Il dibattito europeo sulla revisione del Sistema di scambio delle quote di emissione di CO2, noto come Ets, si arricchisce di un dato popolare a dir poco clamoroso che ridefinisce i rapporti di forza tra l’elettorato e i decisori politici. A ridosso della scadenza del prossimo 15 luglio, data in cui la Commissione EU presenterà ufficialmente la sua proposta di riforma del mercato del carbonio, una vastissima maggioranza di cittadini italiani ed europei si schiera a favore di un inasprimento delle regole per i grandi gruppi industriali. Sette italiani su dieci ritengono infatti che le imprese con i più alti volumi di emissioni, o quelle che non dimostrano un impegno sufficiente nell’abbattimento della propria impronta ecologica, debbano essere penalizzate economicamente attraverso un incremento dei costi.

Questo orientamento emerge con chiarezza dalla rilevazione demoscopica commissionata dalla campagna transnazionale Beyond Fossil Fuels per conto di un coordinamento di realtà ambientaliste, tra cui figura anche il Wwf Italia, e condotta dall’istituto di ricerca YouGov in sei nazioni: Italia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Polonia e Spagna. La fotografia scattata dall’indagine mette in luce un consenso trasversale che supera i tradizionali confini geografici e, soprattutto, scavalca le storiche barriere ideologiche, entrando in aperto contrasto con le istanze di flessibilità avanzate da molte associazioni di categoria e da diversi esecutivi comunitari.
Paradosso del consenso oltre i confini dei partiti
Il dato più significativo e politicamente rilevante che emerge dall’analisi riguarda il posizionamento della base elettorale. Sebbene la Presidenza del Consiglio abbia spesso manifestato forti riserve circa la rapidità e i vincoli della transizione ecologica europea, i suoi stessi sostenitori esprimono un parere opposto. Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del Wwf Italia, in una nota stampa ha commentato duramente i risultati affermando che “il governo guidato da Giorgia Meloni non ha mandato per manomettere o indebolire il principio chi inquina paga, nemmeno dal proprio elettorato”. Emerge che “l’80% degli elettori del partito della premier, Fratelli d’Italia, hanno dichiarato di volere che le imprese più inquinanti paghino per le proprie emissioni di CO2 o per i ritardi nella decarbonizzazione delle proprie attività e della propria filiera”.
Secondo l’esponente dell’associazione ambientalista, le attuali difficoltà economiche non possono essere imputate alle normative ambientali europee. Midulla ha infatti precisato che “se le famiglie e le imprese italiane soffrono non è certo colpa dell’Ets, la responsabilità è dei continui rinvii concessi dai vari governi, dei ritardi accumulati e dall’incapacità di vedere la transizione non solo come un’opportunità, ma come l’unico, vero scenario di sviluppo industriale, oggi e per il futuro”.
Le sue parole mettono in risalto una profonda frattura tra le istanze conservatrici della rappresentanza politica e una base elettorale che, a sorpresa, esige massima fermezza nella tassazione delle emissioni climalteranti.
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I dati europei e il focus sul comparto manifatturiero pesante
Ampliando lo sguardo al contesto continentale, il 59% del campione complessivo dei sei Paesi coinvolti si dice favorevole a far pagare l’industria pesante — con particolare riferimento ai comparti della chimica, del cemento e della siderurgia — per l’impatto ambientale generato, a fronte di una quota di contrari che si attesta appena al 23%. In questo scenario l’Italia si colloca nella fascia più rigorista insieme alla Francia, alla Spagna e ai Paesi Bassi. Nello specifico, il sostegno alla tassazione della grande industria tocca il 65% in Italia, il 66% in territorio francese, il 68% in terra iberica e raggiunge il picco del 71% nei Paesi Bassi, confermando l’esistenza di un asse geografico occidentale estremamente sensibile alla giustizia climatica.
