C’è un filo invisibile ma indistruttibile che unisce le onde del Mediterraneo, i sentieri della storia e il cuore pulsante della Chiesa. Alla vigilia del viaggio di Papa Leone XIV a Lampedusa, quel filo si mostra in tutta la sua luminosa chiarezza. Non si tratta semplicemente di una visita pastorale, ma di un pellegrinaggio della memoria e della profezia, che si pone in perfetta e profonda continuità con lo storico, primo viaggio di Papa Francesco su quella stessa isola-frontiera.
Oggi come allora, Lampedusa non è solo un lembo di terra emersa: è l’altare a cielo aperto dove si misura la fedeltà della Chiesa al Vangelo della carità, un luogo teologico in cui il dramma umano incrocia la promessa della redenzione.
Se si guarda indietro, il viaggio di Papa Francesco a Lampedusa fu il “Big Bang” del suo pontificato: un grido contro la “globalizzazione dell’indifferenza” che scosse le coscienze anestetizzate dell’Occidente. In quegli anni, Francesco ha saputo edificare una vera e propria parabola teologica e sociale delle migrazioni, articolata attorno a quattro verbi profetici: accogliere, proteggere, promuovere e integrare.
Nel magistero di Francesco, il migrante è diventato lo specchio di Cristo sofferente. Chi fugge dalle guerre, dalle devastazioni climatiche e dalle fragilità sistemiche di una terra depredata non è un dato statistico, né una minaccia alla sicurezza, ma un appello vivente alla fraternità universale. Questa parabola non si è interrotta; ha fecondato il cammino ecclesiale, lasciando in eredità una Chiesa consapevole che il proprio baricentro non è nelle stanze del potere, ma nelle periferie dell’umano.
Questa parabola spirituale trova la sua intelaiatura ideale nella Teologia del Mediterraneo, un paradigma teologico ed ecclesiologico che ha preso forma proprio in questi anni, ispirato dalle storiche intuizioni di Giorgio La Pira e strutturato dagli incontri dei Vescovi del Mediterraneo (da Bari a Firenze, fino a Marsiglia).
Il Mediterraneo non è più pensato come un confine liquido o come un fossato di separazione tra mondi diversi, bensì come un “laboratorio di pace e di fraternità”. La Teologia del Mediterraneo ci insegna a leggere la storia non a partire dai centri del potere globale, ma dalle sue sponde e dalle sue isole. È una teologia del dialogo interculturale e interreligioso, dell’interconnessione e della convivialità delle differenze. Quando la Chiesa abita teologicamente questo mare, riconosce che le sue acque non possono essere un cimitero d’indifferenza, ma devono tornare a essere un grande bacino vitale di popoli, dove “la giustizia e la pace si baciano” (cfr. salmo 84, 11).
La visita di Papa Leone XIV raccoglie questa complessa eredità spirituale e teologica senza esitazioni. Il gesto profondo di recarsi al Molo Favaloro — per benedire la targa che intitola quel lembo di cemento proprio a Papa Francesco — e la sosta orante al cimitero di Cala Pisana non sono semplici atti cerimoniali. Sono l’incarnazione sul campo di questa teologia dell’ascolto e della prossimità. Davanti alla Porta d’Europa, Leone XIV non fa che prolungare lo sguardo materno della Chiesa su un mare che invoca redenzione. Cambiano i pontefici, passano gli anni, ma l’asse portante della preoccupazione pastorale rimane immutato: una voce che si leva per difendere la sacralità della vita di chi è costretto a fuggire, trasformando la frontiera geopolitica dove anche Dio si mostra nel volto del povero e del forestiero.
Questo cammino di continuità pastorale e radicamento teologico trova un riflesso concreto nella recente nomina da parte della CEI di Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo di Palermo, alla guida della Commissione Episcopale per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes. Lorefice, pastore da sempre immerso nelle sfide storiche del riscatto sociale e dell’accoglienza in Sicilia, incarna perfettamente lo spirito della Teologia del Mediterraneo. Ha ricordato in queste ore come la presenza di Leone XIV a Lampedusa serva a “confermarci nel Vangelo dell’accoglienza”.
La sua voce e il suo nuovo ruolo non sono un fatto formale, ma rappresentano l’assunzione di responsabilità di una Chiesa italiana — e in particolare siciliana — che si fa grembo e ponte. Palermo, Lampedusa e l’intera isola diventano così i laboratori vivi di questa teologia incarnata, dove l’accoglienza non è un’emergenza da gestire, ma una dinamica strettamente legata alla natura stessa della fede.
Ciò che emerge da questa densa trama che unisce il magistero di Francesco, l’azione di Leone XIV, la riflessione teologica sul Mediterraneo è, in ultima analisi, il volto materno della Chiesa. Una madre non costruisce i propri teoremi teologici a tavolino: li impara stando vicina ai figli più fragili, a quanti scappano dalla guerra, dalla miseria e dalle ingiustizie. La Teologia del Mediterraneo e la prassi dell’accoglienza si fondono così in un unico spartito: la Chiesa manifesta la sua maternità quando si fa porto sicuro, spazio di riscatto e di speranza, trasformando un mare di transito e di morte in un mare di vita e di incontro.
La presenza di Papa Leone XIV a Lampedusa, sotto lo sguardo materno della Madonna di Porto Salvo, ribadisce al mondo intero che la carezza di Dio per gli ultimi non si è interrotta. Continua, instancabile e profetica, sulle sponde dello stesso mare.
“Quella di Papa Leone XIV a Lampedusa sarà la visita del successore di Pietro che ci ricorda – così come aveva fatto Papa Francesco l’8 luglio del 2013 – che noi siamo stati fatti per essere pescatori di uomini e lì dove c’è un uomo e una donna che vogliono attraversare il mare o qualsiasi confine o muro innalzato dagli uomini, noi non possiamo non essere presenti come chiesa: “Ero forestiero e mi avete accolto, qualunque cosa avete fatto al più piccolo dei miei fratelli l’avete fatto a me”, commenta l’ arcivescovo di Palermo e neo presidente della Fondazione Migrantes, Corrado Lorefice.
Secondo il presule, Papa Leone XIV si pone nettamente in continuità con Papa Francesco che proprio a Lampedusa offrì le tre domande sempre: “Dove sei Adamo, dove è tuo fratello, chi ha pianto per loro?”. Dove c’è qualcuno che piange, dove c’è qualcuno che ha desiderio di pienezza di vita, non può non esserci la comunità cristiana, non può non esserci il discepolo di Gesù e credo che anche a Lampedusa, come ha fatto nella visita in Spagna e soprattutto poi nelle Canarie, il Santo Padre ci viene prima di tutto a confermare nella parola dell’Evangelo, perché mettere al centro del nostro impegno il migrante significa mettere realmente al centro il Vangelo che arriva così, con un’assunzione della fatica, della sofferenza di altri”.
Don Salvatore Lazzara
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