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Roma, 1 lug – Pochi registi cinematografici riescono a polarizzare la critica come Zack Snyder: o lo si ama in modo quasi fanatico o lo si odia in modo viscerale. A dividere fan e critica è innanzitutto la sua tecnica molto personale: palette di colori desaturata, utilizzo quasi maniacale dello slow-motion, una fotografia che tra inquadrature e colori cerca sempre un’ampiezza ancora più profonda di quanto sarebbe possibile con normali telecamere, una ricerca quasi ossessiva di una resa epica che per molti raggiunge dei picchi simbolici e di epos inarrivabili, per altri decade in un manierismo fumettoso chiassoso e fastidioso.
Ma forse è proprio quest’ultimo punto la causa della polarizzazione. La ricerca ossessiva dell’epos da parte di Snyder poggia su una fascinazione mai celata per la mitologia antica ma non tanto in una prospettiva analitica o di romanticismo verso storie del passato, quanto semmai in chiave di recupero della forza dirompente del simbolo e del mito per rimetterla in scena in nuove forme che possano essere riconoscibili da chi vive nel mondo di oggi. E quando si “gioca” con miti e simboli alla fine si ha sempre un effetto esplosivo sul pubblico: c’è chi entra in risonanza con quelle forze e chi invece ne sente repulsione. O semplicemente c’è chi vedendo le “forme nuove” ne avverte comunque la radice arcaica e ne comprende la potenzialità rivoluzionaria e chi invece sente “tradita” la forma esteriore del mito.
Zack Snyder, il costruttore di miti
Proprio sulla caratteristica di Zack Snyder come rielaboratore del mito si basa la recente pubblicazione di Bietti dal titolo “Il costruttore di miti. Zack Snyder e il tempo dei nuovi eroi”. Autori del saggio, completato tra l’altro da due interviste allo stesso Snyder e al suo collaboratore Kurt Johnstad, sono Massimiliano Orione e Paolo Riberi, già autore di un altro interessantissimo volume edito da Lindau sull’influenza della mitologia e del simbolismo gnostici all’interno del cinema di Hollywood e che già avevamo citato in alcuni numeri del Primato Nazionale usciti in edicola.
Con una documentatissima e attenta ricerca i due autori mettono in parallelo dialoghi, scene, simboli usati da Snyder nel suo cinema con le idee e gli scritti di Joseph Campbell, uno dei più importanti studiosi di mitologia comparata del secolo scorso e a cui lo stesso regista ha detto più volte e in più di occasioni di essersi ispirato.
Ed ecco che il percorso del Clark Kent interpretato da Henry Cavill, del gufo Soren, della ribelle Babydoll, della guerriera Kora ma anche dello stesso Leonida vengono sviscerati per essere ricondotti ad un archetipico viaggio iniziatico dell’eroe mitico delineato dallo studioso americano e che va dalla chiamata alla trasformazione al sacrificio fino alla vittoria trascendente che non è solo soggettiva ma di tutta la tribù, del clan, dell’intero popolo per cui e con cui l’eroe combatte. Passaggio non banale, perché come gli autori ci spiegano Zack Snyder, pur provenendo da una famiglia di fede cristiano scientista e pertanto influenzata di un immaginario giudaico-cristiano di stampo americano e quindi imbevuto di messianismo veterotestamentario, grazie all’incontro con i lavori di Campbell e allo studio della mitologia antica ha del tutto stravolto la figura del “salvatore” – soprattutto il suo Superman, che nell’immaginario dei suoi creatori Siegel e Shuster rappresentava proprio il messia ebraico ma che qui assume chiare connotazioni cristiche con tratti solari – trasformandolo da colui che bisogna aspettare affinché ci salvi a colui che per primo risponde alla “chiamata” e che si trasforma in un ponte, in una guida che solo se verrà seguito in maniera eroica come esempio potrà portare alla vittoria di tutti.
È quanto succede ovviamente agli Spartani che si lanciano al grido “alla Vittoria” dopo aver ascoltato le gesta del loro re Leonida che ha ricordato loro “la legge di Sparta”, ma è anche la sorte della luna Veidt di Rebel Moon, in cui i riluttanti contadini capiscono che dovranno combattere con Kora e con gli altri guerrieri per poter ottenere la libertà, ed è anche quello che avrebbe dovuto essere il finale della mai realizzata trilogia di Justice League in cui, stando allo storyboard di Snyder stesso, “tutto il mondo sarebbe divenuto Justice League”: seguendo l’esempio degli eroi sovrumani, tutti gli umani avrebbero partecipato alla battaglia per il loro destino fino a compiere la profezia del padre kriptoniano di Superman: “li salverai tutti, Kal. Darai loro un ideale per cui battersi e col tempo si uniranno a te nel Sole; col tempo li aiuterai a compiere meraviglie”.