Entrando nel dettaglio delle preferenze espresse dai cittadini della penisola, si nota una spiccata maturità nell’analisi delle strategie di intervento. Il 39% degli intervistati preferisce un approccio dinamico, orientato a colpire finanziariamente le aziende che non attuano investimenti per la riduzione dei gas serra, mentre il 32% predilige una tassazione legata ai puri volumi storici di anidride carbonica rilasciata nell’atmosfera.
Soltanto una percentuale marginale, pari al 9%, si dichiara favorevole a un sistema a tariffa unica e identica per tutti i soggetti commerciali, mentre un irrilevante 5% abolirebbe del tutto ogni forma di pagamento per le emissioni. Anche sul fronte politico interno le divergenze si annullano: il principio della responsabilità industriale raccoglie il favore del 71% degli elettori di Fratelli d’Italia e, in modo del tutto speculare, trova il pieno appoggio della stragrande maggioranza dei sostenitori del Partito Democratico.
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CO2, vincoli stringenti per le esenzioni e tutela della forza lavoro
Un capitolo centrale del sondaggio analizza l’istituto delle quote gratuite, ossia i permessi di emissione privi di costi che l’Unione Europea ha storicamente concesso ad alcuni settori per scongiurare la delocalizzazione produttiva verso aree del mondo con normative meno restrittive. Su questo punto la popolazione chiede vincoli rigidi e non negoziabili. Il 62% degli italiani e la medesima percentuale di cittadini europei sostengono che, qualora lo Stato decida di mantenere queste agevolazioni, le imprese debbano avere l’obbligo tassativo di reinvestire l’equivalente valore economico in tecnologie destinate all’abbattimento futuro delle emissioni. Questa visione raccoglie una sponda solida anche tra i simpatizzanti di Fratelli d’Italia, dove il tasso di approvazione si attesta al 59%.
La transizione viene letta non solo come una sfida tecnologica, ma anche come una profonda trasformazione sociale che non deve lasciare indietro la forza lavoro. Il 66% degli intervistati in Italia ritiene che le esenzioni debbano essere subordinate alla garanzia di una transizione industriale giusta, strutturata tramite investimenti concreti nella formazione del personale, nella riqualificazione professionale e nel mantenimento di standard lavorativi elevati. La sensibilità verso i diritti dei lavoratori all’interno dei processi di riconversione economica sale al 67% tra gli elettori del partito guidato dal premier Meloni. A questo si aggiunge una richiesta di democrazia partecipativa sui territori: il 53% del campione nazionale ritiene indispensabile il coinvolgimento delle comunità locali nelle decisioni che riguardano il cambiamento degli assetti industriali e i relativi impatti ambientali, un dato che sale fino al 61% se si isola il bacino degli elettori della forza politica di maggioranza relativa.
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La destinazione dei proventi e le aspettative per il futuro
L’ultima evidenza di rilievo riguarda la gestione economica delle risorse finanziarie generate dal mercato della CO2. La metà esatta degli intervistati in Italia (50%) ritiene che le autorità governative debbano incassare i proventi derivanti dalla vendita dei permessi di emissione per destinarli interamente e direttamente al finanziamento della decarbonizzazione del sistema produttivo del Paese. Questa opzione surclassa nettamente la tesi opposta, sostenuta appena dal 15% del campione, secondo la quale i comparti industriali ad alto consumo di energia dovrebbero essere semplicemente esentati dai pagamenti per salvaguardarne la competitività sui mercati.
I risultati complessivi della ricerca dimostrano empiricamente come la coscienza civile della popolazione, sia in Italia sia nel resto d’Europa, si trovi in una posizione molto più avanzata rispetto alle cautele e ai freni che caratterizzano l’attuale dibattito politico istituzionale. La richiesta collettiva è quella di un sistema Ets solido, privo di scappatoie regolamentari, capace di premiare l’innovazione sostenibile e di sanzionare senza esitazioni chi perpetua modelli energetici obsoleti e dannosi per l’ecosistema globale.
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