Il cinema mi ha salvato dal diventare dogmatico


Ci sono maestri che insegnano una disciplina. E poi ce ne sono altri che insegnano un modo di guardare il mondo. Gianni Rondolino apparteneva a questa seconda categoria. Per migliaia di studenti dell’Università di Torino non è stato semplicemente il professore di Storia e critica del cinema. È stato l’uomo che ha trasformato una passione in un metodo, insegnando che davanti a un film non si entra con il bisturi dello specialista, ma con la curiosità di chi è disposto a lasciarsi sorprendere. Per lui il cinema non era un oggetto da classificare, ma un organismo vivo, capace di raccontare la società, i suoi cambiamenti, le sue contraddizioni. Non esistevano gerarchie tra il cosiddetto cinema “alto” e quello “basso”: Ozu e Rossellini potevano dialogare con Tex Avery, il cinema d’autore con quello popolare, perché tutto meritava di essere osservato senza pregiudizi. A dieci anni dalla sua scomparsa, il convegno Un Rondolino fa primavera ha scelto di ricordarlo evitando il rischio più frequente quando si parla dei maestri: trasformarli in monumenti. La giornata di studi organizzata all’Università di Torino non è stata soltanto un omaggio alla sua figura, ma un tentativo di interrogarsi su ciò che della sua lezione continua ancora oggi a essere vivo. Attorno a lui si sono ritrovati ex allievi, studiosi, critici, registi e professionisti del cinema, persone che hanno intrapreso strade diverse ma che riconoscono in Rondolino un punto di origine comune. Un archivio di ricordi, certo, ma soprattutto un archivio di idee. Tra queste voci c’è quella di Steve Della Casa, probabilmente uno degli allievi che più di tutti ha saputo trasformare quella lezione in un percorso personale. Critico, storico del cinema, autore televisivo, fondatore del Torino Film Festival insieme allo stesso Rondolino, Steve Della Casa ha attraversato oltre quarant’anni di cultura cinematografica italiana mantenendo intatta una caratteristica rara: la capacità di non smettere mai di essere curioso. Il suo rapporto con Rondolino, però, non è rimasto confinato tra i banchi dell’università. È diventato un sodalizio professionale, un’amicizia, a volte persino uno scontro. Perché i rapporti autentici non sono mai lineari e, come racconta lui stesso, sarebbe un errore ricordare il proprio maestro cancellandone le asperità. Sarebbe il modo più veloce per tradirne la verità. Ed è proprio questa sincerità a rendere preziosa l’intervista esclusiva per Virgilio Notizie che segue. Steve Della Casa non offre l’immagine rassicurante del professore perfetto, né indulge nella nostalgia di un’età dell’oro del cinema. Al contrario, racconta Rondolino come si raccontano le persone importanti della propria vita: con gratitudine, ma anche con la consapevolezza che ogni rapporto è fatto di entusiasmi, discussioni, riconciliazioni e crescita reciproca. Ne emerge il ritratto di un uomo che ha lasciato un’eredità ben più profonda dei suoi libri o dei suoi corsi universitari: l’idea che il cinema sia prima di tutto una forma di partecipazione emotiva, un esercizio di libertà intellettuale e uno straordinario antidoto contro ogni dogmatismo. Ma questa intervista va anche oltre il ricordo. Diventa una riflessione sul mestiere del critico nell’epoca degli algoritmi, sul ruolo dei festival, sulla trasformazione del pubblico e sulla responsabilità di chi oggi racconta le immagini. Steve Della Casa parla della scomparsa della critica dai giornali, della necessità di imparare a orientarsi nel caos dell’offerta digitale, del linguaggio che dovrebbe sempre essere chiaro e inclusivo, mai usato come strumento di superiorità culturale. E, quasi senza accorgersene, restituisce un’idea di critica che appare sorprendentemente contemporanea: non quella di un giudice che emette sentenze, ma quella di una guida capace di accompagnare gli spettatori dentro un territorio sempre più vasto e complesso. In fondo è questo il filo invisibile che lega Gianni Rondolino e Steve Della Casa. Non l’appartenenza a una scuola critica, né una particolare idea di cinema, ma una convinzione molto semplice: la cultura serve soltanto se riesce a essere condivisa. Se costruisce ponti invece di alzare barriere. Se alimenta domande invece di distribuire certezze. Forse è proprio questa la primavera di cui parla il titolo del convegno. Non quella che sboccia una volta soltanto, ma quella che continua a ritornare ogni volta che qualcuno, davanti a un film, sceglie ancora di guardare con curiosità prima che con pregiudizio.


