L’acqua come specchio: la lunga rincorsa di Monica Boggioni verso se stessa


Monica Boggioni che si immerge da sola in piscina, un pomeriggio d’ottobre, senza allenatore, senza cronometro, senza medaglie da conquistare. Solo l’acqua, il silenzio e un pensiero che affiora come un’onda leggera: «Finalmente». Una parola sola, ma che racchiud tutto il senso di ritorno, di appartenenza, di pace guadagnata. L’intero senso di questa autobiografia.

“Ogni sfida è vita. Il valore della diversità e il coraggio di sognare” è il libro che Monica Boggioni, nuotatrice paralimpica lodigiana di adozione e campionessa mondiale, ha scritto con il giornalista Valerio Esposti per la collana Ultra Sport (Lit Edizioni, aprile 2026). Non è una semplice raccolta di risultati sportivi, che comunque basterebbero da soli a riempire diverse pagine: tre bronzi a Tokyo 2021, un oro, due bronzi a Parigi 2024, quattro ori ai Mondiali di Singapore 2025 con la staffetta italiana che ha scalzato Cina e Stati Uniti dal vertice mondiale. È qualcosa di più raro: la mappa interiore di una crescita, personale prima ancora che atletica.


Dall’asilo al podio paralimpico: la lunga pedagogia del dolore

Nata a Pavia il 5 agosto 1998, a Monica Boggioni viene fatta una diagnosi a circa un anno e mezzo di leucomalacia periventricolare (PVL), una lesione cerebrale che comporta diplegia spastica agli arti inferiori. I genitori la portano in piscina quasi per caso, su consiglio medico: ha poco più di due anni, il movimento in acqua riduce gli effetti della gravità. Vent’anni dopo sarà campionessa paralimpica. Ma tra quel primo tuffo e l’oro di Parigi si stende un territorio aspro e formativo che il libro racconta senza pudori.

Le pagine sulle scuole elementari sono le più dure e forse le più necessarie. Monica descrive i giochi di squadra durante l’ora di educazione fisica, quando veniva scelta per ultima – o peggio, non veniva scelta affatto: «Via via che i prescelti si univano al resto del gruppo la lista dei membri andava esaurendosi, e quando alla fine rimanevo soltanto io, chi faceva parte della squadra dove sarei andata sbuffava, oppure guardava in basso».

Poi il momento che segna una svolta esistenziale: quattro bambini che l’accerchiano dopo una sconfitta, e uno di loro, crudele e netto, sentenzia: «Abbiamo perso, sei una tartaruga! Adesso sarai contenta…». Monica torna a casa e piange: «L’eco di quel crudele e ingiusto “con Monica si perde” mi aveva tolto il sonno». Quell’episodio apre una ferita, ma apre anche il primo cassetto dell’identità: la bambina comincia a fare domande sulla disabilità, a cercare un senso in ciò che è, a costruire faticosamente una risposta.

Non è una crescita lineare naturalmente, come nella vita di chiunque. Ci sono passi avanti, momenti di stallo, passi indietro. E poi ci sono gli incontri e gli episodi di cui si sarebbe potuto fare a meno. Arriva anche la professoressa di educazione fisica alle medie che, davanti all’intera classe, annuncia: «Oggi tutti bravi, l’unica insufficiente è stata Monica». E la compagna di scuola che, a una festa di compleanno, la imita goffamente nei movimenti. Ogni ferita, nel libro, diventa però un apprendistato: «Certi traumi non lasciano lividi o fratture, ma non per questo le ferite sono meno laceranti. Dopo anni possono bruciare ancora. Ci volle del tempo e un numero indefinito di pianti per sentirmi più forte di quelle dicerie maligne, accettarmi e volermi bene».

L’acqua come laboratorio di sé

Il nuoto entra nella vita di Monica Boggioni non come scelta, ma come necessità terapeutica, e diventa poco a poco la grammatica con cui lei impara a declinare se stessa. La piscina Folperti di Pavia, poi la Faustina di Lodi, sono i luoghi dove le regole del mondo fuori, come il confronto fisico, il giudizio degli altri, l’esclusione, svaniscono. «L’acquaticità, destinata a rivelarsi un crescente punto di forza, ha consentito prima a me stessa e poi agli altri di considerare la mia diversità da un’altra prospettiva: una presa di coscienza senza dilemmi. La disabilità fa parte di me, ma non è me divenne il mantra di questa consapevolezza».


L’incontro determinante avviene alle medie: Giulia Bellingeri, figlia di Davide Bellingeri che dirige il progetto “Nuota con noi” della Pavia Nuoto, la avvicina in spogliatoio e le chiede, diretta: «Non ti piacerebbe partecipare ad altre competizioni?». È la svolta. Da lì prende forma il sodalizio con l’allenatore Guy Soffientini, figura paterna e tecnica insieme, capace di trasmettere autorevolezza senza imposizione: «Non si impone, ma è fermo sulle sue posizioni. Ogni volta che mi sono confrontata con lui, mi ha fatto ponderare accuratamente le azioni da intraprendere. Sono maturata anche grazie a queste dinamiche».

