadei. E vedo anche molte persone anziane osservare i giovani divertirsi e ballare queste versioni. Con il tempo molte resistenze si sono attenuate. Il percorso è stato impegnativo, ma i risultati sono arrivati. La soddisfazione più grande è vedere che, dopo venticinque anni, queste musiche continuano a vivere nelle piazze. Questo è il riconoscimento più importante. Se avessimo sbagliato completamente interpretazione, probabilmente questo patrimonio musicale non sarebbe più presente. Invece continua a esserci. E questo, a mio avviso, dimostra che la strada intrapresa è quella giusta”.
Mirko, qual è il complimento più bello che ha ricevuto da suo padre riguardo alle sue rivisitazioni musicali?
Mirko Casadei: “Raoul è sempre stato il mio primo sostenitore. Aveva un entusiasmo straordinario. Veniva ai concerti per sostenermi ed era sempre molto coinvolto. Naturalmente abbiamo anche discusso, come accade tra padre e figlio. A volte persino in modo acceso, ma alla fine riuscivamo sempre a ritrovarci. Il complimento più importante che mi ha fatto nasce, in realtà, da un suo insegnamento. Mi ripeteva che sul palco dovevo stare al centro e comunicare con il pubblico nel modo più autentico possibile. Mi diceva: «Devi essere te stesso, parlare alle persone e conquistarle prima ancora che con la musica, con il tuo modo di essere». Questo me lo ha insegnato lui e credo di averlo assimilato. Penso di avere la capacità di creare subito empatia, di stabilire un collegamento immediato con le persone. Riuscire a comunicare è una dote fondamentale. Ed è proprio questa la qualità che Raoul mi ha sempre riconosciuto e per la quale mi ha fatto spesso i complimenti. Al di là delle doti musicali, che non so nemmeno quanto siano straordinarie, credo che la mia forza sia essere un punto di collegamento tra ciò che accade sul palco e il pubblico”.
Alberto, qual è il complimento che avrebbe voluto ricevere da suo padre?
Alberto Bertoli: “Mio padre è morto quando ero ancora molto giovane. Il complimento più bello che mi ha fatto lo racconto spesso quando eseguo alcune mie canzoni. Un giorno io e mio fratello stavamo guardando MTV. Negli anni Novanta era una delle poche finestre sulla musica internazionale. A un certo punto trasmisero Good Riddance (Time of Your Life) dei Green Day. Mio padre, da tempo, non seguiva più la musica internazionale. Aveva una carrozzina elettrica molto rumorosa e, quando si fermava, si sentiva chiaramente il freno motore. A un certo punto mi accorsi che si era fermato accanto a me e stava ascoltando il brano in silenzio. Lo ascoltò fino alla fine e poi disse: «Però sono bravi, questi ragazzini». Gli risposi che avevano venduto venticinque milioni di copie. E lui mi disse: «Perché non scrivi anche tu una canzone così?». Gli feci notare: «Ti ho appena detto che hanno venduto venticinque milioni di copie». E lui rispose: «E tu come pensi che l’abbiano scritta? Secondo me avevano una chitarra, una penna e un’idea. Vai a scrivere una canzone». È stato uno dei più grandi complimenti che abbia mai ricevuto. Dimostrava la fiducia che aveva nelle nuove generazioni e, in quel momento, anche in me. Pensava davvero che fossi in grado di scrivere una canzone di quel livello. Poi ne scrissi una che gli piacque allo stesso modo. Anche perché non conosceva né l’una né l’altra, quindi per lui erano sullo stesso piano. Quello è stato sicuramente uno dei complimenti più belli”.
Mirko Casadei: “Questa era anche la forza di personalità come le loro. Percepisco che Pierangelo, sotto questo aspetto, fosse molto simile a Raoul. Quando si convincevano di qualcosa, la portavano avanti fino in fondo. Avevano una fiducia enorme nelle possibilità delle persone. Credo fosse uno dei segreti del loro successo. Mi viene in mente un episodio. Ero ragazzino e stavamo viaggiando sul pullman dell’orchestra. Era entrato un musicista brasiliano e Raoul aveva scritto un piccolo brano di ispirazione latina. A un certo punto disse che avremmo dovuto registrarlo con Tito Puente. Oggi forse i più giovani non sanno chi fosse, ma insieme a Pérez Prado è una delle figure fondamentali della musica latinoamericana. Sul pullman si misero tutti a ridere. Sembrava impossibile. Raoul si arrabbiò e disse al manager di contattare Tito Puente. Una settimana dopo eravamo a New York a incidere quel brano con lui. Perché, in loro, la convinzione superava la realtà. Quando si crede davvero in qualcosa, si riescono a compiere imprese incredibili. Eravamo a New York, poi a Roma con Arturo Sandoval, a girare videoclip per strada con Tito Puente. Oggi sarebbe come dire: «Faccio un pezzo con Robbie Williams». Sono esperienze che possono accadere se ci si crede fino in fondo”.