Un Rondolino fa primavera. Mi racconta di che cosa si tratta?


“È un convegno organizzato qualche settimana fa a Torino da alcuni ex allievi di Gianni Rondolino. L’iniziativa è nata anche come momento preparatorio al documentario che Mimmo Calopresti sta realizzando su quella che è stata una figura di riferimento, come professore, per più generazioni di studiosi di cinema. Molti dei suoi allievi oggi lavorano alla Mostra di Venezia, alla Cineteca Nazionale, nelle università e in altri ambiti del settore; alcuni sono diventati registi. È stato bello vedere che, nonostante ciascuno abbia poi seguito percorsi professionali molto diversi, tutti abbiano trovato il tempo di ritrovarsi nel nome di Rondolino, portando una testimonianza e condividendo un momento insieme. Credo che accadrà qualcosa di simile anche in occasione della presentazione del documentario, prevista per questo autunno”.

Un rondolino fa primavera: ritiene che, a distanza di tanti anni, questa sia ancora la definizione più adatta per raccontare Rondolino?

“Sicuramente è stato una persona capace di trasmettere una grande passione a tutti coloro che hanno frequentato i suoi corsi. Se devo indicare l’insegnamento più importante che ho ricevuto da lui, è proprio questo: il cinema è un divertimento e, anche quando lo si affronta da studiosi, bisogna farlo con passione. Non può essere una disciplina come tutte le altre, né un oggetto da analizzare in modo freddo, come se si stesse sezionando un cadavere in un obitorio. Quando si parla di un film bisogna sempre avere coinvolgimento e partecipazione. Credo che questo sia il lascito più importante che mi ha trasmesso. Con lui, inoltre, non ho condiviso soltanto l’esperienza universitaria. Per oltre vent’anni abbiamo lavorato insieme al Torino Film Festival e questo mi ha permesso di conoscerlo anche al di fuori dell’ambiente accademico. Posso dire che quella stessa passione era presente anche lì. Naturalmente non eravamo sempre d’accordo, ma il trasporto con cui affrontava il cinema era sempre evidente”.

Ha appena ricordato che Rondolino non è stato soltanto il suo professore, ma anche un suo collega. C’è stato un momento preciso in cui ha smesso di considerarlo un docente e ha iniziato a sentirlo un suo pari?


“Direi di sì. Nel 1982, alla prima edizione del Torino Film Festival, ero responsabile delle proiezioni, mentre Alberto Barbera si occupava dell’ufficio stampa. Avevamo entrambi incarichi importanti, ma comunque secondari rispetto alla direzione del festival. Dopo quella prima edizione ci fu lo stop del 1983, dovuto alla crisi della giunta comunale di Torino. Quando il festival ripartì, nel 1984, Rondolino convocò me e Barbera e ci disse che voleva coinvolgerci direttamente nella direzione, lavorando a stretto contatto con lui. Ci chiese se avessimo delle idee e, nel giro di ventiquattr’ore, gli presentammo una quantità di progetti. Eravamo entusiasti di quella opportunità e volevamo dimostrargli quanto ci credessimo. È stato in quel momento che ho avuto la sensazione che il rapporto fosse cambiato: non era più soltanto quello tra professore e allievo, ma stava diventando una collaborazione tra pari”.

Qual è la domanda che non ha mai avuto il coraggio di rivolgergli?