A caccia del “superuomo”
Se vogliamo trovare un difetto al testo di Riberi e Orione – ma più che un difetto è la comprensibile mancanza di un approfondimento su un tema specifico a noi molto molto caro – è il poco spazio, appena un paragrafo, dedicato al tema del Superuomo nicciano e che rischia di far fraintendere alcune idee del regista. Nel testo Riberi e Orione indicano Superman come esempio del “superuomo” ma pongono più che altro l’accento sul “modello negativo di superuomo” nichilista e tracotante, impersonato ad esempio da Luthor e da Batman prima della sua presa di coscienza. Eppure, Luthor ha ben poco del superuomo, anche in senso negativo: semmai è colui che “nega” più che “uccide” Dio, è colui che teme l’esempio positivo, eroico e verticale e cerca di abbatterlo in nome di una umanità grigia, massificata, uguale, diventando non a caso araldo del dio oscuro Darkseid, portatore dell’Anti-Vita e del deserto, come mostrato nelle scene del Knightmare. È, insomma, “l’ultimo uomo”.
Quanto a Batman non è affatto un esempio negativo di superuomo, anzi. Il suo errore non è quello di “sfidare Dio” in modo titanico, quanto quello di essersi perso nel viaggio iniziatico negli inferi senza riuscire a ritrovare la via della luce, come chiaramente espresso nel bellissimo incipit del film Batman v Superman e che Riberi riconduce a una visione gnostica quando invece è ben più antica e che troviamo in tutta la mitologia europea – facile è scendere nell’Averno, ma ritornare sui propri passi e uscire alla luce, qui sta lo sforzo e la difficoltà come dice Virgilio nell’Eneide, testo tutt’altro che gnostico – così come riconduce alla gnosi altri elementi ben più antichi come la prigione e il mondo delle illusioni – e no, non crediamo affatto che La Repubblica di Platone letta dal giovane Clark sia una fascinazione inconscia verso il modello negativo dello stato kryptoniano, tutt’altro…
Batman, dicevamo, è l’esempio dell’Uomo Assoluto che supera i propri limiti fino ad arrivare a poter competere con una divinità, colui che attraversando gli inferi e l’oscurità supera il nichilismo fino a diventare l’eroe guida che sopravvive anche alla morte di Dio. Il tema della ricerca della perfezione fisica per superare i propri limiti poi è qualcosa che lo stesso Snyder ha indicato come uno dei fulcri del suo cinema. La scelta della rappresentazione dei 300 spartani, che ha causato molte battute sarcastiche sugli “addominali omoerotici”, ma anche la scelta degli attori Affleck e Cavill, costretti ad allenamenti durissimi per entrare nella parte – alcune anche riportare in pellicola per rappresentare gli allenamenti di Batman per affrontare Superman – o la scelta dell’atleta danzatrice dal fisico statuario Sofia Boutella per la Kora di Rebel Moon rientrano proprio in questa visione. Superare il limite, per Snyder, non è mai una colpa, anzi. Come dice Jor-El al figlio Clark nell’epica scena in cui impara a volare per la prima volta, “sei diventato più forte di quanto potessi immaginare. L’unico modo per sapere quanto, è continuare a sperimentare i tuoi limiti”.
Il tempo degli eroi
Ma, come dicevamo, più che un difetto questo è un non approfondimento radicale di un tema che comunque viene inserito nel testo. E non possiamo pensare che un singolo saggio possa essere del tutto esaustivo, anzi tra i compiti di un libro dovrebbe soprattutto esserci quello di dare spunti. E proprio su questo il libro di Riberi e Orione non fallisce, anzi. Le frasi riportate dai testi di Capbell indicate come quelle più influenti o che meglio descrivono il cinema di Snyder, per un lettore attento non possono che ricordare molti temi del sovrumanismo nicciano delineato da Giorgio Locchi nei suoi saggi. Quello della rigenerazione della storia, del Superuomo come colui che riapre una storia che altri hanno dichiarato chiusa o finita, quello di saper proiettare l’immaginario eroico e mitico da un passato archetipico verso un progetto per un futuro da costruire, soprattutto il saper immaginare nuove forme per attuare un mito anziché relegarlo ad un passato immobile. Frasi come “l’eroe impersona la forza del cambiamento che rigenera la società e la trasforma, rinnovandola di continuo” o “l’eroe incarna quel cambiamento vivificante che può rigenerare una civiltà, impedendole di rimanere sempre uguale a se stessa” o “l’eroe non è il campione delle cose divenute ma di quelle che divengono” ma soprattutto “se riuscissimo a riportare alla luce le obliate energie collettive di un’intera generazione o di un’intera civiltà, diventeremmo l’eroe del nostro tempo” non possono che far tornare alla mente le idee locchiane sulla riapertura della storia e della rigenerazione della civiltà.
Il costruttore di miti. Zack Snyder e il tempo dei nuovi eroi è dunque un testo fondamentale per chiunque abbia a cuore i temi del rinnovamento del mito e per chiunque abbia avvertito quella “risonanza ancestrale” guardando i film di Snyder. Ma potrebbe esserlo anche per coloro che non l’hanno avvertita e che odiano il regista originario del Winsconsin. Hai visto mai che possano guarire e risvegliarsi. “Vacilleranno, cadranno, ma col tempo si uniranno a te nel Sole”.
Carlomanno Adinolfi
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