Che cos’è per voi il successo? E qual è stato il sacrificio più grande che avete affrontato per raggiungerlo?
Alberto Bertoli: “Per me il successo è qualcosa che devo ricordare spesso a me stesso. Ho sempre questa inquietudine, questa voglia di fare e di andare avanti senza sentirmi mai completamente soddisfatto. Quando però mi fermo e ragiono con più calma, forse in modo più riflessivo, come farebbe Mirko, capisco che il successo è riuscire a vivere di ciò che amo. Sono molto felice di stare sul palco e di svolgere questo mestiere. Per me il successo è già questo. I sacrifici esistono. Quando hai dieci anni, gli altri bambini escono a giocare a pallone. Se vuoi diventare musicista, invece, devi restare in casa a studiare. Devi imparare a suonare, a cantare, a comprendere l’armonia. Nel mio caso, poi, avevo in casa il maestro della bottega. Successivamente inizi a scrivere canzoni e quello è un percorso difficile, fatto di correzioni, tentativi e lavoro costante. Poi arrivano altri sacrifici. Per me è stato impegnativo portare avanti contemporaneamente tutte quelle attività. Capitava di andare a lavorare senza aver dormito. E poi c’è stata la scelta di lasciare una professione che avevo svolto per quindici anni. Quindici anni non sono pochi. Più che di sacrifici, però, parlerei di scelte. La vita è fatta di scelte. La parola sacrificio mi sembra avere un’accezione negativa. Preferisco pensare che si debba scegliere ciò che si desidera davvero fare”.
Mirko Casadei: “Anche per me il successo è molto vicino a quello che ha descritto Alberto. Lo misuro certamente nella possibilità di fare il lavoro che amo. Ma anche in un aspetto molto concreto: ogni sera, per me, è una sfida. Lo era per mio padre e, prima ancora, per Secondo Casadei. Quando gli altri musicisti stanno per salire sul palco e magari bevono una birra o parlano di calcio, io guardo da dietro il sipario e osservo il pubblico. Mi chiedo: «Adesso che cosa faremo? Come ci presenteremo? Funzionerà? Ci ascolteranno? Ci applaudiranno?». Provo sempre una tensione enorme. Per me il successo è arrivare alla fine della serata e vedere che il pubblico ha partecipato e apprezzato ciò che volevamo trasmettere. E non accade sempre. Qualche giorno fa ho fatto una serata a Roma e, pochi giorni prima, una a Milano che era andata benissimo. A Roma la piazza era piena, ma il pubblico sembrava distratto. L’ho vissuta come una serata un po’ deludente. Poi però gli organizzatori mi hanno detto che si erano emozionati e che era stato tutto molto bello. Mi sono reso conto che ogni piazza reagisce in modo diverso. Ci sono luoghi in cui le persone restano in fondo, magari dietro al mixer, e non le sposti da lì nemmeno provando a trascinarle sotto il palco. Semplicemente manifestano l’entusiasmo in maniera differente. Per me il successo è conquistare il pubblico sera dopo sera. Per quanto riguarda i sacrifici, sono quelli che affrontano tutte le persone che lavorano. Ho iniziato questa carriera quando avevo già dei figli. In quel periodo facevo più di cento spettacoli all’anno, viaggiavo molto e giravo anche il mondo. Andavamo in Argentina, in Brasile e in tanti altri Paesi. In quegli anni, inevitabilmente, i figli li ha cresciuti soprattutto mia moglie. Cercavo di tornare a casa il più possibile, ma quello è stato certamente il sacrificio più grande. Viaggiare, invece, non l’ho mai vissuto come un sacrificio. Per me il vero sacrificio è stare fermo. Quando resto a casa per una settimana e vedo gli amici sempre al bar, mi chiedo come facciano. Ho bisogno di partire, vedere luoghi nuovi, conquistare una piazza, entrare in contatto con persone diverse. Non riesco a stare fermo. Pur avendo una casa che considero il mio rifugio, con l’orto, il giardino, i figli e i nipoti, sento sempre il bisogno di partire. E poi di tornare. Perché ciò che amo davvero è quel contatto continuo con le persone che incontro lungo il cammino”.
US: Clarissa D’Avena
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