“In realtà il nostro è stato anche un rapporto attraversato da momenti di tensione. Quando si lavora insieme è normale che ci siano contrasti e con Rondolino è successo. In particolare, nel 2006 abbiamo avuto un confronto molto duro, un faccia a faccia piuttosto acceso. Poi, però, ci siamo riconciliati. Il nostro era un legame che aveva qualcosa di familiare, oltre che professionale e, come accade nelle famiglie, si può litigare e poi fare pace. Ripensando a quel momento, forse avrei dovuto semplicemente dirgli che entrambi stavamo andando oltre il limite, sia dal punto di vista dell’educazione sia da quello del rapporto personale. Non glielo dissi. Qualche tempo dopo, però, ci siamo ritrovati ad abbracciarci come se non fosse accaduto nulla”.

Quando si racconta una persona, che sia attraverso un convegno o un documentario, il rischio è sempre quello della santificazione o della mistificazione. Qual è, secondo lei, il pericolo più grande nel raccontare Rondolino?

“Il rischio è far credere che sia sempre andato tutto bene. Non è così e non può esserlo. In qualsiasi rapporto di lavoro esistono inevitabilmente momenti di tensione. Quello che dice è assolutamente vero: molto spesso, nei documentari, tutti finiscono per sembrare Santa Teresa di Calcutta oppure Gandhi. È un modo sbagliato di ricordare le persone, perché le rende irreali. Una persona va raccontata anche nelle sue complessità e nei suoi contrasti, senza trasformarla in una figura perfetta”.


Rondolino è ricordato anche per aver rifiutato la distinzione tra cinema “alto” e cinema “basso”. Secondo lei questa distinzione esiste ancora oppure ha semplicemente cambiato forma?

“Continua a esistere, anche se nel tempo si è trasformata. Nel frattempo c’è stato Tarantino, c’è stata tutta la rivalutazione del cinema popolare e di quello che una volta veniva definito cinema di serie B. Tuttavia, ogni tanto, un certo snobismo riaffiora ancora. La critica italiana, del resto, è cresciuta all’interno di due grandi tradizioni culturali: quella marxista e quella crociana. Sono tradizioni molto diverse tra loro, ma entrambe hanno spesso avuto un atteggiamento piuttosto elitario nei confronti della produzione popolare. Per questo quella distinzione continua a sopravvivere, forse in modo meno netto rispetto a vent’anni fa, ma è ancora presente. Personalmente, però, non le attribuisco alcun valore”.

US: Emanuela Bruschi

Qual è oggi il rapporto tra critica e pubblico? Viviamo ancora in un’epoca in cui gli spettatori scelgono un film seguendo il consiglio della critica?

“Credo di no. Oggi la critica è praticamente scomparsa dai giornali e penso che siano davvero poche le persone che decidono di vedere un film perché consigliato da un critico. Per questo il suo ruolo è cambiato. Oggi il critico dovrebbe essere una sorta di Virgilio nel mare magnum di internet. In rete si trova davvero qualsiasi film, anche quelli che sembravano introvabili, magari in versioni doppiate nelle lingue più improbabili. Il problema è che, proprio perché si trova tutto, si rischia di non trovare più nulla. L’offerta è talmente vasta che, alla fine, si finisce per rifugiarsi sempre nei titoli più conosciuti. Il compito del critico, allora, è orientare il pubblico. Ma, prima ancora, deve capire a chi si sta rivolgendo. Se scrivo su La Stampa, mi rivolgo a un certo tipo di lettori; se scrivo su Film TV, il pubblico è diverso; se collaboro con un sito aperto dai miei studenti, cambia ancora; se intervengo in televisione da Gigi Marzullo, cambia nuovamente. Bisogna sempre calibrare il linguaggio e il contenuto in funzione dell’interlocutore, cercando di comunicare nel modo più chiaro ed efficace possibile”.

Che ruolo gioca, invece, l’ambizione del critico?