La campionessa e l’atleta: due figure che imparano a convivere

Uno dei contributi più originali del libro è la distinzione, elaborata con rigore quasi filosofico, tra “fare l’atleta” ed “essere atleta”. Boggioni, che si è laureata in Biotecnologie e poi in Biotecnologie Mediche all’Università di Pavia con una tesi in Genetica, porta nel racconto sportivo una disciplina intellettuale poco comune. «Fare l’atleta quando sei in acqua, ma la parte difficile è un’altra. Per essere atleta sempre è necessario un preciso atteggiamento da rispettare senza eccezioni, ventiquattr’ore su ventiquattro».

I Mondiali giovanili del 2017 a Città del Messico, dove vince quattro ori e stabilisce tre record del mondo, segnano l’approdo della nuotatrice sul palcoscenico internazionale. La mattina della premiazione aveva appena saputo di aver superato l’esame di maturità con 100: «Le lacrime di contentezza si confondevano con l’acqua, quanta gioia!». È uno dei momenti in cui il libro riesce a tenere insieme la ragazza e l’atleta senza che l’una schiacciasse l’altra.

Ma la vera maturazione agonistica e personale passa anche attraverso una crisi. Tra il 2019 e il 2020, Monica descrive una fase di apatia e perdita di piacere agonistico: «Non riuscivo a godermi le gare». È in quel periodo che inizia il lavoro con la mental coach Caterina Pettinato, un percorso che il libro riconosce come trasformativo: «Il cammino intrapreso con la Mental Coach ha prodotto risultati tangibili in termini di evoluzione e maturazione, lo rilevo umanamente e sportivamente».

Parigi 2024: la medaglia attesa e il rovescio che la completa

Le Paralimpiadi di Parigi occupano il cuore narrativo del libro e Boggioni le racconta senza abbellimenti retorici. Il bronzo nei 200 stile libero – gli stessi che aveva vinto a Tokyo – arriva dopo una rimonta strenua negli ultimi 50 metri, ma non basta: «Sentivo che potevo prenderle quelle due. È come quando desideri ardentemente qualcosa, sei sul punto di farcela e ti sfugge per un soffio». Poi la finale dei 50 rana: qui il racconto cambia ritmo. La campionessa italiana stabilisce il record paralimpico nelle batterie con 53”70, e in finale vince l’oro con 53”25, nuovo primato europeo. «Gold medalist and paralympic champion for Italy: Monica Boggioni. Avevo i brividi e la pelle d’oca». Prima ancora dei microfoni delle interviste televisive, Monica interrompe il protocollo per abbracciare i genitori sugli spalti: un gesto piccolo e potentissimo, che vale più di qualunque analisi tecnica.


Il capitolo intitolato Il rovescio della medaglia è forse il più onesto del libro: Monica descrive con precisione chirurgica il peso degli undici allenamenti settimanali nell’anno olimpico, le cene saltate in famiglia, i viaggi rinunciati, la sveglia al mercoledì mattina dopo la sera di gara quando la tentazione di mandare un messaggio all’allenatore e restare a letto è concreta e reale: «Che cavolo dici, Monica? Sai che devi andarci, punto. Fine della discussione».

Dai blocchi di partenza alle aule delle scuole

Il libro si chiude su un orizzonte che va oltre la vasca. Monica Boggioni descrive le visite nelle scuole, il progetto “Nuota con noi – Non solo occhi per crescere” per bambini con disturbi visivi, nato nel 2025 in collaborazione con l’Istituto Neurologico Mondino e la Fondazione Mariani. E racconta di un genitore che le ha detto, commosso: «Oggi ho visto mio figlio non come un’unica stella ma parte di una costellazione». È in queste righe che l’atleta e la persona si fondono nella dimensione più ampia di un impegno civile.

L’ultimo capitolo si chiude con la parola che dà il titolo al libro e che Monica rilegge ogni volta che guarda la scritta sul diario: «Fuori e dentro la piscina, ogni piccola o grande sfida è vita. Ce n’è una che mi sta particolarmente a cuore: Los Angeles 2028».

Una voce che vale ascoltare

Ogni sfida è vita ha i pregi e qualche limite delle autobiografie scritte a quattro mani: la voce è autentica ma a tratti ridondante, e certi capitoli centrali rischiano di perdere tensione narrativa nell’elenco delle gare e dei tempi. Ma quando il libro rallenta e si fa intimo — nella vasca dell’ottobre post-Parigi, nelle notti piante alle elementari, nel sorriso complice con il nuovo allenatore Riccardo Tomasi che le fa segno di muovere le gambe mentre nuota — allora emerge qualcosa di raro: una testimonianza autentica di come si costruisce, attraverso gli anni, la capacità di stare al mondo con pienezza. Non nonostante la disabilità, ma attraverso la consapevolezza che essa porta.

«Senza disabilità sarebbe meglio? Probabilmente sì. Ma non cambierei la mia vita per nulla al mondo!». Una frase che in bocca a chiunque altro rischierebbe di suonare consolatoria. In bocca a Monica Boggioni, dopo duecento e cinquanta pagine di verità, suona esatta.


***

Monica Boggioni con Valerio Esposti, “Ogni sfida è vita. Il valore della diversità e il coraggio di sognare“, Ultra Sport / Lit Edizioni, aprile 2026, pp. 253

***

La newsletter di Alley Oop

Ogni venerdì mattina Alley Oop arriva nella tua casella mail con le novità, le storie e le notizie della settimana. Per iscrivervi cliccate qui.
Per scrivere alla redazione di Alley Oop l’indirizzo mail è alleyoop@ilsole24ore.com



#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Alley Oop

Source link

Di