“Non credo che esista una risposta valida per tutti, perché dipende molto dalle persone. Posso però dire quale sia, secondo me, l’errore peggiore. Un critico non dovrebbe mai ricorrere a un linguaggio volutamente difficile soltanto per dimostrare di essere preparato o di aver studiato. Lo considero un atteggiamento ignobile, sia dal punto di vista giornalistico sia da quello morale. È come disseminare il terreno di mine sperando che qualcuno ci finisca sopra”.


Mi viene in mente una battuta di Philadelphia: “Me lo spieghi come se fossi un bambino di tre anni”.

“Ai miei studenti dico una cosa simile. Suggerisco di immaginare di dover raccontare il film alla loro anziana zia che vive in paese e che chiede semplicemente che film abbiano visto e di che cosa si stiano occupando. Se riescono a farsi capire da lei, probabilmente stanno spiegando bene”.

Lei ha attraversato cineclub, radio, festival, televisione e università. Dove si forma oggi un autentico sguardo critico?

“Secondo me in due momenti distinti. Il primo è individuale e consiste nel guardare tanti film. La conoscenza diretta delle opere è fondamentale. Bisogna vederle fino in fondo, senza interromperle dopo un quarto d’ora. Il secondo è quello che consiglio sempre ai miei studenti: andare ai festival. Ma non per fotografare gli attori sul tappeto rosso. Bisogna andarci per confrontarsi con i propri coetanei, capire a cosa stanno lavorando, quali idee stanno sviluppando e quali tendenze stanno emergendo. Questo scambio è fondamentale. Nel mio piccolo, in tutte le manifestazioni a cui partecipo, cerco sempre di fare in modo che i ragazzi abbiano accesso a tutto: che possano parlare con gli ospiti, fare domande e confrontarsi direttamente con loro. Credo che il vero senso dei festival sia proprio questo. Oggi, invece, si sta diffondendo l’idea che un festival sia soprattutto una passerella di personaggi famosi, selfie e autografi. Se si riduce a questo, perde completamente la sua ragion d’essere”.

C’è un film contemporaneo che ha difeso controcorrente, mentre molti altri lo ignoravano o lo criticavano?

“Più che un singolo film, direi Quentin Tarantino. Se possiamo ancora considerarlo un autore contemporaneo, per me, dopo la scomparsa di Godard, è il più grande regista vivente. Tra i film usciti più recentemente, invece, quello che mi ha colpito di più quest’anno è Una battaglia dopo l’altra. Qualcuno sostiene che racconti temi già affrontati, ma non sono affatto d’accordo. Credo che abbia una scrittura molto solida, un notevole equilibrio tra costruzione visiva e sviluppo narrativo. E la sequenza dell’autostrada, con quei continui saliscendi, è una delle più belle che abbia visto quest’anno”.

Soffermandoci sul cinema italiano, quale aspetto dell’attuale panorama le sembra più distante dal mondo culturale che lei e Rondolino avete contribuito a costruire?


“Credo che una delle esperienze più importanti realizzate insieme siano state le grandi retrospettive dedicate ai nuovi cinema degli anni Sessanta, organizzate al Torino Film Festival. Penso alla Nouvelle Vague, al New American Cinema, al nuovo cinema polacco di Polanski, Skolimowski e degli altri autori di quella stagione. Sono retrospettive che hanno segnato i primi vent’anni del festival e credo che ancora oggi i relativi cataloghi rappresentino strumenti di studio fondamentali. Era un progetto che avevamo immaginato fin dall’inizio: raccontare tutte le grandi correnti del nuovo cinema nate negli anni Sessanta, che rappresentano, a mio avviso, l’ultimo grande fenomeno collettivo della storia del cinema. L’aspetto più interessante è che questi movimenti nacquero spontaneamente, in un’epoca in cui la comunicazione non aveva certo l’intensità di oggi. Se sono sbocciati quasi contemporaneamente in Paesi diversi, è perché interpretavano davvero lo spirito del loro tempo”.

Visto che stiamo parlando di comunicazione, Le faccio una domanda provocatoria: il marketing ha finito per danneggiare la qualità stessa dei film?

“No. Il marketing c’è sempre stato. Anche i fratelli Lumière, quando inventarono il cinematografo, affissero i manifesti fuori dal Grand Café di Parigi per pubblicizzare le proiezioni. Fa parte della storia del cinema fin dalle origini. Il cinema, nel suo DNA, ha sempre avuto due anime: quella artistica e quella commerciale. E la dimensione commerciale richiede inevitabilmente anche il marketing. In fondo è lo stesso discorso di prima: quando realizza un film, un autore deve chiedersi a quale pubblico vuole rivolgersi. Ci sono gli autori, quelli con la ‘A’ maiuscola, che sostengono di non interessarsi del pubblico. Personalmente ritengo che sia un atteggiamento sbagliato, oltre che piuttosto snob. Non esiste un’opera che possa prescindere completamente dal suo destinatario”.

Cito spesso Nietzsche: ‘Bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella danzante’. In fondo anche il critico è, in qualche misura, un artista. Quale caos c’era dentro Steve Della Casa? Il cinema lo ha colmato oppure lo ha placato?

“Per me il cinema è stato soprattutto una forma di sfogo, anche intellettuale. Negli anni in cui sono cresciuto era molto facile finire dentro una visione del mondo estremamente schematica: da una parte i buoni, dall’altra i cattivi. Era un’impostazione molto diffusa, ma anche profondamente sbagliata. Pur essendo un giovane extraparlamentare, impazzivo per i film di John Wayne, che certo extraparlamentare non era, anzi rappresentava tutt’altro mondo. Questa passione mi ha impedito di assumere posizioni troppo dogmatiche, che allora erano invece molto frequenti. Basta leggere molte recensioni culturali dell’epoca. Ho dedicato un libro, Sbatti Bellocchio in sesta pagina, proprio alle recensioni cinematografiche pubblicate dalla stampa della sinistra extraparlamentare tra il 1968 e il 1977. Vi si trovano giudizi spesso del tutto aprioristici e ideologici. Credo di non essere mai caduto in quell’errore. Ne avrò commessi molti altri nella vita, ma non quello. E penso che il merito sia stato proprio del cinema, che mi ha sempre portato a giudicare un’opera andando oltre le idee politiche del suo autore”.

Lei ha dedicato la sua vita a raccontare il cinema. Che cosa pensa, invece, che il cinema abbia raccontato di lei?

“Di me, credo abbia raccontato ben poco. Forse è anche meglio così. Piuttosto, il cinema ha rappresentato qualcosa di molto importante per la mia generazione. È stata probabilmente l’ultima per la quale il cinema costituiva un linguaggio davvero condiviso. Andare in sala era un rito collettivo, un’esperienza che univa le persone. Poi i gusti erano diversi, non tutti amavano gli stessi film, ma ci si ritrovava comunque e da lì nascevano discussioni che spesso andavano ben oltre il film stesso. Quando penso a quegli anni, mi rivedo ragazzo al Cinema Bernini di Torino, una sala che oggi non esiste più. Ci incontravamo lì, magari dopo aver partecipato alla stessa manifestazione poche ore prima, e rimanevamo a discutere fino a tardi. È questa l’immagine del cinema nella quale continuo a riconoscermi”.


Ha frequentato il cinema anche come attore…

“In realtà l’ho fatto soprattutto per amicizia. Alcuni amici registi continuano a coinvolgermi perché sostengono che porti fortuna. Nel mondo del cinema la superstizione è molto diffusa e, finché i film in cui sono comparso non si sono rivelati clamorosi flop, questa fama mi è rimasta addosso. Ogni tanto, però, sono costretto a tirarmi indietro, perché poi devo anche lavorare”.

E invece la televisione? Che cosa ha aggiunto al suo percorso?

“Mi ha dato soprattutto la possibilità di confrontarmi con un pubblico molto più ampio. Ho lavorato per Tele+, Sky, La7 e anche per la Rai, ma forse l’esperienza più originale è stata La venticinquesima ora, su La7. In televisione, perfino una trasmissione che ottiene risultati modesti può comunque raggiungere trecentomila spettatori. Se pensiamo al rapporto con il pubblico di cui parlavamo prima, è evidente che nessun cineforum potrà mai arrivare a numeri del genere. La televisione mi ha permesso di misurarmi con dimensioni che fino a quel momento non avevo mai conosciuto”.

Ha frequentato il cinema anche come regista di documentari. Che cosa La spinge a raccontare un autore, un periodo storico o un genere piuttosto che un altro?


“Innanzitutto deve divertirmi. Poi c’è anche un’altra motivazione: il desiderio di lasciare qualcosa che rimanga nel tempo. Quando si sceglie un argomento poco esplorato, si ha la sensazione di contribuire davvero a conservarne la memoria. Penso, per esempio, ai miei lavori dedicati ai film di Ercole e Maciste. Di quei temi si era occupata pochissima gente e, se non l’avessi fatto io, probabilmente sarebbero rimasti quasi del tutto inesplorati”.

È stato anche uno dei primi a raccontare in maniera organica il cinema di Dario Argento.

“In quel caso entrava in gioco anche un punto di vista molto personale. Con Dario siamo amici da tanti anni e questa conoscenza diretta ha inevitabilmente influenzato il mio modo di raccontarlo”.

Con quale regista vivente ha avuto, invece, il contrasto più forte?

“Non ho mai avuto veri scontri personali. Può essere capitato che qualche regista si arrabbiasse perché il suo film non era stato selezionato al Torino Film Festival, ma si trattava di episodi che poi si risolvevano. Litigi veri, con urla o rotture personali, non credo di averne mai avuti”.


Nessuno l’ha mai chiamata per chiederle conto di una recensione negativa?

“Mi è capitato che qualcuno mi cercasse, ma più spesso per chiedere spiegazioni sul motivo della mancata selezione di un film che per una recensione. In ogni caso ho sempre risposto. Anche perché tendo a scrivere soprattutto dei film che mi interessano. Se un’opera non mi dice nulla, preferisco non occuparmene. È piuttosto raro che ne scriva male: se decido di dedicarle un articolo, significa che, in un modo o nell’altro, ha saputo suscitare il mio interesse”.

Quando seleziona i film per un festival, qual è la prima qualità che cerca in un’opera?

“La prima domanda che mi pongo è se quel film possa interessare al pubblico di quel festival. Questa è la mia preoccupazione principale, ancora prima del gusto personale. Naturalmente conta anche il fatto che piaccia a me, ma c’è un criterio molto semplice che mi guida: mentre lo guardo, devo avere voglia di sapere come va a finire. E questo non vale soltanto per i gialli. Se, a un certo punto, smetto di interessarmi al suo sviluppo e non mi importa più di quello che accadrà, significa che qualcosa non funziona”.

Per tornare a Rondolino: studiava con la stessa attenzione Ozu, Rossellini, Tex Avery e il cinema d’animazione. Oggi quali sarebbero, secondo Lei, gli ‘oggetti impuri’ che un giovane studioso dovrebbe avere il coraggio di analizzare?


“Probabilmente tutto ciò che oggi nasce per la televisione o per le nuove piattaforme di fruizione. Penso, per esempio, alle fiction verticali pensate per essere viste sul telefonino. Mi sembra uno dei terreni sui quali un giovane critico potrebbe trovare spunti davvero interessanti”.

Da giovane critico, quindi, e non da Steve Della Casa?

“Certo. È anche una questione generazionale. Il telefonino, ancora oggi, non è che sappia usarlo così bene. Di conseguenza è difficile che mi metta a guardare fiction pensate per essere viste lì”.



Steve Della Casa

US: Emanuela Bruschi




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